Plebiscito per Carlo Magno: larga Intesa all'assalto di Mps
16:00 Giovedì 10 Settembre 2026Con il 97% dei voti, i soci spianano la strada all'aumento di capitale per la conquista di Siena. Fondazioni e grandi fondi si schierano compatti: sul piatto 61 miliardi tra dividendi e buyback. Messina detta la rotta, l'assemblea la ratifica
Tutto come da copione. Anzi, persino meglio di quanto Carlo Messina potesse sperare: non un via libera, ma un plebiscito. Il 96,96% del capitale rappresentato nell’assemblea straordinaria di Intesa Sanpaolo ha votato a favore dell’aumento di capitale necessario all’Opas su Monte dei Paschi di Siena. Dei vassalli convocati da Carlo Magno nel suo castello di vetro torinese, come li avevamo irriverentemente definiti qualche giorno fa, non se n’è trovato praticamente uno disposto anche solo ad alzare il sopracciglio.
I numeri, questa volta quelli veri usciti dalle urne, sono eloquenti. All’assemblea hanno partecipato attraverso il rappresentante designato 4.889 soci, portatori del 63,884% del capitale. I sì sono stati 10.952.907.059, pari al 96,96025% delle azioni rappresentate. Una maggioranza che un tempo si sarebbe definita bulgara e che oggi, nel più compassato linguaggio della finanza, si chiama «forte sostegno degli azionisti».
Lo Spiffero l’aveva anticipato: le grandi fondazioni erano schierate, i fondi internazionali non mostravano segni di insofferenza e, davanti alla prospettiva di una montagna di dividendi, la sovranità azionaria poteva essere affidata senza troppi patemi nelle mani del dominus di Ca’ de Sass. Oggi è arrivato il timbro.
Quasi undici miliardi di sì
Il voto autorizza il consiglio di amministrazione ad aumentare il capitale, anche in più tranche, attraverso l’emissione di un massimo di 5,7 miliardi di nuove azioni ordinarie destinate all’offerta su Mps. Un passaggio tecnico, certo, ma indispensabile: saranno quelle azioni la principale moneta con cui Intesa tenterà la conquista di Rocca Salimbeni.
Anche sul versante della vigilanza la strada per questo passaggio è stata sgomberata. I provvedimenti necessari per le modifiche statutarie sono già stati rilasciati e l’autorità ha autorizzato la computabilità nel Common Equity Tier 1, il capitale di migliore qualità della banca, delle azioni che verranno emesse per l’operazione.
Il risultato assume ancora più peso se si guarda a chi possiede Intesa. Gli investitori istituzionali esteri rappresentano il 58,40% dell’azionariato, le fondazioni ex bancarie il 19,88%, gli azionisti retail il 14,40% e gli istituzionali italiani il 6,24%. Il resto è pressoché pulviscolo: 0,90% di segnalazioni nominative non disponibili, 0,12% di altri investitori italiani e 0,06% di azioni proprie.
Tra gli stranieri spiccano BlackRock, con circa il 5,1%, Vanguard con il 3,6%, Amundi con l’1,7%, quindi Fidelity poco sopra l’1% e Ubs Asset Management attorno allo 0,9%. Fondi comuni ed Etf, da soli, valgono circa il 28% del capitale, cui si aggiunge un altro 11% riconducibile ad altri investitori istituzionali. Senza il sì dei grandi gestori mondiali un 96,96% sarebbe semplicemente impossibile. Carlo Magno non ha soltanto disciplinato i feudatari di casa. Ha ottenuto l’investitura anche dai signori del denaro globale.
Le Fondazioni contano i dividendi
Quanto al fronte domestico, nessuna sorpresa. La Compagnia di San Paolo, con circa il 6,5%, e Fondazione Cariplo, con il 5,4%, costituiscono il cuore del blocco delle fondazioni, cui si aggiungono Cariparo, Carifirenze, Carisbo e la piemontese CrCuneo.
Proprio ieri Marco Gilli, presidente della Compagnia, aveva tolto qualsiasi residuo dubbio definendo l’aggregazione con Mps un’operazione nell’interesse «non solo dell’Italia ma anche dell’Europa». E aveva spiegato con encomiabile chiarezza anche il meccanismo che rende assai più sopportabile la perdita di peso percentuale: «Più la banca produce utili, più riceviamo dividendi e più possiamo restituire risorse al territorio».
È il punto che avevamo già messo in evidenza. Se l’Opas avesse adesione totale, il peso complessivo delle fondazioni scenderebbe dall’attuale 19,88%. La Compagnia passerebbe da circa 6,52 al 5,1%, Cariplo dal 5,43 al 4,24%, Carifirenze e Cariparo dall’1,83 all’1,43%, Carisbo dall’1,2 allo 0,93% e CrCuneo dall’1,1 allo 0,86%. Meno sovranità, insomma. Ma esercitata su una macchina destinata, nei piani di Messina, a produrre molti più quattrini. E questo aiuta parecchio a spiegare perché ieri non si alzasse un sopracciglio e oggi non si sia visto un voto contrario.
La montagna da 61 miliardi
Per convincere i soci, del resto, Messina non ha portato soltanto corone e progetti imperiali. Ha portato numeri. Il gruppo che nascerebbe dall’operazione punta nel 2029 ad avere oltre 27 milioni di clienti, circa 2.000 miliardi di attività finanziarie della clientela e più di 16 miliardi di utile netto. Il Roe è atteso sopra il 20% e il Cet1 oltre il 14%. Alla base dei conti ci sono 2,9 miliardi di sinergie annue ante imposte: 1,5 miliardi dal lato dei costi e 1,4 miliardi dai maggiori ricavi. A regime, i profitti dovrebbero essere circa 4,5 miliardi superiori alla somma degli obiettivi autonomi delle banche coinvolte.
Ma per gli azionisti c’è soprattutto un numero capace di rendere improvvisamente più tolleranti anche i più gelosi custodi della propria sovranità: 61 miliardi di euro. È quanto Intesa prevede di distribuire tra dividendi e buyback nel quinquennio 2025-2029, circa 11 miliardi in più rispetto allo scenario stand alone. Quando sul tavolo c’è una torta di queste dimensioni, la diluizione percentuale diventa assai meno indigesta.
Messina: “Un gruppo ancora più forte”
A voto acquisito, Carlo V (dal numero di mandati sul groppone) ha ringraziato i soci per il «forte sostegno» e indicato l’approvazione dell’aumento come «un passaggio fondamentale» per realizzare l’operazione annunciata a giugno. Intesa, rivendica Messina, arriva all’appuntamento «da una posizione di grande forza»: è tra le banche più redditizie d’Europa, mantiene elevata patrimonializzazione e capacità di remunerare gli azionisti. Mps deve diventare «l’acceleratore di una strategia di crescita che sta già producendo risultati importanti».
Su Siena i toni sono quelli che si usano entrando in una casa che si vuole acquistare senza spostarne subito i mobili. Messina definisce il Monte «una storia unica nel panorama bancario mondiale» e promette di preservarne identità, professionalità, relazioni e soprattutto il legame con Siena e la Toscana.
Nel disegno annunciato da Intesa, in caso di successo dell’Opas, è previsto anche il successivo coinvolgimento di Unipol per la creazione del secondo gruppo bancario italiano, con una forte base azionaria nazionale, mantenendo marchio Mps e sede centrale a Rocca Salimbeni.
Mediobanca dentro la macchina
Poi c’è Mediobanca, e qui Messina è altrettanto esplicito. Piazzetta Cuccia porta in dote competenze, relazioni, posizionamento nel Corporate & Investment Banking e nel Wealth Management che Intesa vuole affiancare alla propria IMI Corporate & Investment Banking. «Intendiamo valorizzarne il marchio, le professionalità e le capacità distintive», assicura il ceo. Ma la direzione industriale è chiara: inserire quelle attività dentro un gruppo di dimensioni molto maggiori, rafforzando ulteriormente il peso di Intesa nei servizi finanziari a più elevato margine.
L’esperienza invocata è quella di Ubi Banca. Messina ricorda di avere già dimostrato di saper gestire integrazioni complesse e rivendica come uno degli asset principali la squadra manageriale, con quarantenni e cinquantenni già collocati ai vertici e destinati a garantire continuità alla nuova creatura. A questa espansione dovrebbero accompagnarsi circa 13.100 nuove assunzioni entro il 2029, per sostenere crescita e ricambio generazionale. E sul versante sociale resta il miliardo previsto dal Piano d’impresa per iniziative di coesione, impegno che, sostiene Messina, la maggiore forza del gruppo consentirà di ampliare.
Generali, il Leone è “finanziario”
Più delicato il capitolo Generali. Con l’operazione Mps Intesa si ritroverebbe infatti una partecipazione importante nel Leone di Trieste. Messina mette subito il paletto: l’acquisizione avverrà «in un’ottica puramente finanziaria». Una precisazione tutt’altro che ornamentale, considerato il peso che Generali ha negli equilibri della finanza italiana. La partecipazione, aggiunge però il ceo, produrrà «un significativo valore» anche sotto il profilo della stabilità dell’azionariato e dell’indipendenza di Generali. Puramente finanziaria, dunque. Ma abbastanza strategica da meritare due sostantivi – stabilità e indipendenza – che nel tormentato azionariato del Leone raramente vengono pronunciati per caso.



