No Tav, svolta in clandestinità: "Scomparire per cospirare"
14:05 Martedì 18 Agosto 2026Dopo gli assalti del 25 luglio in Val di Susa, un manifesto anonimo indica la nuova strategia dell'antagonismo: meno visibilità, reti nell'ombra e rapporti sottratti agli occhi dello Stato. Sullo sfondo l'universo di Askatasuna e le piazze per Gaza
“Scomparire e cospirare”, abbandonare l’esposizione pubblica e costruire una rete “accessibile senza essere visibile agli occhi del nemico”, fino a calarsi in una “sostanziale clandestinità”. È la strategia indicata in “Dopo luglio”, un documento anonimo diffuso in italiano e in inglese sui canali dell’antagonismo dopo gli assalti ai cantieri Tav del 25 luglio in Valle di Susa. Un testo che rivendica politicamente quella giornata, attribuisce allo scontro con la polizia una funzione aggregativa e prova a indicare la strada per ciò che dovrebbe venire dopo.
Non più soltanto cortei, campeggi e mobilitazioni alla luce del sole. Il manifesto invita a ridurre la presenza sui social, scegliere quando rendersi visibili, rafforzare rapporti personali, ospitalità e risorse e costruire legami capaci di sottrarsi allo sguardo dello Stato. Perché, sostiene l’anonimo estensore, “la storia dei movimenti sovversivi è una storia di trame tessute nell’ombra” e il “lato cospirativo” di un movimento sarebbe più importante di comunicati e appelli.
Anonimato
È questo il salto che rende “Dopo luglio” qualcosa di diverso dall’ennesimo proclama antagonista seguito agli scontri in Val di Susa. Il 25 luglio non viene soltanto difeso: viene assunto come modello. E attorno a quella giornata viene elaborata una prospettiva nella quale tornano parole che hanno lacerato la storia italiana: clandestinità, cospirazione, nemico, attacco.
Il documento non ha firma ed è stato pubblicato attraverso HedgeDoc, editor collaborativo open source, su un servizio ospitato da Cisti.org, infrastruttura digitale autogestita che si presenta come spazio “anticapitalista, antifascista, antirazzista e antisessista” e mette strumenti informatici a disposizione di collettivi, movimenti e gruppi. Il progetto affonda le proprie radici nell’hacklab underscore di Torino e la gestione viene attribuita sul sito a un “manipolo di creature hacker”, senza nomi personali né un organigramma pubblico.
L’anonimato impedisce di attribuire il manifesto ad Askatasuna o a una specifica organizzazione dell’area antagonista. Ma provenienza, contenuti e soprattutto il riferimento agli scontri del 25 luglio lo collocano dentro il dibattito apertosi in quell’area dopo l’estate di mobilitazione No Tav. Ed è il linguaggio scelto a segnare un passaggio che non può essere derubricato a semplice esercizio teorico.
La clandestinità come modello
“La storia dei movimenti sovversivi è una storia di trame tessute nell’ombra”, sostiene il documento, secondo il quale il “lato cospirativo” sarebbe più importante di comunicati e appelli. Non è più soltanto la tradizionale retorica antagonista contro lo Stato. Qui viene teorizzato il sottrarsi alla visibilità come strumento politico. “Ogni vera amicizia”, si legge, avrebbe un carattere cospirativo nei confronti della società quando viene vissuta fino in fondo. La sua possibile forza rivoluzionaria risiederebbe proprio nella sua “sostanziale clandestinità”.
Parole che, in un Paese che ha conosciuto organizzazioni clandestine, fiancheggiamento, e violenza politica, producono inevitabilmente un’eco sinistra. Sarebbe improprio sovrapporre esperienze storiche diversissime o trasformare un testo anonimo in una prova di strutture che allo stato non sono dimostrate. Ma sarebbe altrettanto miope fare finta che quel vocabolario non significhi nulla.
Il 25 luglio come spartiacque
È qui che la giornata del 25 luglio assume nel manifesto un significato assai diverso dalla semplice protesta contro la Torino-Lione. La camionetta incendiata, le pietre, le recinzioni superate, gli attacchi ai cantieri e gli scontri con gli agenti non vengono descritti come incidenti da deplorare o degenerazioni di una manifestazione. Diventano esperienza politica, occasione nella quale giovani alla prima partecipazione e militanti più navigati avrebbero condiviso il rischio, sconfitto la paura e costruito fiducia reciproca.
Gli autori respingono le categorie utilizzate dopo gli scontri – dalla presenza di professionisti della violenza alla minaccia terroristica – e rovesciano completamente l’accusa: sarebbe la macchina “ideologica, poliziesca e governativa” a voler terrorizzare chi protesta. Il messaggio che lo Stato vorrebbe imporre, secondo il documento, è che “combattere per strada, resistere alla polizia” può costare caro. Non viene dunque negato lo scontro. Al contrario, viene assunto come dato politico.
Gli autori assicurano di non voler celebrare un culto della forza, ma attribuiscono proprio allo scontro una funzione aggregativa. Il risultato più importante del 25 luglio sarebbe stata quella che definiscono “la ritirata della polizia”: un episodio capace, nella loro lettura, di restituire fiducia e mostrare concretamente che l’autorità può essere affrontata. Altro che incidente di percorso. L’assalto diventa pedagogia politica.
Da Gaza alla Val di Susa
C’è poi un elemento nuovo, sul quale il documento insiste: Gaza. “I volti di chi ha vissuto le piazze per Gaza”, si legge, non sarebbero confluiti stabilmente nelle organizzazioni e nei collettivi tradizionali, ma tornerebbero a comparire “a intermittenza” in appuntamenti come quello del 25 luglio. È la ricerca di una nuova generazione da politicizzare fuori dalle strutture classiche. Persone che non possiedono tessere, appartenenze o militanze riconoscibili, ma che possono passare dalla mobilitazione per la Palestina a forme più radicali di conflitto.
Nella costruzione teorica di “Dopo luglio”, dunque, Gaza diventa uno dei luoghi di incubazione di un nuovo antagonismo, mentre la Valle di Susa offre il terreno sul quale trasformare indignazione e mobilitazione in pratica dello scontro. Non a caso si guarda con diffidenza proprio alla visibilità. Chi si avvicina a ciò che ritiene giusto, sostiene, tenderebbe a stare lontano dalla pubblicità e dall’esibizione politica e, quando è costretto ad attraversarne gli spazi, lo farebbe con disagio. Il militante ideale non è più necessariamente quello che riempie i social di proclami. È quello che appare quando serve e poi sparisce.
Una rete che non deve farsi vedere
È forse questo il passaggio politicamente più inquietante del documento. Il nuovo movimento immaginato dagli autori non dovrebbe poggiare innanzitutto su sigle, sedi e profili social, bensì su amicizie, ospitalità, risorse e rapporti di fiducia. Una struttura informale capace di esistere senza offrirsi interamente allo sguardo delle istituzioni.
Le polemiche seguite agli scontri contro chi offre vitto e alloggio ai manifestanti vengono interpretate proprio come la conferma dell’importanza di questa infrastruttura. Da qui l’indicazione: ridurre l’esposizione pubblica, decidere quando comparire, approfondire i legami personali e costruire una rete che sia “accessibile senza essere visibile agli occhi del nemico”. E il nemico, naturalmente, è lo Stato.
La scelta delle parole non è un dettaglio. Quando alla battaglia politica esercitata alla luce del sole vengono preferite la cospirazione e la clandestinità, quando le relazioni personali sono pensate anche come protezione dall’osservazione delle istituzioni e quando lo scontro con la polizia viene raccontato come momento capace di produrre fiducia, il confine tra movimento e struttura informale deliberatamente opaca diventa il vero tema posto dal documento.
La Tav ormai è quasi un pretesto
Persino la Torino-Lione, alla fine, scivola sullo sfondo. Le ragioni ambientali, sanitarie, amministrative e infrastrutturali della battaglia No Tav vengono riconosciute come vere, ma diventano sostanzialmente accessorie. Ciò che conta è altro: la Valle di Susa come territorio simbolico nel quale tramandare una continuità della rivolta.
La genealogia indicata dal documento parte dal 3 luglio 2011, una delle giornate più violente nella storia del movimento No Tav, reinterpretata ancora una volta attraverso la “ritirata” delle forze dell’ordine. Da lì il filo viene tirato fino agli episodi più recenti: gli scontri alla stazione Centrale di Milano, quelli del 31 gennaio a Torino, i disordini di Bologna dopo la morte di Fakhir e persino la resistenza contro l’Ice a Minneapolis. Luoghi, vicende e contesti diversissimi vengono assemblati per costruire un’unica narrazione: esiste una rivolta che non ha bisogno di un’organizzazione visibile per riconoscersi.
Askatasuna dopo Askatasuna
Ed è difficile leggere tutto questo senza collocarlo nel passaggio attraversato dall’antagonismo torinese dopo lo sgombero di Askatasuna. La perdita della storica sede di corso Regina Margherita ha tolto all’area autonoma torinese un luogo fisico, pubblico e immediatamente riconoscibile. Il documento sembra indicare una risposta esattamente opposta alla ricerca di una nuova casa: non ricostruire necessariamente ciò che lo Stato può vedere, identificare e colpire, ma moltiplicare ciò che può vivere senza mostrarsi.
Non significa attribuire “Dopo luglio” ad Askatasuna, cosa che l’anonimato del testo non consente. Significa però registrare come il manifesto emerga dallo stesso universo politico e culturale nel quale la Val di Susa continua a rappresentare un punto di riferimento centrale e nel quale militanti provenienti dall’antagonismo torinese hanno storicamente svolto un ruolo rilevante. Dopo i campeggi, dopo il Festival Alta Felicità, dopo gli assalti del 25 luglio, il documento prova insomma a trasformare una giornata di violenza in una teoria della sopravvivenza politica nell’ombra.
Il nemico a sinistra
E nella lista degli avversari non c’è soltanto il governo. Una parte durissima del manifesto è riservata alla sinistra, accusata di addomesticare la protesta attraverso gli appelli alla responsabilità e la presa di distanza dalla violenza. “La sinistra è la principale responsabile”, arriva a sostenere il testo, mettendo in guardia dal rischio di diventare “gli utili idioti della destra”. Tutta roba trita e ritrita, purtroppo già sentita in passato.
È una frattura significativa proprio perché non riguarda un nemico storico. La sinistra viene trattata come un vecchio interlocutore accusato di tradimento, reo di avere fatto proprie le categorie dello Stato e di voler ricondurre il conflitto dentro forme compatibili con la politica istituzionale. La risposta proposta da “Dopo luglio” va nella direzione contraria: meno mediazione, meno esposizione, meno ricerca di legittimazione. E più capacità di sottrarsi.
Il ritorno di parole inquietanti
Nessun documento anonimo basta da solo a decretare la nascita di una nuova organizzazione clandestina. E sarebbe irresponsabile confondere la suggestione ideologica con l’esistenza accertata di una struttura sovversiva. Ma proprio per questo “Dopo luglio” va letto per ciò che dice, senza minimizzarlo e senza attribuirgli ciò che non è possibile dimostrare.
Dice che si può “scomparire e cospirare”. Dice che la storia sovversiva passa attraverso “trame tessute nell’ombra”. Dice che la clandestinità può essere una forza. Indica nello scontro con la polizia un'esperienza capace di creare fiducia. Immagina reti sottratte alla vista del “nemico”. E colloca gli assalti del 25 luglio dentro una storia politica che dovrebbe continuare.
Sono parole. Ma l’Italia ha già imparato, pagando un prezzo enorme, che quando la politica comincia a considerare la clandestinità una virtù e la violenza uno strumento di formazione collettiva, liquidare le parole come semplice retorica può essere un errore molto serio.


