OBITUARY

Addio a Raffaele Costa, ultimo grande liberale piemontese

Aveva compiuto da pochi giorni 90 anni. Deputato per trent'anni, ministro, segretario del Pli, sfiorò la conquista di Torino e governò la Provincia di Cuneo. Fustigatore di sprechi e burocrazia, fece del garantismo e del rapporto diretto con i cittadini la sua cifra

È morto Raffaele Costa, uno degli ultimi grandi esponenti di quella tradizione liberale piemontese che ha attraversato la Prima Repubblica senza dissolversi completamente nella Seconda. Aveva compiuto 90 anni pochi giorni fa, l’8 settembre, ed era malato da tempo. Da anni le condizioni di salute lo avevano costretto lontano dalla vita pubblica, dopo una carriera politica durata quasi quarant’anni e vissuta tra Roma, Bruxelles e la sua Granda. A dare la notizia della morte è stato il fratello minore, Antonio Maria Costa, classe 1941, economista di fama internazionale e a lungo ai vertici delle Nazioni Unite. Lascia la moglie Gabriella e i figli Enrico e Maria Paola.

Avvocato, giornalista, laureato in Giurisprudenza e Scienze politiche, Costa entra alla Camera nel 1976 e vi resta, attraverso successive rielezioni, fino al 2006. Trent’anni in Parlamento durante i quali la sua storia si intreccia indissolubilmente con quella del Partito Liberale Italiano, di cui è prima vicesegretario e poi segretario nell’ultima e tormentata stagione, fino allo scioglimento del 1994.

Liberale di antica scuola

È un liberale di scuola antica: laico, garantista, poco incline alle mode e soprattutto allergico alla burocrazia, agli sprechi, ai privilegi e a quel proliferare di norme e “leggine” contro cui condurrà alcune delle sue battaglie più riconoscibili. Una cifra politica che conserverà anche quando il sistema dei partiti nel quale era cresciuto verrà spazzato via.

La sua è anche una lunga carriera di governo. È più volte sottosegretario, alla Giustizia, agli Esteri, all’Interno e ai Lavori pubblici, prima di diventare ministro per le Politiche comunitarie e gli Affari regionali nel governo Amato, ministro dei Trasporti con Ciampi e infine ministro della Sanità nel primo governo Berlusconi. Nel secondo governo Berlusconi, invece, dice no all'ingresso nell'esecutivo come viceministro.

Proprio alla Sanità lega una delle immagini rimaste maggiormente impresse della sua attività politica: i blitz negli ospedali, visite a sorpresa per verificare di persona attese, disservizi e funzionamento delle strutture. Un metodo molto “costiano”: meno carte sulla scrivania, più verifica sul campo. Lo stesso spirito con cui per anni mette nel mirino sprechi della macchina pubblica, privilegi e complicazioni burocratiche.

Approdo a Forza Italia

Quando il Pli scompare, Costa non esce di scena. Fonda l’Unione di Centro, si avvicina al nascente centrodestra e quindi a Forza Italia, portandovi un pezzo della tradizione liberale della Prima Repubblica. Nel 1999 viene eletto al Parlamento europeo, dove continua soprattutto le sue battaglie contro l’eccesso di burocrazia e di produzione normativa. Ma Roma e Bruxelles non recidono mai il legame con il Piemonte. Nel 1997 sfida Valentino Castellani per la guida di Torino e arriva a un passo da Palazzo Civico: viene sconfitto per appena lo 0,8 per cento, uno dei risultati più significativi ottenuti dal centrodestra torinese in quella stagione. Nel 2004 torna nella sua provincia e viene eletto al primo turno presidente della Provincia di Cuneo, incarico che mantiene fino al 2009.

È in quegli anni che alcune delle sue battaglie diventano ancora più legate alla Granda. Costa si impegna per il raddoppio dell’autostrada Torino-Savona, per infrastrutture come la tangenziale e il nuovo ospedale di Mondovì e sostiene il percorso che porterà al riconoscimento Unesco di Langhe e Roero.

C’è poi un tema che lo accompagna per anni: la sicurezza stradale. Una battaglia nata anche sull’onda di una tragedia che lo aveva coinvolto professionalmente. Nel 1997 una studentessa diciassettenne di Mondovì, Sabrina, viene uccisa vicino a casa da un automobilista che aveva trascorso la giornata bevendo. Costa è l’avvocato della famiglia. Dall’anno successivo inizia a pubblicare un dossier annuale sugli incidenti stradali, costruito raccogliendo dati da Istat, forze dell’ordine e organi di informazione.

Da presidente della Provincia quella campagna prende anche una forma destinata a far discutere e a restare impressa: le “sagome anti-incidenti”, collocate dal 2009 lungo una ventina delle strade provinciali più pericolose. Dovevano ricordare agli automobilisti che dietro le statistiche non ci sono numeri, ma vite e famiglie spezzate.

Il Duemila

La politica, per Costa, non è però soltanto Parlamento e amministrazione. Nel 1971 fonda la rivista “Il Duemila”, che diventa per decenni uno dei suoi strumenti di intervento pubblico e una piccola scuola politica per molti collaboratori. Scrive anche numerosi libri, dai titoli che raccontano già molto del personaggio e delle sue ossessioni civili: Il dottore è fuori stanza, La mia prima repubblica, L’Italia degli sprechi, L’Italia dei privilegi, fino a Politica e Giustizia ai tempi delle Br: diario di un sottosegretario liberale.

L’eredità al figlio Enrico

L’ultimo passaggio nelle istituzioni arriva con le Regionali del 2010, quando viene eletto in Consiglio regionale del Piemonte. Vi rimane però pochi mesi: i problemi di salute lo inducono alle dimissioni e segnano il progressivo ritiro dalla vita pubblica. Resta, soprattutto nella Granda, il ricordo di un politico con un rapporto quasi artigianale con il territorio. Luca Robaldo, oggi sindaco di Mondovì e presidente della Provincia di Cuneo, uno dei giovani cresciuti politicamente attorno a lui, ne ricorda la tenacia nel reperire risorse per ospedali e infrastrutture e soprattutto un modo di intendere la politica fondato sulla relazione diretta con i cittadini: ascoltare, prendere in carico un problema e dare comunque una risposta. Una concezione della rappresentanza che apparteneva molto alla sua generazione e che Costa ha conservato anche quando quella stagione politica era ormai tramontata.

E poi c’è l’eredità più evidente, quella familiare e politica. Il figlio Enrico Costa, oggi capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha seguito un percorso autonomo, non sempre lineare rispetto agli schieramenti, ma ha conservato alcuni dei caratteri più riconoscibili del padre: il garantismo, l’attenzione quasi puntigliosa alle storture della giustizia, la cultura liberale e una certa insofferenza verso le discipline di partito quando entrano in conflitto con le proprie convinzioni.

Raffaele Costa se ne va dopo essere stato deputato, europarlamentare, sottosegretario, ministro, leader di partito e presidente di Provincia. Ma il cursus honorum dice soltanto una parte della storia. L’altra è quella di un liberale piemontese vecchio stampo, capace di parlare con i grandi della politica romana e, subito dopo, occuparsi della curva pericolosa di una provinciale cuneese. Un modo di fare politica ormai raro, del quale Enrico porta oggi un cognome pesante e, per molti aspetti, anche l’eredità.

È proprio questo tratto che Alberto Cirio sceglie di ricordare nel suo commosso messaggio di cordoglio: «Un autentico campione del pensiero liberale» e «un pioniere nella lotta alla burocrazia», combattuta «con decenni di anticipo e straordinaria lungimiranza». Ma soprattutto un uomo dotato della «rara capacità di rimanere sempre sinceramente vicino alle persone e alle comunità locali». A nome della Regione, il governatore esprime il cordoglio alla famiglia e rivolge «un abbraccio fraterno e particolarmente affettuoso» a Enrico, «collega e amico di una vita».

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