SACRO & PROFANO

Alessandria, finisce l'era Gallese. Testore prepara le nozze con Acqui

Dopo mesi di tensioni, la visita apostolica e la fronda dei preti, Roma chiude anzitempo un episcopato durato quasi quattordici anni. La guida passa al vescovo della città termale, primo passo verso l’unione delle due Chiese

Papa Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Alessandria, presentata da mons. Guido Gallese, ed ha contestualmente nominato amministratore apostolico della medesima sede mons. Luigi Testore, vescovo di Acqui. Ne dà notizia oggi la Sala Stampa della Santa Sede.

Una soluzione formalmente provvisoria, ma che ha tutta l’aria di essere qualcosa di più: il primo passo verso quell’avvicinamento tra le due diocesi di cui si parla da tempo e che lo Spiffero aveva già indicato come uno degli scenari più probabili. Due diocesi, per ora ancora distinte, ma con lo stesso uomo al timone. Una prova generale di unione in persona episcopi, se non il preludio a una successiva sistemazione ancora più strutturale.

Vescovo silurato

Non sono stati la Tesla, il kitesurf e neppure le chiacchierate “spese pazze” a costare la cattedra a Guido Gallese. O, almeno, non principalmente. Dietro l’uscita anticipata del vescovo dalla diocesi di Alessandria, arrivata oggi dopo mesi di indiscrezioni e trattative romane, c’è una storia molto più lunga e meno folcloristica: quella di un rapporto progressivamente deteriorato con una parte consistente del clero alessandrino e di un modello di governo della diocesi che alla fine anche in Vaticano hanno ritenuto non più sostenibile.

Una conclusione che non arriva come un fulmine a ciel sereno. Lo Spiffero, attraverso gli articoli di Eusebio Episcopo, aveva seguito passo dopo passo la vicenda, fino ad anticipare durante l’estate che per Gallese la sorte appariva ormai segnata.

La visita che apre il caso

Il passaggio decisivo avviene all’inizio dell’anno, quando da Roma arriva il cardinale Giuseppe Bertello per una visita apostolica. Formalmente un’ispezione sullo stato della diocesi, nella sostanza il segnale che le lamentele giunte oltre Tevere avevano ormai superato il livello di guardia.

Sotto la lente finiscono anche conti e patrimonio. E sui giornali esplode il repertorio più ghiotto: la Tesla utilizzata dal vescovo, il kitesurf, la nuova abitazione episcopale, operazioni immobiliari e spese sulle quali vengono sollevati interrogativi. La diocesi reagisce con decisione: nessun processo a Gallese, conti in ordine e ricostruzioni considerate deformate.

Lo stesso vescovo passa al contrattacco, arrivando a definire “cattivi” e di “poco intelletto” quanti lo attaccano su quelle vicende. Salvo poi, durante una veglia, chiedere perdono “per ciò che ho sbagliato”.

I conti non sono il vero problema

Con il passare delle settimane, però, il baricentro della vicenda si sposta. E la ricostruzione dello Spiffero lo mette in evidenza: dalla visita di Bertello non sarebbero emerse irregolarità economiche tali da spiegare, da sole, una misura drastica nei confronti del vescovo. Il dossier più pesante sarebbe stato un altro: il rapporto con i sacerdoti. In quasi quattordici anni di episcopato Gallese ha impresso alla diocesi uno stile molto personale. Riorganizzazione delle parrocchie, gestione del patrimonio, trasferimenti, nuove modalità di convivenza e collaborazione tra sacerdoti. Decisioni che hanno prodotto consensi, ma anche sedimentato un malcontento diventato progressivamente più difficile da contenere.

Da Alessandria sarebbero partite verso Roma lettere, segnalazioni e proteste. E Bertello, oltre a guardare i bilanci, ha ascoltato sacerdoti, diaconi e laici. Il quadro consegnato alla Santa Sede avrebbe descritto una diocesi profondamente divisa. Insomma, alla base ci sarebbe stato l’“odium cleri”: non un capo d’accusa canonico, ma l’insofferenza di una parte del presbiterio nei confronti del proprio vescovo che aveva raggiunto livelli tali da rendere sempre più complicata la prosecuzione dell’episcopato. Ed è probabilmente questo, assai più della Tesla, il punto che ha convinto Roma.

Gallese, classe 1962, è infatti ancora lontano dai 75 anni ai quali normalmente un vescovo presenta la rinuncia. La sua uscita da Alessandria non può dunque essere letta come un normale avvicendamento anagrafico. È la conclusione anticipata di un’esperienza che la Santa Sede ha deciso di interrompere.

La trattativa per l’uscita

Durante l’estate la questione non sarebbe stata più se Gallese dovesse lasciare Alessandria, ma come farlo. Attorno al futuro del presule si sarebbe aperta una vera trattativa romana. Gallese avrebbe preferito il trasferimento alla guida di un’altra diocesi, soluzione che però non avrebbe trovato spazio. Tra le ipotesi circolate anche un incarico da canonico di San Pietro o quello di ausiliare a Genova.

Alla fine ha preso corpo una sistemazione diversa, capace di consentire l’uscita da Alessandria senza trasformarla pubblicamente in una cacciata con tanto di porta sbattuta. È anche per questo che sulle parole occorre precisione: politicamente ed ecclesialmente siamo davanti a una rimozione anticipata dalla guida della diocesi, ma la formula canonica scelta da Roma serve proprio a evitare l’immagine della destituzione.

Alessandria guarda ad Acqui

E non è casuale neppure l’uomo scelto per traghettare Alessandria. Testore, 74 anni, astigiano di nascita ma milanese di formazione ecclesiastica, è uno di quei prelati che nei sacri palazzi vengono chiamati quando, oltre al pastorale, serve saper maneggiare bilanci e patrimoni. Nato a Costigliole d’Asti nel 1952, sacerdote dal 1977, fu per sei anni segretario particolare del cardinale Carlo Maria Martini. Poi una lunga carriera nell’apparato ambrosiano: direttore dell’Ufficio amministrativo, economo della diocesi di Milano per diciassette anni, vicario episcopale e presidente della Caritas Ambrosiana.

Ad Acqui era già arrivato, prima ancora di diventarne vescovo, con fama da risanatore. Come ha ricordato lo Spiffero, Testore aveva affiancato Carlo Roberto Maria Redaelli nell’opera di sistemazione delle malconce finanze della diocesi lasciate dalla gestione precedente. Il lavoro gli valse credito a Roma e nel 2018 papa Francesco lo nominò vescovo di Acqui. Da allora il risanamento economico è stato completato e nel 2020 la Cei gli ha affidato la presidenza dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, cassaforte delicatissima del sistema ecclesiastico italiano. Oggi è anche membro del Consiglio per gli Affari Economici della Cei.

Insomma, dopo una crisi alessandrina nella quale gestione, patrimonio e soprattutto rapporti interni hanno avuto un peso decisivo, Roma manda un uomo con il curriculum del commissario di lusso. Ma con una particolarità che guarda già al futuro: Testore resta vescovo di Acqui e prende in mano anche Alessandria. A 74 anni – ne compirà 75 il prossimo aprile – difficilmente può rappresentare una soluzione di lungo periodo. Molto più facilmente può essere l’uomo incaricato di accompagnare due diocesi storicamente distinte verso un destino comune. E a quel punto la rimozione di Gallese non sarebbe soltanto la fine di un episcopato travagliato, ma l’occasione scelta da Roma per ridisegnare la geografia ecclesiastica dell’Alessandrino.

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