INTERVISTA

"Nessuna legge anti Vannacci.
Al voto meglio in primavera"

Il capogruppo di FdI al Senato Malan replica a chi collega l'ipotesi (già in discesa) del ballottaggio per contrastare Futuro Nazionale: "Ne parlavamo già quando era vicesegretario della Lega". E sulla scadenza della legislatura pesa il nodo della finanziaria

“Se volessimo cambiare la legge solo per il nostro interesse, faremmo prima a tenerci il Rosatellum”. Così il senatore piemontese Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Madama, risponde a chi ha già ribattezzato “legge anti-Vannacci” la riforma elettorale, alla luce della proposta di istituire il ballottaggio tra le principali coalizioni avanzata dall’ex presidente del Senato Marcello Pera, che terrebbe Futuro Nazionale fuori dalla contesa.

Un’ipotesi che perde sempre più terreno di fronte allo scetticismo degli alleati. E mentre la premier Giorgia Meloni festeggia il record di longevità del suo governo, anche Malan lascia intendere che difficilmente la legislatura arriverà alla scadenza naturale dell’ottobre 2027: “Nel 2022 siamo stati fortunati, ma votando in autunno si rischia di non fare la finanziaria”.

Senatore Malan, state lavorando a una legge elettorale contro Vannacci?
«Non mi stupisce che venga letta così, visto che in questo periodo si mette in mezzo Vannacci anche quando si parla di cucina, ma la realtà è ben diversa. Quella del ballottaggio era un’ipotesi allo studio già nella prima fase, quella precedente al deposito della proposta di legge, quando Vannacci era ancora vicesegretario della Lega e non esisteva alcuna questione di questo tipo. A dirla tutta, la legge migliore per noi sarebbe il Rosatellum, visto che siamo saldamente il primo partito e, senza una maggioranza chiara, nessuno potrebbe fare a meno di noi».

E allora perché volete cambiarla?
«Per garantire stabilità al Paese, molto semplicemente. Come si è visto in questi ultimi quattro anni, un esecutivo stabile porta benefici sotto tutti gli aspetti, a partire da quello economico, con i mercati che sono di certo più tranquilli se non si cambia direzione ogni anno. Ma se ci siamo riusciti questa volta è stato per puro caso, trovandoci di fronte un centrosinistra diviso in tre. Quando si è andati a votare con la stessa legge nel 2018, invece, ci sono voluti tre mesi per trovare una maggioranza. Non possiamo permettercelo».

Anche la proposta di introdurre il ballottaggio va letta in questo senso?
«Certo. Poi, anche qui, ovviamente ci sono vantaggi e svantaggi. Non essendoci mai stato a livello nazionale, non sappiamo bene che effetto avrà sugli elettori andare a votare due volte e sappiamo bene che all’interno della maggioranza ci sono visioni differenti. Ma, come ho già detto, è una proposta allo studio da tempo, che dovrà essere valutata. Marcello Pera ha presentato un emendamento che verrà votato direttamente in Aula, quindi si tratta di un’iniziativa di natura parlamentare. Quando sarà il momento faremo il punto con gli alleati e troveremo una quadra, come è già successo per le preferenze».

Un’altra obiezione, avanzata anche da esponenti della maggioranza, è che abolendo i collegi uninominali si tolga rappresentanza al Nord.
«Guardi, io vengo dal Nord e sono sempre stato eletto nel mio collegio, quindi penso di poter parlare con cognizione di causa. La spinta maggioritaria derivante dagli uninominali è relativa: vincere in qualche collegio al Nord serve a poco se poi si perdono le elezioni. È vero che i seggi assegnati con il premio di maggioranza sono attribuiti su base nazionale, ma vengono distribuiti proporzionalmente su tutto il territorio: il Nord non ci perde nulla. Per quanto mi riguarda, è un problema che non si pone».

Intanto il governo Meloni è diventato il più lungo della storia repubblicana. Ora si può pensare al voto?
«Innanzitutto questo record non è un mero dato statistico, ma un successo politico. Siamo al governo da quattro anni perché, con tutte le difficoltà del caso, siamo riusciti a portare risultati che sono sotto gli occhi di tutti: l’occupazione è cresciuta, i reati sono in calo, così come l’immigrazione clandestina. Poi si può sempre fare meglio, ma siamo arrivati in un momento difficilissimo, tra pandemia, inflazione e guerre».

Quindi si vota in primavera o in autunno?
«Votare in autunno porta con sé un grosso problema, visto che si schiaccerebbero i tempi per discutere la manovra finanziaria, che è di gran lunga il provvedimento più importante. Ci sarà un motivo se è successo solo una volta in cento anni. Anche in questo caso, nel 2022 siamo stati fortunati e siamo riusciti a fare un governo in nove giorni. Ma questa volta rischiamo di metterci mesi, come nel 2018. Per questo conviene votare in primavera, anche se con il ballottaggio potrebbero cambiare le cose».

In primavera ci sono anche le amministrative. A quel punto si fa l’election day?
«Questa è una cosa che si esaminerà a tempo debito. Sicuramente è nel novero delle ipotesi».

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