La morte della politica è online

La prassi lo impone: anche quest’anno non poteva mancare il solito scandaletto politico estivo. Il mese di agosto è decisamente il più opportuno per avviare dibattiti sul cattivo stato di salute della democrazia, ed è il miglior momento per mettere in discussione sia le pessime abitudini degli eletti, sia l’utilità di alcuni organi istituzionali.

La distrazione vacanziera perdona tutto: un distacco dalle vicende prodotte dal malgoverno, centrale come locale, che è purtroppo di moda in tutte le stagioni. L’opinione pubblica, ormai, sembra indifferente persino quando il focus giornalistico si concentra sul tormentone “gettoni di indennità e benefit”, temi sempre utili alla realizzazione dello scoop. L’abitudine allo scandalo ha avuto la meglio sui sentimenti di indignazione, lasciando spazio solamente all’indifferenza.

L’inedia balneare in cui cadono i cittadini è complice dello scarso approfondimento riservato ai fatti. Tutto si riassume spesso nel tentativo di destare l’attenzione del pubblico citando alcune parole magiche, come appunto “gettoni”, senza mai uscire dal recinto del populismo e della superficialità. Il danno sociale derivato da determinati atteggiamenti delle assemblee elettive va, in realtà, ben oltre i cedolini dispensati ai consiglieri.

In gioco non entrano solo le spese di bilancio dedicate alla politica circoscrizionale. Tale spreco, quando si verifica concretamente, incide in minima parte sulle risorse pubbliche rispetto a tante altre cattive abitudini che caratterizzano il governo della res pubblica. Tra queste spiccano l’assenza di trasparenza nell’assegnazione a pioggia dei contributi, l’esternalizzazione spesso selvaggia di impianti sportivi e beni immobili appartenenti alla Circoscrizione, il confronto dialettico tra i gruppi consiliari ridotto a collegamenti da remoto e la totale assenza di partecipazione da parte dei residenti del quartiere.

L’organo comunale simbolo del decentramento, nato dal magnifico lavoro dei comitati spontanei e dei consigli di fabbrica negli anni ’70, è ormai ridotto a meccanismi democratici in affanno, il cui unico scopo sembra quello di concedere finanziamenti alle realtà che ne fanno domanda. Un’attività monopolizzante che di tanto in tanto lascia un po' di spazio a quella di “agenzia immobiliare”, ossia di concessione a titolo gratuito dei locali appartenenti a plessi scolastici comunali.

Opinionisti, assessori e commentatori vari non fanno cenno neppure al paradosso più evidente, insito nella modalità scelta da alcune circoscrizioni per svolgere le sedute consiliari o le commissioni di lavoro: quella di affidare la propria attività politica alle telecamere. Ci si collega online da casa mentre si è impegnati a cucinare sui fornelli, oppure dal proprio posto di lavoro, magari senza ricordarsi di timbrare il badge per sospendere l’attività da dipendenti.

Versare il gettone a chi si impegna seriamente nell’attuazione dei principi costituzionali non rappresenta uno spreco di denaro pubblico. Lo sperpero sopraggiunge quando amministrare significa esclusivamente dispensare contributi a pioggia, sul modello “chiedete e vi sarà dato”, affidare beni comuni in base a criteri clientelari oppure favorire alcune realtà a scapito di altre. Dilapidare risorse economiche significa anche ridurre i consigli elettivi a luoghi di pura e semplice presa d’atto delle decisioni della giunta di turno, distruggendo organi consacrati alla partecipazione dal basso e riducendoli a tristissime sale vuote.

L’indennità destinata ai consiglieri diventa invece un beneficio del tutto immotivato quando il confronto politico (quello vero) abbandona il dibattito dialettico, fatto anche di sguardi e scontri appassionati, per trasformarsi in un freddo telelavoro svolto da remoto: un atto di rito compiuto meccanicamente mentre si prende il sole al mare o si fa la spesa al mercato.

La politica è in piena fase di resa agli interessi personali e alla pigra arroganza: l’uomo “giusto” a cui affidare il destino del Paese, a patto di non disturbarlo e tantomeno contestarlo, attende pazientemente il proprio turno.

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