Benzina sul fuoco

Le multinazionali che operano nel settore petrolifero hanno “finalmente” messo a segno un risultato importantissimo e perseguito da tempo: il superamento psicologico della soglia dei due euro per ogni litro di benzina e di gasolio. In passato, gli speculatori ritenevano impossibile poter imporre una cifra così elevata alle colonnine dei distributori, poiché temevano le possibili conseguenze (un calo netto del mercato o insurrezioni di piazza). Al contrario delle previsioni, invece, non è accaduto nulla.

Una vittoria piena che consente di accumulare profitti su profitti, soprattutto grazie alle guerre scatenate da Israele e Stati Uniti. Sin dai primi attacchi contro Teheran, nei mesi antecedenti il blocco dello stretto di Hormuz, le compagnie hanno ritoccato il costo del greggio raffinato, che avevano acquistato in precedenza a minor prezzo, incassando così una quantità di denaro considerevole. Una manna dal cielo a cui sarà difficile rinunciare, anche una volta archiviato il conflitto mediorientale.

Sono occorsi decenni per raggiungere i due euro al litro, una cifra che sale di giorno in giorno, e tornare al vecchio 1,70 euro, prezzo già caro seppur non carissimo, è oramai un’ipotesi utopica per i consumatori. Il costo “extra lusso” del carburante è però oggetto di considerazioni positive in alcuni settori ambientalisti, le cui riflessioni si concentrano, comprensibilmente, sul minor danno che subirà il pianeta in seguito a un consumo ridotto di diesel e benzina: un quadro ottimistico che purtroppo non tiene conto delle drammatiche ricadute del rincaro su famiglie e lavoratori.

Benzina con prezzi alle stelle significa un aumento generale di tutti i costi, a partire dai prodotti alimentari e quindi dalla spesa quotidiana, con conseguenze incisive sulle bollette e sui costi del riscaldamento invernale. La speculazione petrolifera inciderà pure sulle spese condominiali e sul caro locazione: con l’innalzamento dell’inflazione gli stipendi rimarranno invariati, ma l’ISTAT permetterà ai locatori di adeguare i propri canoni mensili. La ricaduta su pensionati e lavoratori sarà pari a quella di un macigno che rotola giù dalla vetta di una montagna privata del suo millenario ghiacciaio.

Le guerre sono il frutto di ciniche scelte puramente dettate dall’economia, dalla volontà di alcuni uomini d’affari che a tavolino hanno trovato il modo di arricchirsi ulteriormente. Come accadde nel periodo segnato dal Covid, anche gli anni post-pandemia stanno fornendo ghiotte possibilità ai soliti noti, e una vita sempre più difficile a tutti gli altri.

Il panorama europeo è simile in tutti i Paesi che compongono l’UE, complice una componente neoliberale (che poco ha da spartire con i suoi padri teorici) che attribuisce allo Stato solamente un ruolo repressivo e coercitivo (del tipo “andate in guerra” oppure “state chiusi in casa”), mentre riserva ai mercati e alla finanza la guida della nazione. Un internazionale spregiudicatamente liberal che include quasi tutti i partiti presenti nel Parlamento italiano (centrodestra e centrosinistra), la leadership francese attualmente al potere, quella tedesca (sempre più in bilico e traballante), quella inglese (malgrado il cambiamento di inquilino a Downing Street) e pure alcune formazioni partitiche in Russia (a cui i nostri media danno risalto ignorando al contempo la percentuale raggiunta dal Partito Comunista).

L’elettore, confuso e al verde, non riesce più a distinguere gli uni dagli altri, non sa cosa differenzi la premier Meloni dall’onorevole Schlein, generando in tal modo una sorta di cortocircuito che favorisce l’avanzata delle formazioni ultra-nazionaliste di estrema destra. Un fenomeno comprensibile e alla portata di qualsiasi analista politico, ma a quanto pare non dei leader dell’Unione Europea. Questi ultimi, forse motivati dalla facilità nel formulare frasi retoriche, preferiscono dare la colpa della loro sconfitta a non meglio identificate influenze straniere, oppure alla propaganda “indiretta” di nazioni annoverate in rubrica sotto la dicitura “nemiche”.

L’importante, per costoro, è continuare ad agire indisturbati, come insegnano sia il premier francese che il cancelliere tedesco, e non fermare la loro folle corsa contro il muro: uno scontro ad alta velocità da cui usciranno comunque illesi, al contrario del popolo che governano. L’assegnazione di qualche incarico internazionale alla fine della loro carriera parlamentare alleggerirà la coscienza, appesantendo però il portafogli.

L’assenza di veri statisti, combinata con il ritorno in auge dei nazionalismi, crea una miscela davvero pericolosa. Il discorso del presidente americano all’Assemblea Generale della Nazioni Unite è la dimostrazione di come si possa manifestare l’assenza di buon senso, e soprattutto diplomazia, nelle parole di un leader. Era impensabile, nell’epoca di Kennedy e Krusciov, salire sul podio dell’Assemblea Onu per minacciare e insultare le delegazioni degli altri Paesi presenti, come invece ha fatto Trump, disegnando lo stupore sul volto del rappresentate iraniano e provocando l’uscita dalla sala dei diplomatici cubani.

Un mondo governato da businessman e “dagli ultimi della classe”, quegli studenti che ritenevano inutile studiare per “farsi i soldi”: degni rappresentanti di una sottocultura oramai dominante in Occidente. Spericolati, incompetenti, e a volte un po' sbruffoni, sono le donne e gli uomini più adatti per obbligare i popoli dei Paesi atlantici a compiere una scelta: spingere il mondo ulteriormente verso il baratro delle barbarie, oppure realizzare il vecchio sogno novecentesco di un mondo migliore.

Il tempo per decidere è quasi finito.

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