Election day, il voto in primavera scombina i piani dei partiti
Davide Depascale 07:00 Giovedì 27 Agosto 2026L'ipotesi di accorpare Politiche e Comunali l'11 aprile torna prepotentemente in campo e ridisegna le strategie piemontesi. A Torino risalgono le quotazioni di Marrone e per Lo Russo si complica il rebus M5s. Traballa lo schema civico
Un calendario elettorale che sembrava scolpito nella pietra si rivela ancora una volta scritto sulla sabbia. E mentre Matteo Salvini spinge per portare avanti la legislatura fino alla scadenza naturale, nella speranza di risollevare i consensi della Lega e placare la fronda nordista, auspicando il ritorno alle urne non prima di settembre 2027, riprende prepotentemente quota l’ipotesi dell’election day in primavera.
La data da cerchiare in rosso sul calendario è l’11 aprile, quando i parlamentari avranno maturato il diritto alla pensione e non ci saranno più remore a mettere la parola fine al governo più longevo della storia repubblicana. Ma l’accorpamento tra Politiche e Amministrative inevitabilmente spariglierebbe di nuovo le carte, all’interno del centrodestra ma anche, e soprattutto, nel campo largo. In Piemonte, dove oltre a Torino si andrà al voto in altri quattro capoluoghi di provincia, per entrambi gli schieramenti lo scenario cambierebbe sensibilmente.
Niente spezzatino
La premier Giorgia Meloni sembrava avere in mente un altro schema, ovvero anteporre il voto nazionale a quello per i Comuni, che sarebbe slittato di un paio di mesi, tra le ultime settimane di maggio e le prime di giugno. Con un duplice obiettivo: evitare che la spinta progressista proveniente dalle grandi città chiamate a votare per il sindaco – Roma, Milano, Napoli, Bologna e, ovviamente, Torino – si ripercuota sulle indicazioni di voto per le Politiche e, al tempo stesso, sfruttare l’onda di un’eventuale vittoria nazionale per strappare qualche Comune al campo largo.
Una volontà che però si scontra con la necessità di razionalizzare le spese – votare due volte nel giro di pochi mesi arriverebbe a costare quasi mezzo miliardo di euro – e con il conseguente orientamento del Quirinale, che anche per questo motivo sembra preferire la data unica. Nella migliore delle ipotesi, una scelta diversa darebbe adito a polemiche, con l’opposizione pronta a dare fiato alle trombe. Così una mossa tattica pensata per trarre un vantaggio rischierebbe di trasformarsi in un clamoroso boomerang. Insomma, i costi potrebbero superare i benefici e la premier sarebbe pronta al contrordine.
Il voto in autunno, invece, sembra essere rimasto soltanto nella testa di Salvini, che chiede tempo per risalire la china dall’attuale 5% attribuitogli dai sondaggi, fiaccato da un lato dalla crescita di Roberto Vannacci e del suo Futuro Nazionale e dall’altro dalle crescenti critiche alla sua leadership mosse dagli amministratori leghisti, a partire dal governatore lombardo Attilio Fontana e dal collega friulano Massimiliano Fedriga, con Luca Zaia spettatore interessato e l’alessandrino Riccardo Molinari tra l’incudine e il martello. L’impressione è che non basterà qualche mese per risollevare le sorti del Capitano: la sua barca sta colando a picco e, in ogni caso, l’opzione della scadenza naturale, a oggi, non è sul tavolo.
Marrone riprende quota?
La scelta dell’election day non potrà che avere conseguenze sul piano locale e a farne le spese sarebbero soprattutto i candidati civici: con un voto in concomitanza si accresce inevitabilmente la valenza politica e ogni partito punta a piantare la propria bandierina piuttosto che affidarsi a un papa straniero. Così, a Torino, il vicepresidente della Regione Maurizio Marrone, uomo forte di Fratelli d’Italia sotto la Mole, torna in auge come candidato del centrodestra a Palazzo Civico, dopo che le sue quotazioni sembravano essere scese nelle ultime settimane a fronte di un crescente scetticismo attorno alla sua figura, giudicata troppo “identitaria” per una città d’impronta progressista come il capoluogo piemontese. “Con uno come lui non vinceremo mai”, è il refrain ripetuto dentro e fuori il partito. Ma a decidere non sono certo i vertici locali e alla premier vincere a Torino importa fino a un certo punto.
A gongolare è il suo sfidante, il sindaco dem uscente Stefano Lo Russo, convinto di avere gioco facile contro un candidato come Marrone. E su questo conta anche sulla sponda del governatore Alberto Cirio, il cui rapporto con il primo cittadino va ben oltre la concordia istituzionale di tradizione sabauda. Ma nemmeno Lo Russo sarebbe immune dalle conseguenze dell’election day.
Campo obbligato
Lo Russo, infatti, è sostenuto da una coalizione che va da Alleanza Verdi-Sinistra ai Moderati di Mimmo Portas, ma non dal Movimento 5 Stelle, che lo considera il nemico numero uno, anche per via di vecchie ruggini risalenti agli anni di Chiara Appendino, quando l’attuale primo cittadino era capogruppo del Partito Democratico in Sala Rossa. L’ex sindaca è sempre stata irremovibile: “Per correre uniti tutti devono fare un passo indietro”, aveva detto l’anno scorso alla Festa dell’Unità. La sua posizione non è mai cambiata. In compenso è cambiato tutto il resto: lei è entrata in rotta con l’ex premier Giuseppe Conte, che non l’ha riconfermata alla vicepresidenza del M5s, incarico dal quale si era dimessa proprio in polemica con il leader sulle alleanze, mentre Lo Russo ha rinsaldato il rapporto con la segretaria Elly Schlein, spazzando via ogni dubbio sulla sua ricandidatura.
Quindi Pd e M5s a Torino corrono separati? Se, in caso di Comunali in una data diversa dalle Politiche, poteva essere un’ipotesi plausibile – per quanto criticata da più parti –, la possibilità di ritrovarsi i due partiti alleati su una scheda e avversari sull’altra avrebbe come minimo l’effetto di disorientare gli elettori di un campo largo già alle prese con il dibattito sulle primarie, talmente esplosivo da indurre l’ex ministro Roberto Speranza a proporre la candidatura di un nome simbolico come “un diciottenne o un vecchio partigiano”. Se a livello nazionale ancora non si vede la soluzione per uscire dall’impasse, figuriamoci sotto la Mole, dove i rapporti tra democratici e pentastellati sono sempre stati tesi: si fanno le primarie anche qui? Si chiede a Lo Russo di farsi da parte in favore di un nome condiviso? Oppure, rebus sic stantibus, ognuno per conto suo? L’election day non potrebbe fare altro che affondare il coltello nella piaga.
Granda problema
Allo stesso modo, un nome civico diventa meno appetibile anche nelle altre piazze piemontesi chiamate al voto nella primavera del 2027, con la spartizione tra i vari partiti che torna oggetto di discussione. Come a Cuneo, dove la candidatura dell’avvocato Enrico Collidà, sostenuta da una coalizione moderata di centrodestra che tenga in posizione marginale Lega e FdI – uno schema messo in piedi dal capogruppo forzista Enrico Costa e dal suo concittadino Luca Robaldo –, potrebbe trovare maggiori ostacoli: l’effetto sarebbe infatti quello già descritto a Torino per il campo largo, con partiti alleati da una parte e rivali dall’altra.
Questo avrebbe inevitabili ripercussioni sugli altri Comuni capoluogo al voto: Novara, Asti e Alessandria. In nessuno di questi il centrodestra ha ancora scelto il cavallo su cui puntare: ogni partito vuole piantare la propria bandiera. Asti, dopo la fine del decennio forzista di Maurizio Rasero, dovrebbe andare al meloniano Marcello Coppo, ma ci spera anche il leghista Fabio Carosso, che nel frattempo medita di passare con Vannacci. A Novara la Lega ha difficoltà a trovare un nome per la successione di Alessandro Canelli, ma il crollo del partito potrebbe mettere in discussione tutto. Stesso discorso per Alessandria: Mattia Roggero, capogruppo leghista in Consiglio comunale, avrebbe tutte le carte in regola per sfidare il tutt’altro che popolare Giorgio Abonante, ma Molinari non farà certo le barricate per lui. E così prende quota l’ipotesi del forzista Davide Buzzi Langhi.
A Cirio cambia poco
In un rebus tutto da risolvere, una posizione che non cambia è quella di Cirio, che non ha mai nascosto la volontà di lasciare anzitempo il Grattacielo Piemonte e trasferirsi a Roma. La scadenza naturale avrebbe aiutato a tenere a freno i mal di pancia della maggioranza a Palazzo Lascaris, ma non sarà qualche mese di anticipo a fare la differenza.
La vera incognita per il governatore, vicesegretario nazionale di FI, non è quando si terranno le elezioni, ma chi le vincerà. Con una vittoria del centrodestra, infatti, potrebbe ottenere ciò a cui aspira, ovvero un ministero o la presidenza di una delle due Camere. Anche in caso di governo di larghe intese – che a parole nessuno vuole – la sua figura moderata potrebbe essere facilmente spendibile. Ma se, al contrario, dovesse ritrovarsi all’opposizione, non ci penserebbe due volte a rifare le valigie appena disfatte e a restare in Piemonte almeno fino al 2029. Anche qui, come per il calendario elettorale, ciò che sembra inciso nella pietra è soltanto scritto sulla sabbia.


