OPERE & OMISSIONI

Terzo Valico, servono altri 3 miliardi. Rixi: "Prima i conti, poi nuovi fondi"

Webuild batte cassa denunciando un "grave squilibrio economico-finanziario". Il costo dell'opera è quasi raddoppiato rispetto alle previsioni iniziali. Al Mit nessuna sorpresa: ora parte la ricognizione, mentre il Governo punta a blindare il cantiere

Servono (almeno) tre miliardi in più per completare il Terzo Valico, la grande opera ferroviaria a cavallo tra Liguria e Piemonte che ai pesanti ritardi rispetto ai tempi inizialmente previsti aggiunge un aumento non meno pesante dei costi.

In una lettera inviata a fine luglio al Governo (e rivelata ora da Milano Finanza), il general contractor Webuild, nel rappresentare una serie di situazioni segnate da “un grave squilibrio economico-finanziario”, indica la necessità di risorse aggiuntive che, per il Terzo Valico, sono quantificate appunto in non meno di 3 miliardi. Una cifra che, a quanto risulta, non ha colto di sorpresa i vertici del ministero delle Infrastrutture. Questo non significa affatto, però, che alla richiesta del colosso delle costruzioni arrivi in tempi strettissimi una risposta concreta, con l’allargamento dei cordoni della non certo pingue borsa dello Stato. Soprattutto senza una verifica sulle risorse effettivamente impiegate fino a oggi.

Nessuna sorpresa al Mit

“Premesso che i costi dell’opera non sono mai stati compiutamente aggiornati dagli anni Novanta, questa necessità di incrementare le risorse ci è nota da almeno un anno e mezzo”, dice allo Spiffero il viceministro Edoardo Rixi, il quale precisa come “il dossier debba essere portato prima al Cipes e questo presuppone una ricognizione di tutte le spese fatte, verificando che siano stati spesi tutti i soldi previsti prima di stanziarne altri”.

Una ricognizione che il vice di Matteo Salvini al Mit ha già avviato, mentre la pressione del colosso delle costruzioni, anche attraverso Rfi, si fa sentire sul Governo. Non senza ragioni alla base dell’ennesima lievitazione dei costi.

Non c’è solo l’inserimento nell’opera del cosiddetto Nodo di Genova – inizialmente non contemplato – ma soprattutto una serie di imprevisti e intoppi che negli ultimi anni sono piombati sui cantieri, rallentandone e talvolta fermandone a lungo l’attività, oltre a farne aumentare i costi. Tant’è che negli ultimi tre anni erano già stati messi sull’opera circa due miliardi in più, che evidentemente non bastano.

Gas e talpe

Un giacimento naturale di gas altamente esplosivo trovato durante gli scavi sotto l’Appennino, il lunghissimo fermo imposto alle enormi frese, meglio conosciute come talpe, e ancora la demolizione di migliaia di conci (le volte in cemento) risultati inadeguati di fronte a quella che i tecnici hanno definito una vera e propria emergenza geologica non prevista.

Tutto questo, e altro ancora, ha contribuito alla crescita dei costi, provocando problemi di cassa per il general contractor e non di meno per la galassia di imprese e fornitori impegnati nella realizzazione della grande opera ferroviaria, sulla quale – come scritto nei mesi scorsi – si addensano anche problemi nei rapporti con il territorio e le amministrazioni locali riguardo a fondi e opere compensative.

Se, come spiega Rixi, la richiesta avanzata da Webuild non ha colto di sorpresa il ministero, altrettanto non può dirsi per chi osserva la vicenda dal fronte dei lavoratori, visto che proprio i sindacati spiegano di non aver saputo nulla della richiesta di maggiori fondi avanzata al Governo. E probabilmente lo stesso vale per gli enti territoriali coinvolti, a vario titolo, nell’opera.

Preventivo raddoppiato

Una richiesta che, di fatto, porta quasi a raddoppiare la cifra inizialmente prevista per costruire il Terzo Valico, che negli atti del Cipe del 2017 era di 8,498 miliardi di euro, aumentati in seguito di 1,513 miliardi per il Nodo di Genova e di 612 milioni per il potenziamento di Genova Campasso. L’ultima cifra pubblicata sul sito ufficiale del commissario governativo Calogero Mauceri indica un totale di 10,623 miliardi.

Gli ulteriori tre miliardi oggetto della richiesta, sempre secondo il viceministro, saranno erogati solo dopo la verifica del reale impiego di tutte le risorse già stanziate. A quel punto “riaggiorneremo il costo dell’opera a vita intera”, con la concreta prospettiva di spalmare le nuove erogazioni sui prossimi tre anni.

“È tutto sotto controllo”, ribadisce Rixi, ma appare chiaro che nelle intenzioni del Mit e dell’intero Governo Meloni ci sia la volontà di procedere con estrema cautela, evitando per quanto possibile di ricorrere a nuovo debito pubblico e verificando prima che siano state effettivamente impiegate tutte le risorse già messe in campo.

Incubo Toninelli

Altrettanto decisa è l’intenzione “di mettere in sicurezza tutti i progetti nell’ultima legge di bilancio”. Lo spettro di un Governo di diverso colore e con altre visioni sulle grandi opere – c’è chi al Mit ben ricorda l’allora ministro pentastellato Danilo Toninelli – sarà pure da scacciare confidando nel successo alle prossime elezioni, ma lasciare un buco nei finanziamenti equivarrebbe a fornire lo strumento per bloccare tutto.

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