SCENA & RETROSCENA

Cirio prepara la successione,
il Pd fa il tifo perchè resti

Con le mire romane del governatore si apre la partita per il dopo. Corgnati resta la prima scelta, Ganelli la carta coperta. La Lega ha Canelli, ma difficilmente potrà alzare la voce. A sinistra Rossomando, Valle, Piastra e Rossi scaldano i motori con l'incognita Airaudo

Anche se si fa vedere sempre meno, Alberto Cirio non ha ancora lasciato il quarantesimo piano del grattacielo della Regione, ma ha già cominciato a chiedersi chi potrebbe occuparlo dopo di lui. Non per generosità dinastica, né perché abbia fretta di sloggiare. Semplicemente perché il governatore coltiva da tempo mire romane e sa che, se dovessero concretizzarsi, il dopo andrebbe preparato prima e non improvvisato in fretta e furia.

Il condizionale, però, è d’obbligo. E pure grosso. Perché prima devono incastrarsi parecchie tessere. Il centrodestra deve vincere le prossime elezioni politiche e, dentro quel risultato, devono aprirsi per Cirio prospettive tali da giustificare l’abbandono anticipato del Piemonte. Un ministero di peso (l’Agricoltura o le Infrastrutture), la presidenza della Camera o comunque un incarico istituzionale di primissimo piano. Altrimenti il quarantesimo piano resta un ottimo posto dal quale aspettare tempi migliori.

Le ambizioni romane, però, spiegano perché la ricognizione sulla successione sia già partita. Cirio non vuole soltanto capire dove potrebbe andare lui: vuole avere voce decisiva anche su chi verrebbe dopo. Nel frattempo il governatore è diventato uno dei quattro vicesegretari nazionali di Forza Italia, ruolo che ne consolida il peso nelle trattative romane e, di riflesso, anche nelle future spartizioni territoriali del centrodestra. E proprio qui sta il secondo pezzo della partita: chiunque immagini che Cirio possa semplicemente consegnare le chiavi del Palazzo Piemonte agli alleati non ha fatto bene i conti.

La prelazione di Cirio

Sul proprio successore il presidente rivendica, senza bisogno di proclamarlo, una sorta di diritto di prelazione. Perché è il governatore uscente, perché guida la Regione dal 2019, perché nel 2024 l’ha riconquistata largamente e perché Forza Italia non ha alcuna intenzione di cedere con leggerezza una delle Regioni più importanti che ancora controlla.

La geografia delle prossime candidature nel centrodestra può naturalmente cambiare cento volte. Ma oggi Fratelli d’Italia guarda soprattutto alla Lombardia, il boccone grosso del Nord, mentre una Lega assai meno in carne di un tempo avrebbe qualche difficoltà a presentarsi al tavolo pretendendo il Piemonte. Non che al Carroccio manchi un possibile candidato. Anzi, ne avrebbe uno molto competitivo: Alessandro Canelli, 55 anni, sindaco di Novara dal 2016, presidente di Ifel e amministratore con un profilo ormai ben oltre i confini della sua città. Ma il pallino, almeno per ora, resta nelle mani del governatore. E la sua prima scelta ha un nome preciso.

Prima scelta Corgnati

Stefano Corgnati, 53 anni, rettore del Politecnico di Torino, è l’uomo che Cirio vede più facilmente nel proprio ufficio. Non è esattamente una novità, anche se qualche giornale sembra averlo scoperto soltanto adesso: lo Spiffero aveva indicato il Magnifico come possibile successore già nel 2025, quando la successione a Cirio sembrava ancora un esercizio per appassionati di fantapolitica.

Vercellese, classe 1973, ingegnere meccanico, professore ordinario di Fisica tecnica ambientale, Corgnati è stato sindaco di Livorno Ferraris per dieci anni e conosce la politica assai meglio di quanto potrebbe far pensare il profilo accademico. Ha attraversato l’area di centrodestra da Alleanza Nazionale al Pdl fino a Forza Italia, senza trasformarsi in un uomo di apparato. Esattamente il tipo di candidato che piace a Cirio: moderato, istituzionale, amministratore, capace di pescare oltre il recinto dei partiti e con rapporti non conflittuali anche dall’altra parte.

Il problema è il calendario. Corgnati guida l’Ateneo dal marzo 2024 e il suo mandato scade nel 2030. Più le elezioni regionali dovessero avvicinarsi, per effetto di un’uscita anticipata di Cirio, più sarebbe difficile convincerlo a mollare corso Duca degli Abruzzi, interrompendo un mandato nel quale ha ancora parecchi dossier aperti. Con suo rammarico, certo. E probabilmente pure con quello di Cirio. La candidatura di Corgnati, insomma, funziona meglio se Roma sfuma.

Il notaio nel cassetto

Ed è qui che compare la carta molto meno esposta, almeno finora: Andrea Ganelli. Notaio torinese, 55 anni, professionista ben introdotto nei salotti economici e istituzionali della città, Ganelli è diventato negli ultimi mesi uno degli interlocutori più ascoltati dal governatore. Lo dimostra anche la partita per la presidenza della Fondazione Circolo dei lettori, dove Cirio lo ha individuato per il dopo Giulio Biino. Una poltrona tutt’altro che ornamentale, perché significa mettere le mani sulla governance di un sistema che porta dritto al Salone del Libro, ai rapporti con il ministero della Cultura, alle fondazioni e alla Torino che conta. Un incarico che gli darebbe inevitabilmente maggiore visibilità pubblica.

Ganelli, peraltro, dopo essere stato tra i principali sostenitori di Stefano Lo Russo nella difficile fase in cui l’attuale sindaco cercava di accreditarsi come candidato a Palazzo Civico, tornerebbe a bazzicare politicamente il centrodestra, avendo avuto nel suo portafoglio due tessere: quella della Dc e quella della prima Forza Italia. Con l’inquilino di Palazzo civico i rapporti si sono raffreddati, mentre quelli con Cirio si sono progressivamente intensificati. Uomo di relazioni, moderato, trasversale, più abituato ai tavoli che alle tribune, possiede molte delle caratteristiche ricercate dal governatore per un eventuale candidato civico. Il Circolo dei lettori potrebbe dunque essere qualcosa di più di un approdo prestigioso. Anche una palestra. O almeno una vetrina.

Perdere Torino, vincere il Piemonte

Il punto, del resto, è che il centrodestra piemontese non ha necessariamente bisogno di conquistare Torino per conservare la Regione. Finora gli è bastato perderla bene. Alle regionali del 2024 il centrosinistra guidato da Gianna Pentenero riuscì a prevalere a Torino, ma di appena 4,57 punti. Appena fuori dal capoluogo, però, cambia la musica. È il Piemonte 2, quello dei paesi, delle province, della pianura agricola e dei piccoli centri, nel quale Cirio ha costruito nel tempo una rete personale prima ancora che partitica. Ed è proprio lì che il centrodestra accumula il vantaggio che gli consente di perdere Torino e vincere largamente la Regione.

Ed è proprio questa la montagna che il centrosinistra continua a non riuscire a scalare. Se il presidente dovesse davvero lasciare con uno o due anni d’anticipo, infatti, a trovarsi maggiormente spiazzata potrebbe non essere la coalizione che governa, ma quella che dovrebbe provare a sostituirla.

A sinistra fanno gli scongiuri

Nel centrosinistra, al momento, l’ipotesi più rassicurante è che Cirio resti dov’è fino al 2029. Una curiosa forma di sostegno esterno al governatore: sperare che le sue ambizioni romane non si concretizzino per guadagnare tempo. Perché un conto è preparare con tre anni d’anticipo una candidatura regionale, altro è svegliarsi dopo le Politiche e scoprire di avere davanti pochi mesi.

I nomi naturalmente ci sono. È il candidato che ancora manca. Anna Rossomando, ad esempio, vicepresidente del Senato, avvocata e parlamentare da quattro legislature, un pensierino lo ha fatto da tempo. Anzi, più di un pensierino. La corsa alla Regione è una delle opzioni che la senatrice sta sondando tra Roma e Torino. Lei ci terrebbe parecchio. Non altrettanto, almeno per ora, sembrano entusiasmarsi molti dei suoi compagni di partito, persino della sua stessa corrente. Una candidatura autorevole sul piano istituzionale, certamente, ma tutta da verificare sul piano della capacità di penetrazione territoriale e, soprattutto, su quello del consenso interno a un Pd nel quale l’autorevolezza romana spesso vale meno del radicamento territoriale.

Il sogno mai spento di Valle

Poi c’è Daniele Valle, 42 anni, consigliere regionale dal 2014, avvocato, tre legislature a Palazzo Lascaris e un’ambizione che non nasce oggi. Già nel 2018, quando Sergio Chiamparino ragionava sulla possibilità di non ricandidarsi, Valle era stato individuato come uno dei possibili eredi. Giovane, riformista, cresciuto nel partito, legato personalmente all’allora governatore al punto da condividerne anche qualche arrampicata in montagna. Poi Chiamparino cambiò idea, decise di tentare il bis e quella successione finì in archivio. A riprova di quanto generosità e propensione al ricambio generazionale non siano mai state merce troppo diffusa in una certa classe politica.

Ci riprovò in vista delle regionali del 2024, trovando però davanti a sé il muro della sinistra interna. Oggi quello scenario è cambiato. La componente riformista che fa riferimento a Stefano Bonaccini, e della quale Valle è uno dei principali esponenti piemontesi, si è progressivamente avvicinata e ora è a pieno titolo parte della maggioranza schleiniana. Persino vecchie etichette correntizie significano meno di due anni fa.

E Valle, intanto, si porta avanti con il lavoro. Ha scelto la sanità, cioè il terreno sul quale si misura buona parte del giudizio su una Regione, come campo di battaglia privilegiato. Attacca un giorno sì e l’altro pure l’assessore (che è un po’ sparare sulla Croce Rossa visto il personaggio), alza continuamente il tiro sulle liste d’attesa, sugli ospedali e sull’organizzazione del sistema. Si sta costruendo addosso il ruolo di bestia nera della giunta sul dossier più sensibile. Se un giorno dovesse servire un candidato bell’e pronto, potrà dire di essere già in campagna elettorale da tempo.

Piastra oltre Settimo

Un altro nome che continua a circolare è quello di Elena Piastra, 42 anni, sindaca di Settimo Torinese, rieletta nel 2024 con percentuali bulgare e indicata più volte come uno dei volti amministrativi sui quali il Pd potrebbe investire. Ambizione non gliene manca. E neppure capacità di stare al centro della scena. Quando Elly Schlein partecipò alla Festa dell’Unità di Settimo, in molti lessero quella presenza come una possibile investitura in prospettiva regionale. Una lettura forse generosa, considerando che il “modello Settimo” fuori dai confini piemontesi non è esattamente materia di studio.

Ed è questo il problema della Piastra. A Settimo è fortissima. Fuori molto meno. Il tasso di notorietà precipita appena si supera la cinta daziaria della sua città, mentre proprio il Piemonte profondo è il territorio sul quale il centrosinistra continua a prendere bastonate. A suo favore giocano l’età, un profilo amministrativo spendibile e anche il fatto di essere donna, elemento che in una scelta nella quale il Pd volesse marcare una discontinuità potrebbe diventare tutt’altro che secondario. Ma prima bisognerebbe farla conoscere da Novara a Cuneo, da Verbania ad Alessandria. Non esattamente un gioco da ragazzi.

Mimmo tra Roma e Novara

Infine Domenico “Mimmo” Rossi, 48 anni, segretario regionale del Pd e consigliere a Palazzo Lascaris, novarese d’adozione ma nato in Basilicata, a Salandra, nel 1978. Diplomato in clarinetto, laureato in filosofia, una lunga esperienza nell’associazionismo antimafia prima dell’ingresso nelle istituzioni.

Sul piano geografico sarebbe forse la candidatura più interessante. Perché viene proprio da quel Piemonte orientale dove il centrosinistra ha bisogno disperatamente di allargare i propri confini e dove potrebbe giocarsi un pezzo decisivo della partita. Il problema è capire se Rossi abbia davvero voglia della Regione. Il suo obiettivo, da tempo, sembra piuttosto il Parlamento. Non a caso ha resistito alle pressioni di chi lo vorrebbe candidato sindaco a Novara, città dove sfidare il centrodestra significa partire con probabilità di successo tutt’altro che incoraggianti. Le sue aspirazioni parlamentari sono note, così come la poca voglia di immolarsi alle comunali. Ma in politica i percorsi cambiano. Soprattutto quando improvvisamente si libera una casella più grande.

Lo spettro Airaudo

E poi c’è l’incognita Giorgio Airaudo. Che forse, più che un altro nome da aggiungere alla lista, è il problema politico che prima o poi il Pd dovrà affrontare. Perché Alleanza Verdi e Sinistra difficilmente potrà continuare in eterno a fare la parente povera del campo largo, buona per portare voti e consiglieri ma mai per esprimere il candidato di vertice. Dopo le concessioni fatte ai Cinquestelle in altre Regioni, prima o poi anche Bonelli e Fratoianni presenteranno il conto. E il Piemonte, dove Avs soprattutto a Torino raccoglie consensi tra i migliori d’Italia, potrebbe essere il posto giusto per saldarlo.

Airaudo, 66 anni, con il mandato alla guida della Cgil Piemonte ormai agli sgoccioli, sarebbe tutt’altro che un candidato di bandiera: ex deputato di Sel, una vita nella Fiom, notorietà ben superiore a quella di molti dirigenti di partito e soprattutto un profilo che parla di fabbriche, lavoro e crisi industriale in una regione dove proprio su quei terreni si giocherà parecchio. Da mesi prepara la ridiscesa in campo e ha già cominciato a muoversi da interlocutore politico, dialogando con Stefano Lo Russo e con il Pd.

Ma c’è un particolare ancora più interessante: Airaudo ormai si confronta alla pari con lo stesso Cirio. Alla festa della Fiom i due hanno duellato su auto, sanità, Europa e industria senza risparmiarsi le differenze, ma con una cordialità e un riconoscimento reciproco non proprio usuali tra un governatore di centrodestra e il segretario della Cgil. Cirio arrivò persino a elogiare pubblicamente la serietà dell’interlocutore e della sua organizzazione. Più che un aspirante candidato che deve ancora accreditarsi, insomma, Airaudo si comporta già come uno che al tavolo con il presidente uscente può sedersi senza chiedere il permesso.

E se Avs decidesse davvero di reclamare per sé la candidatura alla Regione, il “compagno Giorgio” sarebbe probabilmente la carta più difficile da respingere. Anche per il Pd. E forse ancora di più per Marco Grimaldi, che vedrebbe arrivare nella sua casa rossoverde un candidato con relazioni nazionali proprie, peso politico e mediatico e nessuna intenzione di mettersi in coda.

L’orologio di Cirio

Ed eccoci al punto. Tutti fanno nomi, ma il vero candidato alla presidenza della Regione Piemonte, per ora, si chiama calendario. Cirio deve capire quando si voterà per le Politiche, se il centrodestra vincerà, quale ruolo gli verrà eventualmente offerto e se quel ruolo sarà abbastanza importante da giustificare l’abbandono anticipato di piazza Piemonte. Corgnati deve capire quanto sarebbe costretto ad abbreviare il suo rettorato. Ganelli, intanto, potrebbe iniziare a uscire dai salotti per entrare nel cono di luce. Canelli aspetta di sapere quanto conterà ancora la Lega al tavolo delle spartizioni.

Dall’altra parte Rossomando, Valle, Piastra e Rossi scaldano più o meno vistosamente i motori senza sapere neppure quando verrà abbassata la bandiera della partenza. Con una differenza non piccola. Il centrodestra una macchina elettorale regionale ce l’ha già e Cirio, comunque vada, intende lasciare anche le chiavi al successore. Il centrosinistra, invece, deve ancora costruire il veicolo. Per questo, sotto sotto, dalle parti del Pd la speranza più concreta rischia di essere la meno confessabile: che a Roma per Cirio non si liberi nulla. O almeno non troppo presto.

print_icon