Radicale (anche negli errori). Morta Emma Bonino
10:10 Venerdì 11 Settembre 2026Mezzo secolo di battaglie, da Pannella all’Europa, tra diritti civili, sconfitte e scelte controverse. Una fama di autorevolezza rimasta ben superiore al consenso e una pesante eredità che i suoi epigoni non sono mai riusciti a raccogliere
«Emma ci ha lasciati, ma non ci lascerà mai». È +Europa ad annunciare la morte di Emma Bonino, 78 anni, piemontese di Bra e romana d’adozione, una delle figure più riconoscibili – e divisive – della politica italiana dell’ultimo mezzo secolo.
Soltanto pochi giorni fa era stata trasportata in codice rosso al Santo Spirito di Roma per un peggioramento della funzionalità respiratoria. Vigile e lucida, come aveva riferito il medico curante Claudio Santini, era stata ricoverata in terapia intensiva. Ieri il trasferimento in una struttura privata, con una situazione clinica ancora definita delicata.
Se ne va una donna che è stata molte cose e che soprattutto ha avuto una caratteristica ormai piuttosto rara nella politica italiana: non ha mai avuto bisogno di un incarico per esistere politicamente.
Parlamentare italiana ed europea, commissaria europea, ministra degli Esteri, candidata alla presidenza della Repubblica, compagna di una vita politica di Marco Pannella, Bonino ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica e buona parte della Terza senza appartenere davvero a nessuna. Con una coerenza talvolta ostinata, altre volte spinta fino all’errore, a volte piegata alla convenienza del momento.
Santa laica
«Sempre radicalmente libera», la ricorda oggi +Europa. E forse non c’è definizione migliore, purché non la si trasformi nell’epitaffio levigato che inevitabilmente accompagna la morte dei protagonisti della vita pubblica. Perché Bonino non è stata una santa laica e non avrebbe probabilmente gradito diventarlo.
C’è una parte della sua biografia che appartiene ormai alla storia civile italiana. L’aborto clandestino, l’autodeterminazione delle donne, il divorzio, i referendum, la lotta contro la fame nel mondo, le campagne contro l’infibulazione, la giustizia internazionale, lo Stato di diritto, le condizioni delle carceri. Battaglie combattute spesso quando non conveniva combatterle e quando alcune delle posizioni che oggi sembrano acquisite erano minoritarie, scandalose o semplicemente impronunciabili.
Era questo il metodo radicale: prendere una questione apparentemente marginale, portarla fino alle estreme conseguenze, usare il proprio corpo – digiuni, scioperi della sete, disobbedienza civile – per costringere la politica a occuparsene. Pannella ne fece un’arte. Bonino ne fu probabilmente l’interprete più autentica anche se con il guru radicale entrò spesso in rotta di collisione.
Non tutto ciò che sostenne merita oggi un applauso retrospettivo e non tutte le battaglie radicali produssero gli effetti sperati. Ma è difficile negare che quella pattuglia minuscola abbia inciso sulla società italiana assai più di partiti cento volte più grandi.
La piemontese cittadina del mondo
Bonino era nata a Bra, nel Cuneese. Un’origine che non ha mai cancellato, anche quando la sua dimensione politica era ormai internazionale. L’Europa divenne progressivamente la sua vera patria politica. Commissaria europea dal 1995 al 1999, ministra degli Esteri nel governo Letta, fece del federalismo europeo una delle ultime grandi battaglie della sua vita. Gli Stati Uniti d’Europa non erano per lei uno slogan da campagna elettorale, ma la risposta a quella che considerava l'impotenza degli Stati nazionali davanti alle grandi crisi contemporanee. Ed è proprio qui che comincia la parte meno celebrativa della sua storia.
Ma occorre anche evitare una sovrapposizione che, soprattutto negli ultimi anni, è diventata quasi automatica. Bonino non è stata Pannella. Di quel movimento Pannella fu l’inventore, il motore politico, l’eretico capace di intuizioni spesso spiazzanti e di trasformare minoranze apparentemente irrilevanti in battaglie nazionali. Bonino ne fu una protagonista di primissimo piano, poi costruì una propria carriera nelle istituzioni italiane ed europee, fino a diventare per molti versi assai più istituzionale di quanto fosse mai stato il suo maestro.
È una differenza tutt’altro che marginale. Pannella rimase fino alla fine un corpo estraneo al sistema dei partiti, persino quando con quel sistema trattava, contrattava e stringeva alleanze spericolate. Bonino, invece, di quel sistema è progressivamente diventata parte: commissaria europea, ministra in governi di centrosinistra, titolare della Farnesina, senatrice, candidata più volte alle elezioni attraverso contenitori e alleanze differenti.
Una lunga carriera che la narrazione celebrativa tende oggi a ricomporre sotto l’unica insegna delle battaglie per i diritti. Ma la biografia politica è più complicata. Ci sono le campagne civili che hanno lasciato un segno e ci sono le scelte politiche, le alleanze, i cambi di contenitore, le rotture nel mondo radicale e infine una stagione nella quale la fama di Emma Bonino è rimasta molto superiore alla forza politica di Emma Bonino. È forse proprio qui la distanza maggiore da Pannella. Il leader radicale riusciva, anche nelle sconfitte, a trasformare percentuali minuscole in iniziativa politica. Bonino ha finito spesso per percorrere il cammino inverso: un’enorme notorietà personale accompagnata da risultati elettorali sempre più modesti. Non significa cancellarne le battaglie. Significa distinguere la storia dalla canonizzazione.
Partiti sempre più piccoli
Bonino è stata molto più grande delle formazioni politiche che negli ultimi anni portavano il suo nome o si aggrappavano alla sua notorietà. Dopo Pannella, il mondo radicale si è frantumato in sigle, associazioni, scissioni, rancori e differenti interpretazioni dell'eredità del fondatore. Ancora nel 2024 l’addio di un gruppo di militanti storici torinesi a Radicali italiani dopo l’elezione del giovanissimo Matteo Hallissey: l’ennesima divisione in una storia politica che aveva fatto della libertà individuale una bandiera finendo, qualche volta, per applicarla con eccessivo zelo anche alla propria organizzazione.
E poi c'è stato +Europa. Una formazione che avrebbe dovuto dare una casa stabile all’area europeista, liberale e radicale e che invece non è mai riuscita a trasformare la fama della sua fondatrice in un consenso elettorale paragonabile.
Alle Europee del 2024 Bonino provò ancora una volta a rimettersi in gioco, capolista nel Nord-Ovest e al Centro nella lista Stati Uniti d’Europa, costruita insieme a Matteo Renzi. Finì male: 3,59 per cento, sotto la soglia del 4. Un’area «divisa e perdente», incapace di mettere insieme ciò che sulla carta sembrava appartenere alla stessa famiglia politica. Era uno dei limiti degli ultimi anni di Bonino: continuare a essere un riferimento nazionale mentre il suo peso elettorale si assottigliava. Un'autorevolezza senza esercito.
L’eredità impossibile
È forse questa la domanda che resta aperta oggi: chi raccoglierà davvero l’eredità di Emma Bonino? Non basta ereditare una sigla. E neppure un seggio, un’associazione o il simbolo +Europa. Perché la sua forza derivava proprio da qualcosa che difficilmente si trasmette per successione: una biografia.
Bonino apparteneva a una generazione nella quale si poteva perdere una battaglia per vent’anni senza concludere che fosse inutile combatterla. «Non è importante quante volte occorra perdere prima di riuscire a vincere e conquistare una libertà per tutti», scrive oggi +Europa indicando in quelle parole il suo testamento politico. Nel bene e nel male è esattamente ciò che ha fatto.
Ha perso referendum, elezioni e candidature. Ha commesso errori politici. Ha stretto alleanze discutibili e assistito alla progressiva polverizzazione di quell’area liberale, radicale ed europeista che avrebbe voluto riunire. Ha visto il proprio nome raccogliere spesso assai più consenso nei sondaggi sulla fiducia che nelle urne. Ma non si è ritirata. Neppure quando nel 2015 annunciò di avere un tumore al polmone. Continuò l’attività politica durante le cure e nel 2023 comunicò di averle terminate. Negli ultimi mesi erano tornati i problemi di salute, fino alla crisi respiratoria di questi giorni.
Ora +Europa la saluta ricordando l’attivista, la parlamentare, la ministra e la commissaria europea che combatté «contro tutto ciò che nega le libertà»: aborto clandestino, fame nel mondo, partitocrazia, infibulazione, giustizialismo, genocidi e autoritarismi. È il ritratto dei suoi.
La storia, come sempre, sarà meno indulgente e proprio per questo probabilmente più generosa. Distinguerà le battaglie lungimiranti da quelle sbagliate, la grande leader dalla modesta fortuna dei suoi ultimi progetti politici, l'eredità radicale dalla diaspora dei suoi eredi.
Ma una cosa difficilmente potrà esserle negata. In una politica sempre più popolata da persone che cambiano idea per conservare il posto, Emma Bonino ha spesso rischiato il posto pur di non cambiare idea. Radicalmente libera, appunto. Anche di sbagliare.



