GRANA PADANA

Ribelli divisi e Salvini resiste. Molinari punta sulla realpolitik

La tregua con i governatori non spegne il mal di Nord. Fontana e Zaia si rinfacciano tradimenti e scippi, Fedriga resta rintanato e sul pratone incombe il rischio delle defezioni. Il capogruppo piemontese prende atto dei rapporti di forza interni alla Lega

La tregua c’è, la pace no. E a dieci giorni da Pontida, nella Lega, la differenza non è marginale. Matteo Salvini è riuscito a disinnescare, almeno per il momento, il fronte dei governatori del Nord, ma sotto la cenere continua a bruciare praticamente tutto: la contestazione della sua leadership, la richiesta di riportare il Carroccio verso le antiche latitudini, la guerra sotterranea tra i maggiorenti e persino le diffidenze tra coloro che avrebbero dovuto costituire il fronte dei ribelli.

Il vertice romano con Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Maurizio Fugatti e Luca Zaia, venduto all’esterno come il luogo della ricomposizione, ha prodotto esattamente ciò che serviva a Salvini: guadagnare tempo. Fontana, del resto, continua pubblicamente a parlare di passi avanti ma ribadisce che il progetto di un’associazione del Nord non è stato accantonato. E Massimiliano Romeo, il più esposto tra i dissidenti, insiste sulla necessità di tornare a rappresentare territori e autonomia, e la sua poltrona di capogruppo a Palazzo Madama è ormai ipotecata.

Verdini al tavolo

Al famoso incontro alle Officine Farneto con i quattro governatori, secondo quanto risulta allo Spiffero, c’era anche Francesca Verdini, compagna di Salvini. Una presenza destinata a far drizzare le antenne a quella parte del Carroccio che non vede in lei soltanto la fidanzata del segretario, ma inevitabilmente anche la figlia di Denis Verdini. Per i leghisti duri e puri il nome dell’ex senatore toscano continua a evocare tutto ciò che la vecchia Lega guardava con sospetto: manovre romane, accordi trasversali, tatticismi di Palazzo.

Nei racconti più maliziosi che circolano nel partito, Verdini padre diventa addirittura una sorta di grande puparo, l’uomo cui vengono attribuite trame e consigli dietro le quinte ma anche nomine soprattutto negli enti parastatali. Suggestioni e sospetti, ma sufficienti a rendere politicamente significativa agli occhi dei dissidenti la presenza della figlia proprio nel luogo in cui si cercava di mettere il coperchio alla pentola leghista. E mentre tutti dichiarano di voler remare nella stessa direzione, sotto coperta volano accuse.

Amici mai

Perché il cosiddetto fronte del Nord è molto meno compatto di quanto sia apparso nelle settimane della rivolta contro il Capitano. Fontana, raccontano ambienti leghisti, si sentirebbe tradito da Zaia. Proprio l’ex Doge, che sembrava poter diventare uno dei punti di riferimento della riscossa settentrionale, sarebbe considerato da Salvini ormai sostanzialmente disinnescato. A convincerlo a non alzare ulteriormente il tiro avrebbe contribuito la prospettiva di un posto da capolista in Veneto alle prossime elezioni politiche, che gli consentirebbe anche di sottrarsi a una convivenza diventata sempre più indigesta con il suo successore, il salviniano Alberto Stefani. Una promessa che, se mantenuta, garantirebbe a Zaia il passaggio dalla Regione al Parlamento e soprattutto un futuro politico dopo la lunghissima stagione a Palazzo Balbi.

Ma anche Zaia avrebbe qualcosa da recriminare nei confronti di Fontana. L’ex governatore veneto racconta infatti ai suoi interlocutori che l’idea di creare un’associazione del Nord sarebbe stata originariamente sua e che il collega lombardo gliel’avrebbe sostanzialmente scippata, intestandosene pubblicamente la battaglia. E mentre gli altri si scoprono, Fedriga resta prudentemente rintanato.

Insomma, i ribelli contestano Salvini ma nel frattempo si guardano le spalle l’uno dall’altro. Ed è precisamente su queste crepe che il segretario può costruire la propria resistenza.

Aspettando lo schianto

Anche la strategia attribuita a Zaia racconta parecchio del momento. Invece di tentare una spallata destinata probabilmente a fallire, l’ex governatore veneto sarebbe convinto che la scelta migliore sia aspettare. Lasciare che sia Salvini, prima o poi, ad andare a sbattere contro il muro dei consensi.

Una linea attendista che molti nel partito giudicano però pericolosissima: perché se il Capitano si schianta mentre è ancora al timone, potrebbe trascinare con sé a fondo l’intera barca. Aspettare che il leader perda definitivamente la presa significa anche correre il rischio di ritrovarsi, al momento della successione, con ben poco da ereditare.

È questo, in fondo, il problema che impedisce al malessere leghista di diventare alternativa. I dissidenti esistono, le ragioni della protesta pure, ma manca un centro di gravità. Non c’è un candidato riconosciuto alla successione, non c’è una strategia condivisa e, come dimostrano le ruggini tra Fontana e Zaia, non c’è neppure quella fiducia reciproca indispensabile per tentare un assalto alla segreteria. Salvini lo sa. E per questo può permettersi di resistere.

Molinari, il realista

È dentro questo quadro che si comprende meglio la posizione di Riccardo Molinari. Il capogruppo alla Camera e segretario del partito in Piemonte non è diventato improvvisamente l’ultimo giapponese salviniano e il malessere emerso anche nella Lega piemontese non è evaporato. Sul Monviso aveva offerto una sponda al segretario, poi alla vigilia del vertice con i governatori aveva scandito la linea: “Pontida è sacra” e non può diventare il luogo di “eventuali rese dei conti”. Più che fedeltà, realismo.

Il ragionamento che viene attribuito a Molinari è piuttosto semplice. Salvini non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Il fronte dei ribelli è troppo sfilacciato per costringerlo. E soprattutto chi contesta il segretario, almeno fino a oggi, non è riuscito a trasformare un malessere reale e diffuso in una proposta politica organizzata capace di vincere una battaglia interna. Perché, dunque, lanciarsi in una guerra senza avere l’esercito per vincerla?

Molinari preferisce barcamenarsi. Tenere aperto il rapporto con i nordisti senza rompere con Salvini, chiedere un ritorno ai territori senza partecipare alla congiura, aspettare che siano gli eventi a chiarire gli equilibri. Una posizione che appare assai vicina a quella di Giancarlo Giorgetti, altro leghista che conosce bene l’arte di attraversare le tempeste del Carroccio senza farsi trascinare dalle onde.

Naturalmente anche questa prudenza alimenta i sospetti dei detrattori. C’è chi attribuisce a Molinari l’ambizione di diventare un giorno il delfino designato dallo stesso Salvini, e chi invece lo considera un possibile leader di transizione quando, dopo le elezioni, arriverà inevitabilmente il momento di ridiscutere la guida del partito. Letture interessate, allo stato attuale, più che scenari già scritti. Ma raccontano come il politico piemontese sia ormai considerato uno dei giocatori della partita che verrà.

Il pratone fa paura

Prima, però, bisogna arrivare alle elezioni. E nessuno sa con certezza quando saranno: alla scadenza naturale, nella primavera del 2027 oppure prima, magari per un incidente politico che potrebbe consumarsi anche attorno alla legge elettorale. Fino ad allora la Lega sembra condannata a procedere così, tra lacerazioni, armistizi e nuove fiammate.

La prima prova è vicinissima: Pontida, il 20 settembre. Salvini teme che il dissenso possa materializzarsi sul pratone attraverso contestazioni organizzate. Ma nei piani alti del Carroccio qualcuno indica un pericolo persino peggiore dei fischi: il silenzio. Non una Pontida trasformata in arena contro il Capitano, bensì una Pontida svuotata dalla disaffezione. “Rischiamo una Pontida mezza deserta”, confida allo Spiffero un alto papavero del Nord.

E forse è proprio questo il termometro più insidioso per Salvini. Una contestazione può essere attribuita a una minoranza organizzata, qualche fischio può essere coperto dagli applausi e una fronda può essere isolata. Molto più difficile spiegare i vuoti sul pratone. La tregua con i governatori ha evitato la battaglia campale. Adesso a Salvini non resta che scoprire quanti disertori conterà a Pontida.

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