Export, il Piemonte vola.
Ma solo grazie agli aerei
14:40 Venerdì 28 Agosto 2026
Nei primi quattro mesi di guerra l'Italia perde 2,2 miliardi verso il Medio Oriente (-22,7%), il peggior risultato nell'Ue. Il dato regionale invece segna +14,5%, ma è spinto dalle vendite di aeromobili: senza questo comparto precipita a -19,5%. E le pmi perdono il 22%
La guerra nel Golfo presenta il conto al made in Italy e, per il Piemonte, il conto rischia di essere particolarmente salato. Non soltanto per l’aumento dei costi di energia, materie prime e trasporti, che da mesi pesa sui bilanci delle aziende, ma anche per il brusco raffreddamento di un mercato che negli ultimi anni aveva assunto un’importanza crescente per molte filiere regionali: il Medio Oriente.
A presentare gli effetti dei primi quattro mesi del conflitto, da marzo a giugno, è Confartigianato. In questo periodo le esportazioni italiane verso i Paesi mediorientali sono diminuite di 2,162 miliardi di euro rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con una flessione del 22,7%. Un tonfo che non ha eguali nell’Unione europea: da sola l’Italia concentra il 46,1% dei 4,691 miliardi di export persi complessivamente dai Ventisette nell’area. E il Piemonte, quinta regione italiana per valore delle vendite in Medio Oriente, si trova particolarmente esposto.
Il Piemonte perde il 22% nei settori delle pmi
Il dato più significativo per il tessuto produttivo piemontese riguarda proprio le filiere nelle quali è maggiore la presenza di micro e piccole imprese: alimentare, moda, legno-arredo, prodotti in metallo, gioielleria e occhialeria. Nel primo trimestre del 2026 le esportazioni piemontesi di questi comparti verso il Medio Oriente sono diminuite del 22% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
È una flessione superiore a quella della Lombardia (-12,5%) e dell’Emilia-Romagna (-19,9%) e appena inferiore a quella del Veneto (-23,2%). Peggio, tra le principali regioni esportatrici, fa soltanto la Toscana, con il -28,5%.
Una frenata che assume ancora maggiore rilevanza considerando quanto il mercato mediorientale conti per l’economia regionale. Nel 2025 il Piemonte aveva esportato nell’area merci per 2,239 miliardi di euro, collocandosi al quinto posto in Italia dopo Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna e Veneto.
Il dato complessivo piemontese del primo trimestre 2026 presenta però un’apparente anomalia. Considerando tutta la manifattura, l’export regionale verso il Medio Oriente risulta addirittura aumentato del 14,5%. Ma a gonfiare il dato sono state le vendite di aeromobili: eliminato questo effetto straordinario, il segno cambia completamente e le esportazioni piemontesi registrano un calo del 19,5%.
Torino vola, ma sono gli aerei a falsare la fotografia
La stessa dinamica si ritrova a Torino, che nel 2025 figurava addirittura tra le prime dieci province italiane per valore dell’export verso il Medio Oriente, insieme con Milano, Firenze, Arezzo, Bergamo, Vicenza, Roma, Varese, Bologna e Modena.
Nel primo trimestre di quest’anno Torino ha più che raddoppiato le proprie esportazioni verso l’area rispetto allo stesso periodo del 2025. Una performance che, tuttavia, non fotografa lo stato di salute dell’intero sistema produttivo provinciale: anche in questo caso l’incremento è stato sostenuto dalle vendite di aeromobili.
A tenere artificialmente sopra la linea di galleggiamento il dato piemontese è soprattutto l’aeronautica torinese: a Caselle si producono e assemblano velivoli militari, tra cui gli Eurofighter destinati anche al Kuwait. Senza le vendite di aeromobili, il +14,5% dell’export regionale verso il Medio Oriente si trasformerebbe in un pesante -19,5%.
Dietro il boom statistico rimangono quindi le difficoltà delle filiere tradizionali, tanto più rilevanti in una provincia dove il rallentamento dell’export si inserisce in una congiuntura già complicata. Nell'indagine di primavera dell’Unione Industriali di Torino, le esportazioni risultavano in flessione per il dodicesimo trimestre consecutivo e oltre il 70% delle aziende piemontesi prevedeva aumenti significativi dei costi di energia, materie prime e logistica, percentuale che saliva all’85% nel comparto energetico.
Cuneo, frutta e piccole imprese sulla linea del fuoco
C’è poi il caso di Cuneo, dove l’esposizione alla crisi assume caratteristiche diverse. Secondo un’elaborazione di Confartigianato, la Granda risultava la sedicesima provincia italiana più esposta agli effetti della crisi mediorientale, con un export manifatturiero verso l’area pari all’1,89% del Pil provinciale.
A risentirne è soprattutto una delle filiere simbolo del territorio: l’agroalimentare. Già all’inizio del conflitto Confagricoltura Cuneo aveva lanciato l’allarme per la frutta destinata ai mercati del Golfo, con navi ferme, consegne bloccate e disdette degli ordini. Il problema riguarda in particolare le mele: l’Arabia Saudita è il terzo mercato di destinazione dell’export italiano, con circa 70 milioni di euro, mentre l’intero Medio Oriente vale oltre 151 milioni.
Un’indagine di Confindustria Cuneo condotta a giugno su 200 imprese restituisce la dimensione delle preoccupazioni. Il 46% delle aziende ritiene che la guerra produrrà effetti significativi e di lunga durata, mentre per un altro 13% le conseguenze saranno rilevanti, seppure più limitate nel tempo. Il 51% prevede inoltre un impatto rilevante dell’aumento dei costi sui margini e un ulteriore 20,4% teme conseguenze molto rilevanti. Non a caso il 53% indica interventi strutturali sul costo dell’energia come la misura più urgente.
Moda e macchinari pagano il prezzo più alto
A rendere particolarmente delicata la situazione piemontese è anche la composizione del suo sistema manifatturiero. A livello nazionale, infatti, sono proprio alcuni dei settori tradizionalmente forti nella regione a subire maggiormente il contraccolpo della guerra.
Nei comparti a maggiore presenza di micro e piccole imprese le esportazioni italiane verso il Medio Oriente valgono 7,7 miliardi, quasi il 30% del totale, e nei primi quattro mesi di conflitto sono diminuite del 17,3%.
La moda paga il prezzo più alto: tessile, abbigliamento e pelle perdono complessivamente il 33,7%, mentre per pelletteria e prodotti in pelle il crollo raggiunge addirittura il 44,1%. Male anche i mobili (-14,4%), le altre manifatture, costituite per circa tre quarti dalla gioielleria (-14,9%), e l'alimentare (-7,7%). Fanno eccezione i prodotti in metallo, che crescono del 2,3%.
Particolarmente significativo per una regione a forte vocazione meccanica come il Piemonte è il dato sui macchinari, prima voce dell'export italiano verso il Medio Oriente: nei quattro mesi di guerra le vendite sono diminuite del 18,6%.
Italia quasi metà del conto europeo
Il quadro nazionale restituisce la dimensione dello shock. Negli ultimi dodici mesi terminati a giugno l’Italia ha esportato in Medio Oriente beni per 26,388 miliardi di euro. Tra marzo e giugno, però, ne sono evaporati 2,162 miliardi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il -22,7% italiano è ben più pesante del -8,7% medio dell’Unione europea. La Spagna ha perso 802 milioni, la Germania 640 milioni, mentre la Francia è riuscita sostanzialmente a tenere, registrando addirittura un marginale +0,3%.
A fare la differenza sono soprattutto alcuni mercati del Golfo. Le esportazioni italiane verso gli Emirati Arabi Uniti sono diminuite di 879 milioni (-27,3%); quelle verso il Kuwait di 649 milioni (-73,6%); seguono Qatar, con 345 milioni in meno (-52,2%), Iraq con -129 milioni (-40,7%), Iran con -70 milioni (-52,6%) e Bahrain con -55 milioni (-51,2%).
Una crisi che quindi agisce sulle imprese attraverso due canali contemporaneamente: da una parte l’aumento dei costi energetici e logistici, dall’altra la contrazione degli ordini proprio in mercati sui quali molte aziende avevano investito per diversificare le proprie destinazioni commerciali.
«Gli effetti della guerra nel Golfo si stanno moltiplicando», avverte il presidente di Confartigianato Marco Granelli, sottolineando come il calo dell’export colpisca in modo particolare le filiere caratterizzate dalla presenza di artigiani e piccole aziende. La richiesta è di affiancare agli interventi contro il caro energia misure capaci di sostenere l’internazionalizzazione delle imprese e la diversificazione dei mercati.
Per il Piemonte il punto è proprio questo. Il +14,5% dell’export complessivo del primo trimestre rischia di offrire una fotografia ingannevolmente rassicurante: tolto l’effetto eccezionale degli aeromobili, il segno diventa negativo per quasi venti punti. E nelle filiere a maggiore presenza di piccole imprese il calo arriva al 22%. Dietro il volo degli aerei torinesi, insomma, una parte consistente del made in Piemonte ha già iniziato a pagare il conto della guerra.


