Liste d'attesa e visite a pagamento. L'Anac lancia l'allarme alle Regioni
Stefano Rizzi 17:05 Lunedì 31 Agosto 2026Il complicato rapporto tra le prestazioni del servizio pubblico e quelle in libera professione. I rischi di una gestione con zone grigie e controlli non sufficienti. Città della Salute: il sopralluogo di Tranchida. Le misure dall'Autorità Nazionale Anticorruzione
“L’intramoenia, soprattutto in relazione alla gestione delle liste d’attesa, può rappresentare un’area di rischio”, favorendo vantaggi economici indebiti con conseguenze per i cittadini. A lanciare l’allarme sulle possibili degenerazioni della libera professione esercitata dai medici dipendenti del servizio sanitario pubblico è l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), nel suo “Catalogo dei rischi corruttivi e delle misure di prevenzione nel settore sanitario”, appena pubblicato.
Il rapporto tra visite a pagamento effettuate dai medici ospedalieri e lunghezza delle liste d’attesa – sempre respinto e negato dai sindacati dei camici bianchi – viene indicato dall’Anac come possibile fonte di comportamenti illeciti e di ripercussioni sui pazienti, ma anche sullo stesso sistema sanitario pubblico. L’Autority traccia una sintesi dei rischi che possono emergere quando non viene riservata la necessaria attenzione alla gestione di questa pratica prevista dalla legge, sia pure con chiare limitazioni e altrettanto precise prescrizioni.
L’Autorità presieduta da Giuseppe Busia indica, tra i possibili rischi, la “produzione di false dichiarazioni ai fini del rilascio dell’autorizzazione” a esercitare la libera professione. Ma sottolinea anche una questione spesso liquidata, sia dai vertici delle aziende sanitarie sia dalla politica regionale, come una prassi ormai consolidata: “lo svolgimento dell’intramoenia allargata in violazione delle regole” relative all’utilizzo degli spazi interni alle strutture pubbliche. Spazi che sempre più spesso vengono dichiarati insufficienti, aprendo così la strada al ricorso a strutture private.
Il caso Città della Salute
Un punto, questo, che in Piemonte ha avuto e ha tuttora casi eclatanti. Basti pensare che, fino a pochissimi anni fa, alla Città della Salute di Torino l’intramoenia realmente esercitata dentro le mura della struttura di corso Bramante non superava il 19%. E quando l’allora commissario Thomas Schael incominciò – sia pure con i suoi modi teutonici – a mettere mano a una situazione a dir poco anomala, decretò di fatto il proprio licenziamento dopo appena pochi mesi dall’insediamento, provocando una reazione durissima del sindacato che avrebbe poi trovato sponda nella politica.
Schael, nel frattempo, era riuscito a incominciare a rimettere a disposizione i locali inutilizzati del San Giovanni Antica Sede, proprio con l’obiettivo di riportare l’intramoenia dove la legge prevede che venga svolta. E sempre al San Giovanni Antica Sede, pochi giorni fa, ha effettuato un sopralluogo l’attuale direttore generale della Città della Salute, Livio Tranchida, scoprendo, a quanto pare, che il percorso tracciato dal suo predecessore non è stato poi portato fino in fondo. Un elemento che lascia supporre come permangano alcune resistenze a riportare all’interno dell’ospedale pubblico la libera professione.
Più fuori che dentro le mura
La pratica di effettuare in studi e cliniche private l’intramoenia non è certo una peculiarità della Città della Salute. In tutta la regione, nonostante i richiami alla legge, moltissimi professionisti continuano a esercitarla all’esterno, anche in più strutture e talvolta in luoghi lontani da quello in cui lavorano come dipendenti del Servizio sanitario nazionale.
L’Anac scrive chiaramente che tra i rischi c’è anche quello di “trattamenti più favorevoli ai pazienti trattati in libera professione” rispetto a coloro che prenotano una visita o un intervento attraverso il servizio pubblico, con il solo pagamento del ticket quando previsto. Da ultimo, ma non certo per importanza, c’è il pericolo che fenomeni corruttivi si annidino anche nella “gestione inefficiente delle liste di attesa” e nella “non corretta attribuzione delle classi di priorità” indicate nelle prescrizioni ai pazienti.
Prescrizioni alle Asl
L’Autorità non si limita a indicare i pericoli, ma fornisce a Regioni e aziende sanitarie una serie di indicazioni e, più precisamente, di misure la cui applicazione dovrebbe ridurre i rischi legati alla corruzione. Tra queste, indica “la verifica preventiva e periodica della sussistenza dei requisiti necessari allo svolgimento dell’intramoenia, anche per quella da svolgersi presso studi professionali”. E qui sarebbe interessante sapere se, e con quale frequenza, questa verifica venga effettivamente svolta da ciascuna Asl o azienda ospedaliera.
Un’altra misura riguarda “l’obbligo di tracciabilità delle attività svolte e dei volumi in relazione agli obiettivi istituzionali e verifica del loro rispetto in modo da assicurare il corretto ed equilibrato rapporto tra attività istituzionale e libero professionale”.
Più trasparenza
Tra le varie indicazioni, ma anche tra le disposizioni più stringenti, l’Anac pone l’accento sull’“adozione di ulteriori misure per rafforzare la trasparenza dell’attività in libera professione in tutte le sue fasi”, non senza richiamare “la priorità nell’impiego delle tecnologie tenendo conto del necessario bilanciamento tra prestazioni in libera professione e quelle fornite dal servizio pubblico”.
Le indicazioni sono chiare. Ma il fatto stesso che l’Autorità nazionale anticorruzione ritenga necessario mettere nero su bianco una così ampia serie di rischi e di misure per prevenirli conferma come le regole, ad essere ottimisti, non sempre vengano applicate con la puntualità e il rigore che richiederebbero.


