VERSO IL 2027

Lo Russo: bene, bravo, bis. Oggi è tutta un'altra scoria

Alla Festa dell'Unità il sindaco di Torino si dà ottimi voti e apparecchia la coalizione per il 2027: pace con i 5 Stelle, avances ai moderati e Vannacci nel ruolo del nemico perfetto. La Tav non è in discussione, mentre Askatasuna finisce in archivio

Arriva con qualche minuto di ritardo e sale sul palco della Festa dell’Unità di Torino in una veste insolitamente rock, complice il concerto appena concluso e un Parco Ruffini ancora apparecchiato per la musica. La prima domanda è di quelle che mettono subito alle corde: «Sei appassionato di rock?». Stefano Lo Russo sorride, supera senza affanni l’insidioso esordio e poi, per fortuna, si cambia registro. Rivendica quanto realizzato dalla sua amministrazione, spalanca la porta al Movimento 5 Stelle, difende senza esitazioni la Torino-Lione – gli aspiranti alleati alla sua sinistra prenderanno nota – e mette una pietra sopra al patto di collaborazione con Askatasuna.

In mezzo, parecchio Lo Russo: soddisfatto di Lo Russo, convinto delle cose fatte da Lo Russo e già proiettato verso il Lo Russo bis. La serata dell’autocritica, si capisce presto, non è questa. Perché dietro il lungo inventario delle cose fatte, dei cantieri aperti e di quelle che si faranno, il sindaco ieri sera ha di fatto aperto la campagna per la propria riconferma. Con un disegno piuttosto ambizioso: magare imbarcare i Cinque Stelle, allargarsi ai moderati e presentarsi come argine a una destra dipinta ormai con il volto di Roberto Vannacci. La formula è il campo largo. Anzi, larghissimo.

Il catalogo delle meraviglie

Prima, però, il bilancio. E qui Lo Russo non si fa mancare nulla. Quattro anni di «grandissimo lavoro e impegno», una macchina comunale alle prese con la «sfida infernale» del Pnrr e Torino che, assicura il sindaco, potrebbe essere «forse l’unica amministrazione in grado di centrare il cento per cento degli obiettivi».

Ai torinesi va il ringraziamento per la «santa pazienza» dimostrata davanti a una città trasformata in un cantiere: «Meglio avere questi problemi che non averli», dice il La Palisse di Palazzo civico. Del resto, nella contabilità della serata entrano la nuova Biblioteca centrale, la darsena sul Po, via Roma, il Piano regolatore in dirittura d’arrivo e soprattutto la linea 2 della metropolitana. Quest’ultima, ricorda Lo Russo, era stata ereditata senza soldi. Poi arrivò il governo Draghi con un miliardo e adesso sono arrivate anche le offerte delle imprese per realizzarne il primo tratto. Aggiunge il record di passeggeri di Caselle e svela anche il dossier sul Lingotto: la Camera di commercio sta lavorando all’acquisizione dei muri per rilanciare il complesso e il futuro centro congressi. «Facciamo il nostro, che andiamo bene», riassume. Modestia a parte, naturalmente.

Tutti dentro, o quasi

Poi arriva la politica. Ed è qui che Lo Russo fa il passo che finora aveva evitato, limitandosi a girarci attorno. «Non siamo nel 2021», dice calendario alla mano. Gli attriti devono essere superati perché «contro queste destre non c’è alternativa al campo largo». Traduzione: porte aperte al Movimento 5 Stelle e tentativo di archiviare una guerra durata anni, prima contro la giunta di Chiara Appendino e poi contro la stessa ex sindaca, che appena un anno fa proprio alla Festa dell’Unità aveva gelato le ambizioni di bis di Lo Russo. Il nome di Appendino non viene pronunciato. Meglio affidarsi alla chimica: sono le «scorie del passato» che adesso «devono essere superate». E pazienza se quelle scorie fino a ieri erano macigni.

Il precedente utile è già pronto: il referendum sulla giustizia. A Torino Pd e Cinque Stelle hanno combattuto insieme contro la riforma Nordio e vinto. Da lì, secondo il sindaco, si può ripartire: «Dobbiamo continuare questo sforzo». Se ci si concentra sui problemi della città, anche le diffidenze possono essere messe da parte. Servirà «buona volontà». Come in famiglia: «Ci sono momenti in cui si discute, ma si discute in un ambito che è quello della famiglia». Una famiglia piuttosto litigiosa, visto che fino a non molto tempo fa alcuni dei suoi futuri componenti faticavano persino a considerarsi parenti.

E stavolta non sono soltanto parole da Festa dell’Unità. Nelle prossime settimane partiranno i tavoli tra i partiti e a breve è prevista una riunione della coalizione che sostenne Lo Russo nel 2021. Il cantiere del campo largo, insomma, apre insieme a quelli comunali.

Vannacci provvidenziale

Ma Lo Russo non guarda soltanto a sinistra. Se l’operazione riuscisse come la immagina lui, il recinto dovrebbe allargarsi anche dall’altra parte. Il grimaldello si chiama Vannacci. Il sindaco racconta di conoscere molte persone che votano centrodestra, «moderate e liberali», che certamente non votano per lui. Poi pone la domanda: «Ma come fai ad andare in coalizione con gente come Vannacci?».

Fuori dal palco è ancora più esplicito: spera che i moderati comprendano di poter concorrere a «un progetto alternativo a quello di Vannacci». E quando gli chiedono se nel progetto ci siano anche i Cinque Stelle, la risposta non lascia molti dubbi: «Sì, tutti. Coi 5 Stelle forse è più facile».

Ecco il progetto: prendere i pentastellati da una parte e i moderati in fuga da Vannacci dall’altra. Un’apertura politica ma soprattutto programmatica: disponibilità a confrontarsi con «chiunque vorrà dare il proprio contributo», purché la discussione parta dai contenuti.

L’estrema destra dietro l’angolo

A giustificare tanta elasticità provvede lo scenario internazionale. Lo Russo mette nello stesso orizzonte l’avanzata dell’Alternative für Deutschland, Donald Trump e Vannacci. La democrazia, sostiene, attraversa una crisi profonda e il collante dell’avanzata delle destre non sarebbe tanto il livello d’istruzione – spiegazione cara al suo (ex?) capocorrente Stefano Bonaccini – quanto «il livello di rabbia e solitudine» presente nella società. Vannacci diventa il paradigma italiano: classi differenziate per i bambini disabili, negazione del femminicidio. Davanti a questo, sostiene il sindaco, le forze che vogliono contrastare la destra devono concentrarsi «sui punti che uniscono, non su quelli che dividono».

Una rappresentazione che ha anche il pregio, politicamente assai comodo, di trasformare le prossime Comunali in uno scontro tra Lo Russo e l’estrema destra prima ancora che il centrodestra abbia scelto il candidato. E di mettere sotto il tappeto le differenze dentro il campo largo: chi non ci sta rischia automaticamente di essere dipinto come quello che favorisce Vannacci.

Centomila torinesi in meno

Dentro questo schema finiscono immigrazione e sicurezza. Lo Russo rifiuta la narrazione di Torino precipitata improvvisamente nell’insicurezza. Ricorda la città degli anni Novanta, i manifesti della Lega e quartieri come via Artom, Falchera e Quadrilatero che già allora venivano descritti come territori proibiti. Sull’immigrazione il ragionamento è prima di tutto demografico: «Senza immigrati Torino avrebbe centomila abitanti in meno. Non c’è alternativa».

Quanto alla sicurezza, il bersaglio torna a essere il Governo. A Torino, sostiene, mancano circa duecento agenti e dieci volanti per turno. E mentre «stanotte mille persone dormiranno in posti letto gestiti dal Comune», l’esecutivo avrebbe tutto l’interesse ad amplificare i singoli episodi di cronaca nelle grandi città: «Il governo sa che, se c’è un po’ di casino a Torino, Milano o Roma per un singolo episodio di cronaca, gli fa comodo». La sintesi sul governo Meloni è ancora meno diplomatica: «governa male da quattro anni».

Il campo è largo, la Tav no

Ed eccoci al punto in cui la geometria politica comincia a complicarsi. Perché mentre spalanca le porte ai Cinque Stelle, Lo Russo sulla Torino-Lione chiude qualsiasi spiraglio alla trattativa. «La Tav è essenziale per lo sviluppo della città e del Nord Ovest». E non soltanto per l’economia: «Va fatta anche in una logica di transizione ecologica». Significa spostare le merci dalla strada alla ferrovia, togliere tir dalle autostrade. Quindi, sentenzia: «Basta parlare di come fermare quest’opera».

Parole che qualche futuro alleato farà bene ad appuntarsi. Perché superare le scorie del passato è relativamente semplice sul palco di una Festa dell’Unità. Più complicato sarà farlo quando sul tavolo finiranno Tav, infrastrutture e sviluppo. Lo Russo, almeno su questo, mette preventivamente le carte in tavola: il campo può diventare largo quanto si vuole, ma sulla Torino-Lione non si tratta. E prima ancora stabilisce un altro confine: «Anche la causa migliore non giustificherà mai la violenza sulle forze dell’ordine».

Askatasuna, patto sepolto

Il discorso conduce inevitabilmente ad Askatasuna. Per Lo Russo l’esperienza del patto di collaborazione è conclusa. L’immobile sarà messo a bando per una destinazione sociale e la procedura sarà aperta a chi presenterà un progetto. Una pietra sopra uno degli esperimenti più controversi della sua amministrazione, senza però concedere al centrodestra la soddisfazione di una resa. Anzi. Il sindaco ribalta l’accusa: «Meno male che lo sgombero doveva essere la soluzione. Abbiamo visto che cosa è successo quest’estate con la devastazione del cantiere Tav».

Il patto è morto, dunque, ma per Lo Russo la responsabilità politica resta dall’altra parte. Un modo piuttosto agile per chiudere un'esperienza senza dover spiegare troppo perché la si fosse aperta.

Prima produrre, poi distribuire

Sull’economia Lo Russo rispolvera una massima che a sinistra non sempre gode di buona stampa: prima di distribuire la ricchezza bisogna produrla. E per farlo occorrono investimenti pubblici capaci di sostenere imprese costrette a competere con colossi controllati da potenze straniere. «Tutto il resto è fuffa».

Sul futuro dell’automotive torna invece all’attacco dell'esecutivo: «Non vedo cosa aspetta a dare vita a un vero piano di rilancio industriale». E a Giorgia Meloni, fresca di celebrazioni per la longevità del governo, recapita il conto: «Non so che cosa abbia da festeggiare».

Campo largo con qualche sedia vuota

Poi ci sono le assenze. E in politica, soprattutto quando si inaugura una campagna elettorale, anche le sedie vuote parlano. Con l’eccezione di Andrea Giorgis, non si sono visti i parlamentari torinesi del Pd: Anna Rossomando, Mauro Laus e Mauro Berruto. Assenti anche la capogruppo dem in Regione Gianna Pentenero e la presidente del Pd piemontese Nadia Conticelli. Magari coincidenze. Magari impegni. Ma mentre Lo Russo dal Ruffini spiegava che bisogna allargare il campo ai Cinque Stelle e pure ai moderati del centrodestra, una parte non proprio irrilevante del suo stesso partito aveva scelto di trascorrere la serata altrove.

Il sindaco ha cominciato a disegnare la coalizione con cui vuole presentarsi alle Comunali del 2027: dentro i vecchi alleati, dentro i Cinque Stelle, porte socchiuse ai moderati spaventati da Vannacci. Sulla Tav, però, non si discute; Askatasuna viene consegnata al passato e sul proprio mandato non trova nulla da rimproverarsi. Il campo largo può cominciare. Resta da vedere chi avrà voglia di entrarci e, soprattutto, quanti accetteranno che il perimetro lo tracci Lo Russo.

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