Il settembre democristiano

Quando a Torino e in Piemonte, e ancora oggi dopo molti anni, si parla del settembre politico il pensiero corre velocemente al tradizionale convegno della sinistra sociale della Dc a Saint-Vincent che veniva organizzato in Val d’Aosta ma era progettato nel capoluogo subalpino. Appunto, dal leader storico di quella corrente, Carlo Donat-Cattin. Ma il convegno nazionale di Saint-Vincent non era l’unico appuntamento politico significativo e di livello. Le correnti democristiane, soprattutto quelle della sinistra democristiana, organizzavano svariati convegni e momenti di confronto politico anche e soprattutto a livello regionale. Addirittura torinesi o nelle singole zone della provincia. Era un mese, lo possiamo dire tranquillamente, dove la politica ritornava protagonista a scapito degli intramontabili assetti di potere od organigrammi. Momenti, questi, va pur detto, che accomunavano e caratterizzavano la vita interna dei partiti per molto tempo. E, nello specifico, della Dc.

Ma settembre, comunque sia, era un mese che non solo coincideva con la ripresa dopo la pausa estiva ma era anche un periodo che individuava nella elaborazione culturale e nella progettualità politica un asset decisivo e qualificante di alcuni partiti e delle rispettive correnti. Un momento dove anche i dirigenti locali, i quadri intermedi e i simpatizzanti avevano la possibilità concreta di fare della formazione politica un tassello costitutivo della stessa appartenenza al partito. Ma, soprattutto, era anche un momento che offriva la concreta possibilità per allargare gli orizzonti attraverso lo strumento del confronto con l’area cattolica, con i mondi sociali di riferimento, con gli altri partiti - tanto di maggioranza quanto di opposizione - e che permetteva un percorso di crescita collettiva a tutti i militanti che partecipavano a questi convegni di studio e di proposta politica.

Ora, e senza farsi catturare dalla tentazione nostalgica o vagamente passatista - pur sempre in agguato - il confronto con la situazione politica contemporanea non può non essere fatta. E, senza elencare le solite degenerazioni che caratterizzano la politica di oggi, non si può non dire che di fronte al “nulla della politica” - per dirla con una felice espressione di Mino Martinazzoli della fine degli anni duemila - non si possono non ricordare quei momenti di crescita politica collettiva. Ma, se si vuole anche solo leggermente invertire la rotta, da dove si può oggi ripartire? Innanzitutto, se non ritornano i partiti democratici al loro interno, popolari, radicati nei territori e con una solida cultura politica di riferimento, il quadro complessivo è destinato a non migliorare affatto.

In secondo luogo, e di conseguenza, il recupero di credibilità della politica e della sua progettualità non passa attraverso la riproposizione dei partiti personali, dei partiti del capo o dei partiti proprietari. “La democrazia dell’applauso”, per dirla con una felice espressione di Norberto Bobbio della fine degli anni ‘80, non è lo strumento migliore per ridare lustro e prestigio alla politica e al ruolo che merita nella società italiana.

In terzo luogo, si deve prendere atto che senza una classe dirigente autorevole e riconosciuta, radicata nei territori, espressione di settori specifici della società e portatrice di una precisa cultura politica, il tutto si riduce - come purtroppo è oggi - a moltiplicare i cartelli elettorali da un lato o, appunto, i partiti personali dall’altro.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, senza recuperare la categoria del “pensiero” la politica non potrà recuperare quella credibilità che per molti decenni ha caratterizzato le classi dirigenti del nostro paese. E non solo della Democrazia Cristiana, come ovvio e persino scontato.

Ecco perché, proprio ricordando i tradizionali convegni settembrini della corrente Dc di Forze Nuove, arriviamo alla conclusione che il passato, anche quello democristiano, non è tutto da demonizzare, da rimuovere o da cancellare. Come vorrebbero i soliti e notissimi detrattori della Dc. Cioè tutti coloro che l’hanno sempre e solo descritta o come un mero inciampo della storia o un solo partito di potere e di clientele o, nel peggiore dei casi, come una sorta di associazione a delinquere. Forse c’era qualcosa di più. Un “di più”, per dirla ancora una volta con Martinazzoli, che oggi merita di essere recuperato, senza nostalgia e senza avere solo lo sguardo rivolto all’indietro.

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