VERSO IL 2027

Il centrodestra batte il cinque, regge lo schema per i Comuni

FdI mette le mani su Torino e Asti, Molinari prenota Alessandria, a Novara sale Invernizzi e a Cuneo avanza Collidà. Caselle da chiudere in un unico accordo, tra veti, ambizioni e compensazioni. Con due incognite: le Politiche anticipate e il futuro di Cirio

A sinistra sognano il cappotto, a destra stanno ancora decidendo chi mandare in campo. A poco più di sei mesi dalle amministrative della primavera 2027, nei cinque capoluoghi piemontesi chiamati al voto – Torino, Novara, Cuneo, Alessandria e Asti – il centrodestra ha una bozza di spartizione, parecchi candidati in pectore e quasi nessun nome definitivamente blindato. Una situazione speculare a quella del centrosinistra, dove almeno a Torino e Alessandria gli uscenti, i “simpaticoni” Stefano Lo Russo e Giorgio Abonante, sono confermati, mentre ad Asti Michele Miravalle è già molto avanti e i veri nodi restano soprattutto Cuneo e Novara.

Si tratta di una partita che va ben oltre i confini dei cinque municipi. Perché sul tavolo ci sono contemporaneamente i rapporti di forza tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, l’incognita del nuovo soggetto politico di Roberto Vannacci, il destino di Alberto Cirio, che continua a guardare verso Roma, e soprattutto la possibilità che Comunali e Politiche finiscano nello stesso election day di primavera.

Lo schema di accordo territoriale che dovrà prima o poi essere portata al tavolo nazionale per l’imprimatur definitivo, al momento sembra reggere: due capoluoghi al partito di Giorgia Meloni, uno alla claudicante formazione di Matteo Salvini, uno a un civico scelto in comune accordo e uno a un civico di area Costa-Cirio, cioè nel quadrante moderato che gravita attorno alla casamatta berlusconiana. Una divisione apparentemente ordinata. Peccato che, appena si scende dalle caselle ai nomi, comincino i problemi.

Torino, il dilemma Marrone

La partita principale è naturalmente Torino. Qui Fratelli d’Italia rivendica il candidato e il nome in cima alla lista continua a essere quello di Maurizio Marrone, vicepresidente della Regione e uomo dalla caratterizzazione politica molto marcata. È il candidato preferito da chi immagina una campagna polarizzata contro Lo Russo, tutta giocata sull’identità e sulla mobilitazione delle tifoserie.

Proprio ciò che piace ai suoi sostenitori, però, preoccupa i suoi antagonisti interni. La candidatura Marrone continua a subire il fuoco amico dell’area moderata della coalizione e incontra perplessità anche dentro FdI, compreso Giovanni Crosetto (latore, forse, del pensiero dell’augusto zio). Il timore è che un profilo così fortemente connotato consolidi il proprio elettorato ma renda assai più difficile conquistare quella fascia moderata senza la quale Palazzo Civico resta irraggiungibile.

Un dubbio che trova conforto anche nel sondaggio riservato riferito dallo Spiffero a fine agosto: Lo Russo parte nettamente avanti e Marrone funziona bene nel proprio campo, assai meno quando deve uscirne. È proprio a seguito di quella rilevazione che è riemerso anche il nome di Enzo Ghigo, profilo assai diverso e certamente più rassicurante per il centro moderato. Forza Italia continua infatti a preferire un civico o comunque un candidato meno identitario. E sullo sfondo rimane Paolo Damilano, con la sua Torino Bellissima e quel patrimonio elettorale che nel 2021 lo portò al ballottaggio contro Lo Russo.

A complicare ulteriormente il quadro c'è il calendario nazionale. Se Comunali e Politiche coincidessero, Marrone diventerebbe assai più difficile da scalzare: a Meloni potrebbe convenire schierare nelle grandi città uomini di partito capaci di trascinare voti verso FdI, anche dove la conquista del municipio appare difficile. Se invece le due elezioni fossero separate, tornerebbe prevalente la ricerca del candidato più competitivo per la coalizione. E non necessariamente sarebbe lo stesso.

Cuneo, il laboratorio del “partito della Granda”

Se Torino è la partita più importante, Cuneo è forse quella politicamente più interessante. Qui si tenta infatti un esperimento opposto: mettere i partiti dietro e il civismo davanti. Il nome attorno al quale da mesi lavorano Enrico Costa, capogruppo di FI alla Camera, il presidente della Provincia Luca Robaldo e, più discretamente, lo stesso Cirio è quello dell’avvocato Enrico Collidà, 58 anni, professionista molto conosciuto in città, già consigliere comunale e con un passato nell’Udc, oggi presidente di LaGemma Venture, società interamente partecipata dalla Fondazione CrC.

L’idea è quella di un Patto civico capace di raccogliere l’area moderata, coinvolgere anche mondi esterni al centrodestra tradizionale e soltanto successivamente chiedere ai partiti di salire a bordo. Una formula che guarda dichiaratamente a esperienze precedenti e che potrebbe attrarre anche Azione, già interessata all’operazione.

Non sarebbe una scelta casuale. A Cuneo il centrodestra ha pagato ripetutamente la difficoltà di allargarsi oltre il proprio recinto, mentre il civismo moderato ha dimostrato di possedere radici profonde. Federico Borgna nel 2012 riuscì a costruire attorno a sé un'alleanza trasversale capace di vincere la città; Collidà allora era candidato a suo sostegno. Oggi si proverebbe a ripetere lo schema spostandone il baricentro verso destra.

Il problema è convincere FdI e Lega ad accettare di fare da comprimari. Se al tavolo nazionale dovesse prevalere la vecchia logica delle bandierine, entrambi potrebbero pretendere un candidato politico con simboli bene in vista. E sarebbe il ritorno a uno schema che nel capoluogo della Granda non ha certo regalato grandi soddisfazioni al centrodestra. Tanto più che dall’altra parte Patrizia Manassero non appare entusiasta di un secondo mandato e il centrosinistra è ancora alle prese con le alternative Sara Tomatis e Giulia Marro. Insomma, proprio dove gli avversari non hanno ancora chiuso la partita, il centrodestra potrebbe avere l’occasione di anticiparli. Sempre che non riesca, come spesso accade, a complicarsela da solo.

Alessandria, Molinari presenta il conto

Ad Alessandria la partita porta inevitabilmente a Riccardo Molinari. Il capoluogo mandrogno resta il feudo del segretario piemontese e capogruppo alla Camera della Lega e, dopo la sconfitta del 2022, il Carroccio vuole riprendersi Palazzo Rosso.

Il nome su cui Molinari lavora è quello di Mattia Roggero, giovane capogruppo leghista in Consiglio comunale, che avrebbe anche il vantaggio di rappresentare un ricambio generazionale. Forza Italia ha però coltivato un’altra candidatura, quella del consigliere regionale Davide Buzzi Langhi, figlio di Francesca Calvo, la storica sindaca che guidò Alessandria dal 1993 al 2002. Una candidatura che ancora pochi mesi fa gli uomini di Paolo Zangrillo davano per tutt’altro che sacrificabile. Poi è arrivata Valenza.

Nel maggio scorso Zangrillo ha fatto il diavolo a quattro per imporre Alessia Zaio come candidata del centrodestra, facendo saltare la ricandidatura del sindaco leghista uscente Maurizio Oddone. Il risultato è stato disastroso: Zaio si è fermata al 23,47%, terza, lasciando per strada perfino il ballottaggio; la Lega è precipitata al 4,08%. A vincere, dopo il secondo turno, è stato il civico-centrista Luca Ballerini.

Una débâcle che, in fondo, a Molinari non è dispiaciuta troppo. Zangrillo ha giocato la propria carta a Valenza e l’ha persa. Adesso il leader leghista può presentare il conto su Alessandria, dove per gli azzurri sarà assai più difficile pretendere di imporre Buzzi Langhi.

Di fronte c'è Abonante, che parte verso la ricandidatura sostenuto dal centrosinistra e dal Movimento 5 Stelle. Per la Lega, dunque, Alessandria non è soltanto una casella nella spartizione regionale: è la città da riconquistare.

Novara, la candidata che viene dalla società civile

A Novara il problema è opposto. Qui il centrodestra governa, ma Alessandro Canelli ha esaurito i due mandati e la Lega non dispone di un erede naturale dello stesso peso. L’assessore regionale Matteo Marnati, da qualcuno (a partire da se stesso) indicato come possibile successore, viene considerato da molti un candidato poco competitivo (“Con lui perdiamo di fisso”).

Il ridimensionamento elettorale del Carroccio ha così aperto spazi a Fratelli d’Italia e Forza Italia, dove la consigliera regionale Daniela Beccaria punta ad avere un peso maggiore nelle scelte provinciali facendo le scarpe al vecchio notabile azzurro Diego Sozzani. A destra incombe inoltre Futuro Nazionale di Vannacci, che dovrà decidere se correre da solo oppure trattare con il centrodestra.

Il luogotenente meloniano Gaetano Nastri aveva inizialmente provato a far convergere la coalizione su Edoardo “Dodo” Brustia, presidente del Consiglio comunale di Palazzo Cabrino: uomo stimato, di buona famiglia e con molti voti personali, ma giudicato da più parti troppo fragile per sostenere sulle proprie spalle una candidatura a sindaco. Così ha preso quota Anna Chiara Invernizzi, attorno alla quale, di ora in ora, si allarga la schiera degli estimatori. Classe 1969, docente di Economia e management all’Università del Piemonte Orientale, ex vicepresidente di Confindustria Novara e della Fondazione Crt, oggi vicepresidente della Fondazione Comunità Novarese e responsabile della delegazione locale della Fondazione Umberto Veronesi: è esattamente il genere di candidatura civica che può consentire alla coalizione di uscire dai propri confini.

E soprattutto ha una madrina di peso: Mariella Enoc, novarese, figura storicamente influente nel mondo sanitario, delle fondazioni e vaticano, già vicepresidente di Fondazione Cariplo e per anni presidente dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Negli ambienti novaresi Invernizzi viene da tempo indicata come una sua pupilla. A gennaio Canelli le ha consegnato il titolo di “Novarese dell'Anno 2025”, il Sigillum Communitatis Novariae, durante le celebrazioni di San Gaudenzio. Ufficialmente il riconoscimento premiava il suo impegno nell’economia, nell’università, nella ricerca e nel volontariato. Politicamente, qualcuno lo lesse già allora come qualcosa di più: una prima investitura pubblica per preparare la successione.

Nastri all’epoca storse il naso, ma più per il metodo che per il nome: non tanto contro Invernizzi, considerata forte e spendibile, quanto contro il tentativo di Canelli e della Lega di apparecchiare la successione senza una preventiva concertazione con gli alleati. Le distanze, però, sembrano essersi ridotte e Novara potrebbe diventare proprio la casella civica del maxi-accordo regionale.

Asti, Coppo favorito

Infine Asti, dove dopo dieci anni finisce l’era del forzista Maurizio Rasero che, nel frattempo, si è assicurato la poltrona di presidente della Banca. Qui la casella dovrebbe passare a Fratelli d’Italia e il candidato designato è il deputato Marcello Coppo. Sul suo nome pesa anche una considerazione romana: con le prossime Politiche la rielezione in Parlamento viene giudicata tutt’altro che semplice, e Palazzo Civico potrebbe offrirgli una soluzione politica importante. In base alla rotazione interna della coalizione, dopo il decennio di Forza Italia toccherebbe dunque a FdI.

Ma c'è Fabio Carosso. L’ex vicepresidente della Regione, leghista di lungo corso e uomo che ha mantenuto un rapporto molto stretto con Cirio, non ha mai nascosto le proprie ambizioni sulla città. Le sue sponde nel Carroccio oggi sono più deboli e da settimane circolano indiscrezioni su un possibile avvicinamento a Vannacci. Proprio la candidatura a sindaco di Asti potrebbe essere l’unica offerta abbastanza pesante da convincerlo a restare. Anche Rasero e Cirio vedrebbero con favore una sua discesa in campo. FdI, però, non ha alcuna intenzione di rinunciare facilmente a Coppo.

Cinque sindaci e una Regione

Alla fine il risiko dei Comuni porta sempre allo stesso nome: Alberto Cirio. Il governatore non ha mai nascosto di guardare a Roma e, in caso di elezioni politiche anticipate e di vittoria del centrodestra, per lui potrebbero aprirsi le porte di un incarico nazionale di primo piano. Se invece il quadro politico cambiasse, restare al Grattacielo fino alla scadenza del 2029 tornerebbe improvvisamente assai conveniente.

Per questo le cinque candidature comunali non possono essere separate dal destino della Regione. Ogni casella concessa oggi crea un credito da riscuotere domani. FdI vuole consolidare il proprio primato, la Lega deve difendere ciò che le resta del vecchio radicamento piemontese, Forza Italia prova a trasformare il peso di Cirio e del suo mondo moderato in potere negoziale, mentre il civismo viene utilizzato dove i simboli rischiano di essere più un limite che una risorsa.

Per ora lo schema è semplice da riassumere: Torino e Asti a FdI, Alessandria alla Lega, Novara a un civico, Cuneo al civismo moderato dell’area Costa-Cirio. Semplice sulla carta, molto meno nella realtà. E mentre nel centrosinistra si discute soprattutto di come allargare il campo attorno ai candidati, nel centrodestra bisogna ancora stabilire chi siano davvero i soggetti da gettare nella mischia. Con una differenza non secondaria: se davvero si voterà anche per il Parlamento nella stessa data, parecchi aspiranti sindaci potrebbero scoprire all’ultimo momento di preferire Roma al municipio. E qualche partito potrebbe scoprire di aver promesso la stessa casella due volte.

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