DEMOGRAFIA

L'Italia si restringe e invecchia: nel 2050 più coppie senza figli

Al Nord il sorpasso arriverà già nel 2038, nove anni prima. Le persone sole saliranno al 42,7%, mentre aumenterà il peso degli over 65 e si ridurrà sensibilmente la popolazione in età lavorativa. Le aree interne perderanno abitanti più rapidamente delle città

L’Italia del futuro sarà più piccola, molto più vecchia e soprattutto sempre meno popolata da famiglie come siamo abituati a immaginarle. E se il declino demografico colpirà con maggiore violenza il Mezzogiorno, neppure il Nord – e dunque il Piemonte – riuscirà a sottrarsi alla tenaglia tra poche nascite, aumento degli anziani e riduzione della popolazione in età lavorativa.

Le nuove previsioni dell’Istat, elaborate sulla popolazione al primo gennaio 2025, consegnano numeri che lasciano poco spazio alle illusioni. Gli italiani sono oggi 58,9 milioni. Diventeranno 58,7 milioni nel 2030, 55 milioni nel 2050 e appena 45,8 milioni nel 2080. In cinquantacinque anni spariranno dunque dall’anagrafe oltre 13 milioni di persone, una popolazione superiore a quella di Piemonte, Lombardia e Liguria messe insieme. E il punto forse più significativo è che, secondo l’Istituto di statistica, la diminuzione è ormai «praticamente certa»: nessuno degli scenari considerati prevede nel medio periodo un ritorno agli attuali livelli.

Il Nord resiste, ma solo fino al 2030

In attesa dei dati riferiti per regioni e province (che saranno disponibili dal 2 settembre) per il Piemonte la prima indicazione arriva dall’andamento previsto per il Nord. È l’unica parte d’Italia che nei prossimi anni dovrebbe riuscire ancora a crescere: dai 27,5 milioni di abitanti del 2025 si salirà a 27,7 milioni nel 2030. Poi, però, anche qui comincerà la discesa. Nel 2050 i residenti saranno 27,2 milioni e nel 2080 appena 24,2 milioni: 3,3 milioni in meno rispetto a oggi.

A fare la differenza rispetto al resto del Paese saranno soprattutto le migrazioni. Il saldo con l’estero resterà positivo, ma non riuscirà a compensare il crescente squilibrio tra chi nasce e chi muore. È questa la grande faglia demografica italiana: le generazioni che entrano nell’età riproduttiva sono sempre meno numerose e, anche ipotizzando una ripresa della fecondità, il numero potenziale dei genitori continuerà a restringersi. Nel frattempo le numerose generazioni del baby boom entreranno progressivamente nelle età anziane.

Per una regione come il Piemonte il problema si presenta con due facce differenti: da una parte i poli urbani e le loro cinture, dall’altra montagne, vallate e territori periferici. Il rapporto Istat non fornisce ancora il dettaglio piemontese della nuova previsione, ma individua con chiarezza la tendenza: le aree interne perderanno abitanti più rapidamente dei centri. Nel complesso del Nord, queste zone passeranno dai 3,866 milioni di residenti del 2025 ai 3,744 milioni del 2050, mentre i centri mostreranno una capacità di tenuta assai maggiore.

È un'indicazione particolarmente significativa per il Piemonte, dove una parte consistente del territorio alpino e appenninico rientra proprio nelle categorie delle aree interne. Meno abitanti significa anche meno lavoratori, minore ricambio generazionale e soprattutto una base demografica sempre più debole per mantenere scuole, trasporti, sanità e attività economiche.

Sempre più anziani

Ma a cambiare non sarà soltanto il numero degli italiani. Cambierà radicalmente la loro età. Oggi gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 24,7% della popolazione; nel 2050 saranno il 34,5%. Contemporaneamente la fascia tra 15 e 64 anni precipiterà dal 63,4 al 55,3%.

In altre parole, tra meno di venticinque anni più di un italiano su tre sarà anziano e poco più di uno su due sarà in età lavorativa. Nel Nord l’età media, già oggi pari a 47,1 anni, salirà a 50,5 nel 2050 e a 51,4 nel 2080.

Cresceranno soprattutto i grandi anziani. Gli over 85, oggi il 4,1% della popolazione italiana, supereranno il 7% nel 2050 e arriveranno all’8,4% nel 2080. Una trasformazione che avrà conseguenze dirette proprio sui settori nei quali il Piemonte già concentra una parte importante della propria spesa pubblica: sanità, non autosufficienza e assistenza sociale.

Coppie senza figli

La rivoluzione più profonda riguarda però la famiglia. Nel 2025 in Italia ci sono 7,5 milioni di coppie con figli, pari al 28,1% delle famiglie. Nel 2050 ne resteranno 5,8 milioni: 1,7 milioni in meno, con un crollo del 22,3%. Le coppie senza figli compiranno il percorso opposto, salendo da 5,4 a 5,9 milioni.

Il sorpasso nazionale avverrà nel 2047. Ma per il Piemonte c’è un dato ancora più significativo: nel Nord avverrà nove anni prima, già nel 2038. Da quel momento le coppie senza figli saranno più numerose di quelle con figli.

Nel 2050, nel Nord, appena il 21% delle famiglie sarà costituito da coppie con figli, contro il 26,8% di oggi. Le coppie senza figli saliranno dal 21,8 al 22,4%. E soprattutto esploderà il numero di chi abita da solo: dal 38,6 al 42,7% delle famiglie.

Non significa necessariamente una società di single. Dietro quel dato c’è soprattutto l’invecchiamento. In tutta Italia le persone sole passeranno da 10 a 11,6 milioni e, nel 2050, 6,6 milioni avranno almeno 65 anni. Gli ultrasettantacinquenni che vivono da soli saranno 4,7 milioni, 1,7 milioni in più di oggi. È probabilmente questa una delle immagini più nette dell’Italia che verrà: meno bambini, meno lavoratori, più anziani e moltissime case abitate da una sola persona.

Meno lavoratori, anche se lavoreremo di più

La demografia presenterà infine il conto all’economia. Entro il 2050 l'Italia perderà quasi 7 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni. L’aumento della partecipazione al mercato del lavoro riuscirà ad attutire il colpo, ma non ad annullarlo: le forze di lavoro passeranno da 24,8 a 21,4 milioni, con 3,4 milioni di potenziali lavoratori in meno. Nel Nord-Ovest la diminuzione degli attivi sarà dell'8,7%, il dato meno negativo tra le grandi ripartizioni insieme al Nord-Est.

Il tasso di attività del Nord-Ovest dovrebbe infatti crescere dal 72,2% del 2025 al 74,9% nel 2050. Si lavorerà dunque di più e più a lungo, aumenterà soprattutto la partecipazione femminile e resteranno attive più persone nelle fasce di età elevate. Ma saranno comunque troppo poche per compensare completamente il vuoto lasciato dalla demografia.

Il futuro tratteggiato dall’Istat non è dunque semplicemente quello di un Paese con qualche milione di abitanti in meno. È quello di una società costruita su proporzioni completamente diverse: meno giovani per sostenere più anziani, meno famiglie con figli e più persone sole, meno lavoratori e territori periferici sempre più difficili da tenere vivi.

Per il Piemonte la questione sarà particolarmente concreta: Torino e gli altri poli urbani avranno maggiori possibilità di reggere l’urto, mentre per molte aree montane e periferiche il rischio è che il declino demografico diventi anche declino dei servizi. I numeri regionali, provinciali e comunali della nuova base Istat permetteranno di misurare esattamente questa distanza. Ma la direzione, purtroppo, è già scritta.

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