Vannacci, rancore nazionale
Juri Bossuto 06:00 Giovedì 17 Settembre 2026
Nei prossimi giorni la neonata formazione politica di estrema destra, Futuro Nazionale, farà il suo esordio a Torino. Il suo fondatore terrà un comizio riservato ai sostenitori nel salone di un albergo del centro città. Il generale, diventato famoso grazie a un libro in cui definisce "diversi” e sostanzialmente inutili tutti coloro che non condividono la sua bizzarra filosofia, esporrà le sue teorie sociali gettando livore su chiunque non rientri nei suoi personali canoni di “normalità”.
Questo militare prestatosi alla politica ha una visione del mondo fatta di steccati e separazioni. Rifiutando di esprimere empatia e serenità verso ciò che lo circonda, ha scelto di dividere la società in “ben accetti” e “non ben accetti”, rispolverando una vecchia ideologia che si sperava morta e sepolta dalla primavera del 1945.
Trovare un nemico in ogni cosa, persino in chi ha i capelli rossi, conduce a una scelta di vita penosa e carica di rancore, che si allontana fatalmente dai valori cristiani dell’inclusione, della solidarietà e del porgere l’altra guancia. Avercela con il mondo non è certamente un bel vivere, anche quando la collera diventa la chiave del successo: un'ira capace di trasformare un mediocre libercolo autoprodotto in un best-seller, e un irritato perenne in un eurodeputato e leader politico.
Costruire una carriera instillando paura e disprezzo tra le persone non fa che alimentare altro disprezzo e, di conseguenza, il conflitto. Il richiamo stesso al fascismo (periodo storico verso cui il generale non nasconde una certa nostalgia) è fonte di profonda indignazione per chiunque ricordi i morti, la feroce repressione e i tanti incarcerati dal nazionalismo in camicia nera. Questo sdegno può diventare, a sua volta, il motore delle contestazioni di piazza.
Non stupisce, quindi, l’appello social lanciato dal collettivo che fa riferimento all’Askatasuna. Il presidio indetto dall’area antagonista per boicottare l’appuntamento del “generalissimo” (Vannacci, non Francisco Franco) ricorda le mobilitazioni in piazza nelle grandi città del Nord quando l’MSI organizzava i comizi di Almirante. Genova e Reggio Emilia sono solo alcuni esempi storici dello sdegno causato dalle manifestazioni all’insegna della fiamma tricolore.
I tempi sicuramente cambiano, ma il fascismo no. Si può condividere o meno la protesta indetta dal blocco sociale torinese, ma la lettura degli oltre 1.700 commenti postati sulla pagina Facebook di Askatasuna lascia basiti. Una valanga di insulti e minacce si è abbattuta sugli organizzatori: un linciaggio verbale fatto di epiteti violenti e della ripetizione ossessiva del termine “zecca rossa”. Spulciando i profili di chi lancia queste invettive, si scoprono spesso donne over 50 che abitualmente pubblicano foto di gattini, mazzi di fiori e notizie leggere.
È una marea di fango che probabilmente non spaventa l'orizzonte antagonista, ma che in compenso fotografa una società intrisa di cinismo, cattiveria e totale assenza di ironia. Un mix di terrore e violenza che distrugge la tolleranza e devasta le menti in modo indelebile, preparando il terreno per un futuro cupo e disumano.
Il fascismo attuale non risiede solo nelle parole di chi si richiama a Mussolini, ma in una cultura dominante ostaggio di impulsi rabbiosi verso qualsiasi comunità non allineata secondo ai dettati del ducetto di turno. È fascismo il linciaggio mediatico, è fascismo la censura e il pensiero unico, è fascismo il pensiero unico che zittisce la critica bollandola come complottista o indegna di qualsiasi considerazione.
Oggi il fascismo non è più monopolio di chi si dichiara tale; appartiene purtroppo anche a chi si reputa “tutto sommato democratico” ma, per presunzione e arroganza, non ammette il dissenso. Il fascismo non conosce più confini ideologici: la libertà d’opinione è una delle vittime più eccellenti, sacrificata prima sull'altare del Covid e poi su quello delle guerre in corso.



