FINANZA & POTERI

Messina chiama a corte i vassalli: da Torino parte l'assalto di Mps

Giovedì l'assemblea di Intesa al grattacielo per la conquista di Siena. Gilli (Compagnia) e Azzone (Cariplo) sono già in tripudio, i grandi soci si allineano. Sul piatto 30,6 miliardi e una superbanca da 16 miliardi di utili. E vai con gli inchini a Carlo Magno

Giovedì prossimo, 10 settembre, Carlo Messina riunirà i suoi vassalli. Formalmente sono azionisti, naturalmente, e saranno loro a votare. Ma da tempo in Intesa Sanpaolo la distinzione tra chi possiede la banca e chi determinando strategie, ambizioni e confini dell’impero comanda davvero è diventata piuttosto sottile. E stavolta l’impero potrebbe allargarsi parecchio.

Alle 10, a Torino, nel grattacielo di corso Inghilterra, l’assemblea sarà chiamata ad autorizzare il consiglio di amministrazione ad aumentare il capitale al servizio dell’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria su Monte dei Paschi di Siena. Dietro la formula notarile c’è il primo vero passaggio societario dell’ultima operazione escogitata da Messina: mettere le mani sul Monte e, attraverso Mps, ridisegnare una parte consistente della finanza italiana.

Il voto, salvo sorprese che al momento appaiono assai improbabili, dovrebbe consegnargli le munizioni necessarie. Del resto, nei giorni che precedono l’assemblea il sovrano di piazza della Scala non ha mancato di tastare gli umori della corte. E i feudatari maggiori sembrano tutt’altro che renitenti.

La moneta per conquistare Siena

L’operazione vale 30,6 miliardi di euro. Per ogni azione Mps portata in adesione Intesa offre 1,6 azioni di nuova emissione più un euro in contanti. Ai prezzi del 5 giugno, il corrispettivo attribuiva a ciascun titolo di Rocca Salimbeni un valore di 10,091 euro, con un premio del 12,5% rispetto alla quotazione precedente l’annuncio e del 17,4% sulla media dei tre mesi precedenti.

Non è escluso che Messina tenga ancora qualche carta nel mazzo. Sul mercato c’è chi ipotizza un eventuale rilancio soltanto a ridosso dell’assemblea di Mps, con l’obiettivo di rendere definitivamente impraticabili le due contro-operazioni imbastite da Siena su Banca Generali e Banco Bpm. Per ora, però, Ca’ de Sass non ha bisogno di scoprire altro.

In caso di adesione totale, Intesa potrà emettere fino a 4,86 miliardi di nuove azioni, pari al 21,748% del capitale post aumento, cui si aggiungono circa 3 miliardi in contanti destinati a rendere più appetibile l’offerta. È questa la delega che Messina chiede ai soci giovedì.

Una diluizione importante, dunque. E per convincere gli azionisti che il sacrificio sarà ben ricompensato, il banchiere ha messo sul tavolo un argomento che, dai tempi dei Medici fino alla moderna finanza, conserva una certa capacità persuasiva: 61 miliardi di distribuzioni complessive agli azionisti tra il 2025 e il 2029.

Una superbanca da 11 miliardi di utili

Se il disegno arriverà in fondo, nascerà la seconda banca dell’Eurozona per capitalizzazione, alle spalle soltanto della spagnola Santander. Ma la vera trasformazione non starebbe soltanto nelle dimensioni. Messina punta a un gruppo meno dipendente dal tradizionale mestiere di prestare denaro e molto più esposto alle attività ad alto margine: risparmio gestito, private banking, consulenza, investment banking e servizi finanziari.

I numeri pro forma spiegano la scala dell’operazione: 27 milioni di clienti, circa 1.700 miliardi di attività finanziarie, quasi 3 mila filiali in Italia e oltre 9 mila private banker e consulenti finanziari. Gli impieghi arriverebbero a 526 miliardi, la raccolta diretta a 711 miliardi e quella indiretta a 988 miliardi, dei quali 649 miliardi di risparmio gestito.

Il nuovo colosso partirebbe da circa 33 miliardi di proventi operativi netti e 11,3 miliardi di risultato netto, mantenendo un rapporto tra crediti deteriorati netti e impieghi, l’Npl ratio, all’1,1%. Poi ci sono le sinergie. Intesa ne calcola 2,9 miliardi l’anno prima delle imposte: 1,5 miliardi dal contenimento dei costi e 1,4 miliardi dai maggiori ricavi. Se le previsioni saranno rispettate, nel 2029 la creatura di Messina dovrebbe produrre oltre 16 miliardi di utile netto, con un Roe superiore al 20% e un Cet1 oltre il 14%. Numeri da impero, appunto.

Generali, Mediobanca e il vero tesoro

C’è poi un bottino che va ben oltre Siena. Con Mps arriverebbe indirettamente anche il 13,32% di Generali oggi detenuto da Mediobanca, partecipazione che quest’anno ha prodotto circa 330 milioni di dividendi. È uno dei tasselli che fanno capire perché la partita non riguardi semplicemente l’aggregazione tra due banche, ma gli equilibri dell’intero capitalismo finanziario italiano.

Nell’investment banking, l'integrazione delle attività di Mediobanca con Imi dovrebbe irrobustire ulteriormente Intesa nelle operazioni di M&A e nel debt capital market. Nel credito al consumo, invece, l’arrivo di Compass consentirebbe al gruppo di conquistare la prima posizione in Italia.

Ma il cuore della scommessa resta la gestione della ricchezza. Messina vuole utilizzare la gigantesca rete distributiva di Intesa e il posizionamento di Mediobanca per spostare ancora più decisamente il baricentro verso commissioni, consulenza e risparmio gestito. Meno vecchio sportello, più fabbrica finanziaria.

San Paolo resta il primo vassallo

L’operazione cambierà anche la geografia della corte. Ed è qui che Torino, in una vicenda ormai nazionale ed europea, conserva un pezzo non irrilevante di potere.

Se tutti gli azionisti Mps aderissero, i 4,86 miliardi di nuovi titoli si aggiungerebbero ai circa 17,5 miliardi di azioni Intesa oggi in circolazione. I calcoli sono necessariamente provvisori: bisognerà considerare gli effetti degli acconti sui dividendi sul concambio e l’eventuale completamento della fusione tra Mediobanca e Mps. Ma la fotografia attuale offre già un’indicazione piuttosto chiara.

La Compagnia di San Paolo resterebbe il primo azionista italiano, scendendo dall’attuale 6,602% a circa il 5,2%. BlackRock, presente pesantemente in entrambi gli istituti, salirebbe complessivamente attorno al 6,98%, mentre Fondazione Cariplo passerebbe dal 5,5 al 4,3%. Tra i grandi soci oggi presenti nel Monte, Delfin vedrebbe il suo 17,533% di Mps trasformarsi in circa il 3,8% di Intesa. Francesco Gaetano Caltagirone si collocherebbe tra il 2,2 e il 2,9%, a seconda della quota Mps presa come riferimento, mentre Banco Bpm avrebbe circa lo 0,8%. Anche lo Stato diventerebbe azionista di Ca’ de Sass: il ministero dell’Economia, oggi titolare del 4,863% del Monte, si ritroverebbe con circa l’1% di Intesa. Tra le fondazioni, CariFirenze e Cariparo si attesterebbero poco sotto l’1,5%, mentre Carisbo e la cuneese Fondazione CrC resterebbero appena sotto l’1%. Sul versante dei grandi fondi internazionali, Vanguard arriverebbe al 3,4%, State Street all’1,8% e Norges Bank all’1,6%.

Insomma, Messina diluisce tutti e contemporaneamente allarga la corte. Con il non trascurabile risultato che, dopo aver conquistato Siena, si ritroverebbe nel proprio libro soci anche alcuni dei protagonisti delle guerre bancarie combattute negli ultimi anni.

Gilli e Azzone benedicono l’imperatore

Dai due principali azionisti di matrice ex bancaria arrivano tripudi, peana e genuflessioni. Marco Gilli, presidente della Compagnia di San Paolo, ha letto l’operazione come un rafforzamento non soltanto della banca ma del peso italiano nel sistema finanziario europeo. La quota torinese sarà diluita, ma la Compagnia resterà saldamente in testa tra gli azionisti italiani. E Gilli ha persino lasciato aperta la prospettiva di utilizzare la maggiore solidità patrimoniale per rafforzare in futuro altre partecipazioni strategiche, Generali compresa.

Altrettanto convinto Giovanni Azzone, presidente di Cariplo e dell’Acri, che fin dal lancio ha sostenuto l’operazione sottolineandone la capacità di creare valore per gli azionisti e per le comunità, insieme alla tutela del risparmio e alla vocazione sociale di Intesa. Per Azzone all’Italia serve un vero campione nazionale capace di giocare nella prima divisione bancaria europea. Quando i principali feudatari applaudono prima ancora che si apra l’assemblea, Carlo Magno può ragionevolmente dormire sonni tranquilli.

La maratona delle autorizzazioni

Il voto del 10 settembre, però, non consegnerà ancora Siena a Torino. Il percorso autorizzativo è una maratona iniziata a fine giugno con il deposito in Consob del documento d’offerta. Tra Bce, Ivass, Antitrust, golden power e autorità straniere, considerando la presenza internazionale dei gruppi coinvolti, serviranno complessivamente circa quaranta autorizzazioni.

La tabella di marcia prevede di arrivare entro novembre al via libera finale al prospetto da parte della Consob presieduta da Guido Stazi, autorizzazione che potrà giungere soltanto dopo gli altri nulla osta necessari. A quel punto si aprirà il periodo di adesione e gli azionisti di Mps avranno indicativamente tra quattro e sei settimane per decidere se consegnare le loro azioni.

Prima viene però Torino. Giovedì Messina chiederà ai proprietari di Intesa il permesso di stampare la moneta azionaria necessaria alla conquista. Compagnia di San Paolo e Cariplo hanno già fatto capire da che parte stanno, i grandi fondi difficilmente sembrano intenzionati a mettersi di traverso e il dominus di Ca’ de Sass può prepararsi all’incoronazione assembleare. Poi toccherà a Siena decidere se aprire le porte. L’assemblea deve ancora votare, ma a giudicare dagli inchini della vigilia a Carlo V non resta che contare i presenti. I voti, quelli, sembrano già contati.

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