Dynasty Agnelli, mine sulla Dicembre. Quelle carte che agitano Elkann
07:00 Giovedì 10 Settembre 2026Venerdì nuova udienza sulla richiesta di Margherita di costituirsi parte civile contro il figlio John. La decisione potrebbe slittare, ma il fronte più insidioso passa da Morone e dai documenti sulle quote della cassaforte. Quattro bozze, un atto finale e tre possibili scenari
Venerdì si torna in aula, ma la partita più insidiosa potrebbe giocarsi ben oltre il banco degli imputati. Dietro la richiesta di Margherita Agnelli di entrare come parte civile nel processo che vede coinvolti il figlio John Elkann, il commercialista Gianluca Ferrero e il notaio Remo Morone, non ci sono soltanto il milione e 300 mila euro chiesto come risarcimento dei danni morali e l’ennesimo capitolo dello scontro familiare. Il procedimento nasce dalle accuse di frode fiscale legate alla contestata residenza svizzera di Marella Caracciolo, mentre per Morone entra in gioco l’ipotesi di falso in atto pubblico sulla documentazione relativa alle quote della Dicembre. Un passaggio particolarmente delicato, perché investe gli atti su cui poggia l’assetto proprietario della società semplice posta al vertice della catena attraverso cui la famiglia controlla Exor e, a cascata, una parte considerevole dell’impero industriale.
L’udienza preliminare davanti alla giudice Irene Giani riprenderà domani, 11 settembre, dopo il rinvio disposto lo scorso 22 giugno proprio per consentire alle difese di replicare alla richiesta di costituzione di parte civile avanzata da Margherita. Le difese di Elkann hanno ora depositato una memoria scritta con le loro eccezioni e, dopo la discussione e la replica dell’avvocato Dario Trevisan, che assiste la figlia dell’Avvocato, è assai probabile che la giudice non sciolga immediatamente il nodo: l’udienza potrebbe essere nuovamente aggiornata.
Il milione e 300 mila euro, quasi un dettaglio
Il 22 giugno Margherita ha chiesto di costituirsi parte civile anche nei confronti del figlio John, quantificando in 1,3 milioni di euro il solo danno morale. La tesi dei suoi legali è che sia stata vittima di un «articolato piano fraudolento» che avrebbe avuto come conseguenza non soltanto un danno agli interessi pubblici, ma anche la sua esclusione dalle successioni dei genitori e dalla titolarità di partecipazioni rilevanti nella Dicembre. È precisamente su questo collegamento fra contestazioni penali e diritti successori che si concentra lo scontro.
La reazione della difesa Elkann, già a giugno, era stata durissima. L’avvocato Paolo Siniscalchi aveva definito «anomala» la pretesa di una parte privata di chiedere un risarcimento per vicende incentrate su una presunta evasione fiscale ai danni dello Stato. E, passando dal diritto alla storia familiare, aveva rincarato: «Ritengo che ci sia poco di morale», ricordando che Margherita «è diventata miliardaria ed è scappata dal gruppo che aveva guidato suo padre», lasciando a John l’onere di condurlo in una delle fasi più difficili della sua storia. È questa linea che ora viene sviluppata nelle eccezioni depositate nei giorni scorsi dalla difesa di Elkann.
Ma la domanda che rende particolarmente delicata l’udienza di venerdì è un’altra: Margherita può essere considerata direttamente danneggiata dai fatti contestati e, dunque, entrare nel procedimento penale contro il figlio? E soprattutto: fino a dove?
Il bivio davanti alla giudice
In linea teorica gli scenari sono diversi. La giudice può respingere la richiesta, accoglierla nella sua interezza oppure riconoscere la legittimazione di Margherita soltanto rispetto ad alcune delle contestazioni e, in particolare, alla posizione del notaio Remo Morone. Proprio quest’ultima eventualità potrebbe rivelarsi una soluzione non innocua per gli assetti patrimoniali della famiglia.
Morone è coinvolto nel filone relativo ai documenti sulla proprietà della Dicembre. L’ipotesi investigativa riguarda la “Declaratoria relativa alla composizione e struttura della Dicembre” del 30 giugno 2021 e i documenti allegati relativi alla cessione della nuda proprietà delle quote effettuata da Marella ai nipoti nel 2004. Secondo quanto emerso dalle indagini, gli inquirenti hanno contestato possibili manipolazioni documentali; il notaio è chiamato in causa per l'ipotesi di falso in atto pubblico.
Quattro bozze e un atto finale
È proprio qui che il procedimento penale incrocia direttamente la battaglia civile per la cassaforte degli Agnelli. E tra gli elementi più delicati ci sono i documenti trovati dalla Guardia di Finanza durante le perquisizioni.
Al centro c’è la cessione della nuda proprietà di una quota complessiva del 41,29% della Dicembre che Marella Caracciolo avrebbe effettuato nel 2004 a favore dei tre nipoti: l’1,29% a John Elkann e il 20% ciascuno a Lapo e Ginevra. Un passaggio fondamentale nella costruzione dell’attuale assetto proprietario della società semplice.
Ma proprio sulla documentazione relativa a quell’operazione si addensano gli interrogativi. Nel corso delle perquisizioni sono state infatti sequestrate quattro bozze cartacee di documenti non formalizzati, riconducibili allo studio Morone, alle quali si aggiunge l’atto finale successivamente formalizzato e registrato. In sostanza, sono cinque documenti differenti che entrano nell’analisi di una delle operazioni decisive per ricostruire la proprietà della Dicembre.
Non solo. Della scrittura privata del 2004 relativa alla cessione delle quote da Marella ai nipoti Elkann non emergerebbe un unico originale pubblico, ma copie fotostatiche e dichiarazioni di conformità, alcune registrate soltanto molti anni dopo, nel 2021, che presenterebbero fra loro differenze, anche se in alcuni casi minime, nel testo o nella formattazione. Sono proprio queste anomalie documentali ad aver acceso l’attenzione degli investigatori e a rendere particolarmente delicata la posizione del notaio Morone.
La questione è tutt’altro che notarile in senso stretto. Se infatti venisse giudizialmente messa in discussione la validità degli atti attraverso i quali quel 41,29% della Dicembre è passato da Marella ai nipoti, il problema investirebbe direttamente l’assetto della società che sta al vertice della catena di controllo di Exor.
Un’analisi legale indipendente esaminata dallo Spiffero individua esattamente questo punto: resta controverso se il prezzo della cessione sia stato effettivamente pagato e da chi oppure se, in assenza di un reale corrispettivo, possa porsi il problema di una donazione priva della forma richiesta. E aggiunge un ulteriore interrogativo sulla stessa documentazione dell’operazione, richiamando le diverse versioni rinvenute nel corso delle perquisizioni presso lo studio Morone.
Ecco perché anche l’ipotesi apparentemente più riduttiva per Margherita – essere ammessa come parte civile soltanto nei confronti di Morone e non pienamente nei confronti di John Elkann – potrebbe rivelarsi tutt’altro che una sconfitta. Anzi, la collocherebbe formalmente dentro proprio quel segmento del procedimento penale che tocca i documenti su cui poggia uno dei passaggi fondamentali dell’attuale proprietà della Dicembre.
Gli atti penali sono già nel civile
C’è infatti un elemento che spesso viene perso di vista. Il Tribunale civile di Torino, con decisione del 10 dicembre 2024, ha disposto l’acquisizione degli atti e dei documenti provenienti dall’indagine penale. La causa civile fra Margherita e i figli, dunque, non viaggia più su un binario impermeabile rispetto all’inchiesta della Procura: il materiale raccolto dagli investigatori è entrato nel fascicolo nel quale si discute della successione.
Insomma, la determinazione della consistenza del patrimonio lasciato da Marella non può prescindere dalle risultanze e dai documenti raccolti nel procedimento penale. La battaglia è enorme perché il contenzioso non riguarda soltanto l’eredità personale di Marella.
Davanti al Tribunale di Torino Margherita ha chiesto, fra l’altro, che siano dichiarati invalidi o inefficaci i testamenti della madre e che venga riconosciuta la propria qualità di unica erede; contesta inoltre l’accordo transattivo del 18 febbraio 2004 e rivendica diritti anche sulla successione del padre Gianni.
La guerra ereditaria, peraltro, non si combatte soltanto a Torino. Restano aperti anche i fronti svizzeri. A Ginevra pende la causa originariamente promossa da Marella Caracciolo contro Margherita, nella quale John Elkann è subentrato nella posizione della nonna dopo la sua morte: da una parte si chiede di confermare la validità dell’accordo transattivo del 18 febbraio 2004 e degli atti che ne sono derivati, dall’altra Margherita ne sostiene l’invalidità. A Thun sono invece due i procedimenti: il primo riguarda la validità dei patti successori sottoscritti in Svizzera da Marella e Margherita e la stessa qualità di erede di quest’ultima; il secondo, promosso dai fratelli Elkann contro la madre, puntava fra l’altro a far riconoscere validi i tre testamenti svizzeri con cui Marella aveva nominato eredi John, Lapo e Ginevra. Su quest’ultimo fronte il Tribunale di Thun ha però dichiarato inammissibile la domanda degli Elkann, decisione contro la quale i loro legali hanno preannunciato ricorso a Berna.
Il nodo della residenza di Marella
Al centro di quasi tutto continua a esserci la questione dalla quale è partita l’inchiesta torinese: Marella Caracciolo viveva realmente in Svizzera oppure la sua residenza effettiva era in Italia? La Procura sostiene la seconda ipotesi e su questa ricostruzione poggiano le contestazioni fiscali. L’inchiesta, nata dall’esposto di Margherita, ha portato i magistrati a chiedere il rinvio a giudizio di Elkann e Ferrero; nel procedimento è confluito anche il fascicolo riguardante Morone.
Nel frattempo i fratelli Elkann hanno raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Entrate versando circa 183 milioni di euro per definire le pendenze tributarie. Un pagamento che, naturalmente, non equivale da solo a un accertamento giudiziario sulla residenza civilistica e successoria di Marella, ma che entra inevitabilmente nel complesso mosaico documentale su cui si combattono le due parti.
Diverso, e più complesso, è il nodo dell’accordo transattivo del febbraio 2004 tra Marella e Margherita. La sua sorte non dipenderebbe soltanto dalla residenza della vedova dell’Avvocato, ma anche dall’eventuale accertamento che al momento della firma non fosse stata correttamente rappresentata l’intera consistenza del patrimonio di Gianni Agnelli. Margherita sostiene infatti di avere scoperto soltanto negli anni successivi, attraverso un’azione di discovery in Svizzera presso Morgan Stanley a Zurigo, significative disponibilità liquide riconducibili all’eredità paterna e non considerate nell’accordo. Un altro fronte destinato a pesare nei giudizi tra Torino e Ginevra.
Per la difesa Elkann, invece, gli accordi stipulati nel 2004 restano pienamente validi e nessun giudice penale ha finora accertato nel merito la tesi sostenuta da Margherita sulla residenza di Marella. È la linea ribadita dai legali anche quando gli atti dell’indagine sono entrati nella causa civile.
Non una, ma tre mine sotto la Dicembre
Sono almeno tre i fronti che, se le tesi di Margherita trovassero accoglimento in tribunale, potrebbero ridisegnare l’assetto proprietario della Dicembre.
Il primo riguarda proprio il 41,29% ceduto nel 2004 ai tre fratelli Elkann. Il secondo investe la precedente donazione del 25,38% effettuata da Marella a John nel 2003, sulla quale potrebbe teoricamente incidere un’azione di riduzione qualora fosse accertata una lesione della quota di legittima. Il terzo riguarda la domanda formulata da Margherita nel giudizio torinese per ottenere la retrocessione di una quota della Dicembre indicata fra il 18,75% e il 37,5%, quale conseguenza dell’eventuale invalidità dell’accordo transattivo del febbraio 2004.
Non significa che uno di questi scenari si realizzerà. Significa però che ridurre l’udienza di venerdì alla richiesta di una madre di farsi risarcire 1,3 milioni dal figlio rischia di nascondere la parte più importante della vicenda.
La partita vera è sulla cassaforte
Persino un eventuale accoglimento soltanto parziale della costituzione di parte civile – per esempio limitato alla posizione di Morone – potrebbe dunque rivelarsi insidioso. Non perché trasferirebbe automaticamente una sola quota della Dicembre, cosa che evidentemente il giudice penale venerdì non è chiamato a fare, ma perché rafforzerebbe il collegamento processuale fra Margherita e quel filone documentale che riguarda proprio gli atti utilizzati per ricostruire la proprietà della cassaforte familiare.
E c’è un ultimo passaggio che porta il ragionamento ancora più avanti. Qualora Margherita riuscisse un giorno ad acquisire una partecipazione nella Dicembre, potrebbero teoricamente aprirsi altri due fronti: un’azione per la revoca per giusta causa di John Elkann dalla carica di amministratore della società semplice e, in presenza dei relativi presupposti, la richiesta di un sequestro giudiziale di quote controverse. Sono scenari giuridici eventuali, non procedimenti oggi già avviati, ma danno la misura della posta in gioco. Ecco perché venerdì, a Palazzo di giustizia, il milione e 300 mila euro rischia di essere quasi un dettaglio.
La giudice Giani dovrà stabilire innanzitutto se e in quale misura Margherita Agnelli possa sedersi formalmente dall’altra parte rispetto al figlio nel procedimento penale. Potrebbe decidere subito oppure prendere altro tempo. Ma dietro quella porta c’è una questione assai più grande. Perché nel processo si discute di fisco, residenza e documenti. Fuori dall’aula, attraverso quei documenti, si continua a discutere di chi abbia davvero diritto alla Dicembre. E quindi della cassaforte da cui parte il controllo dell’impero degli Agnelli.



