BERLUSCONES

Profondo Rosso in Forza Italia tra congresso e voti in fuga

Il 21 novembre il passaggio di consegne da Zangrillo al suo ex fedelissimo, con Graglia vice e Tronzano alla guida provinciale. L’asse Cirio-Pichetto-Costa ridisegna gli equilibri pensando già alle Politiche. Ma al governatore ora toccherà fare politica

Prima si sistema il partito, poi si sistemano i candidati. L’ordine dei fattori, questa volta, conta eccome. Soprattutto quando i pretendenti a un seggio sono già molti più dei posti che Forza Italia continuando a viaggiare su questi numeri, può sperare di conquistare in Piemonte. Così, tolto di mezzo l’ingombro della riconferma di Paolo Zangrillo, gli azzurri si preparano a celebrare, verosimilmente sabato 21 novembre, il congresso che incoronerà Roberto Rosso e consacrerà il nuovo equilibrio costruito sull’asse Alberto Cirio-Gilberto Pichetto-Enrico Costa.

Dopo nove anni, dunque, Zangrillo consegnerà le chiavi a colui che per lungo tempo è stato il suo più fedele luogotenente. Red Patacca, come viene soprannominato per distinguerlo dall’omonimo storico esponente azzurro, però, aveva smesso da un pezzo di marciare agli ordini di Zangrullo. Quando ha capito che il capo non aveva più la forza per garantirsi una riconferma senza passare da una conta dagli esiti tutt’altro che scontati, anziché seguirlo nell’ultima battaglia ha cambiato passo: ha coltivato rapporti propri, consolidato la rete costruita sul territorio e, soprattutto, ha iniziato a giocare per sé, diventando, paradossalmente, la prova vivente che di Zangrillo si poteva fare a meno.

Il delfino si mette in proprio

Oggi il ministro presenta tutto come una successione ordinata. Parla di rinnovamento, sostiene che chi occupa posizioni di leadership debba dare l’esempio e spende parole di elogio per Rosso, di cui dice di aver potuto verificare negli anni le capacità. Fa buon viso a cattivo gioco. La realtà è assai più semplice: sulla sua riconferma non c’era più il consenso necessario e insistere avrebbe significato trasformare il congresso in una resa dei conti.

Certo, Rosso è stato per anni l’uomo di Zangrillo. Quello che macinava chilometri mentre il ministro si occupava d’altro, teneva i rapporti con gli amministratori, organizzava circoli, liste e tesseramento. Ancora nel marzo 2025 i due annunciavano fianco a fianco la grande stagione congressuale del partito piemontese. Poi il delfino ha scoperto di poter nuotare da solo. Quando ha fiutato la debolezza del capo, anziché immolarsi per salvarlo ha iniziato a giocare la propria mano. Non proprio un tradimento consumato in una notte, piuttosto un lento sganciamento: il braccio destro che smette di reggere il principale e scopre che quella poltrona potrebbe occuparla lui. Rosso, sorriso perenne stampato in volto e dentoni in bella mostra, una via di mezzo tra la iena ridens e il “Dentone” di Gassman, gongola.

D’altra parte, il curriculum politico di Rosso racconta una certa dimestichezza con gli spostamenti. Dalla Lega Nord di Gipo Farassino ad Alleanza Nazionale e a Ugo Martinat, fino all’approdo in Forza Italia grazie a Pichetto. Partiti cambiati quasi con la stessa frequenza dei pedalini, prima di trovare sotto le insegne berlusconiane una sistemazione decisamente più duratura. Adesso Zangrillo lo presenta come l’erede naturale di cui avrebbe «testato nel tempo la capacità». È la versione elegante di una successione che soltanto qualche mese fa avrebbe avuto tutt’altro sapore.

Rosso, ma non troppo

Sarebbe però sbagliato pensare che la nomina consegni il partito nelle mani di Rosso. Sarà il nuovo segretario, non certo il leader. Il compromesso raggiunto dopo mesi di fibrillazioni disegna una gestione assai più collegiale e soprattutto saldamente inserita negli equilibri voluti da Cirio, Pichetto e Costa.

A fare da contrappeso al nuovo segretario dovrebbe arrivare Francesco Graglia, vicepresidente del Consiglio regionale, cuneese e fedelissimo di Cirio. Sarà lui, secondo l’assetto che si sta definendo, ad assumere il ruolo di vicesegretario regionale. Non una casella riempita per rispettare la geografia: mettere Graglia accanto a Rosso significa assicurare al governatore un uomo di assoluta fiducia nel cuore della nuova gestione.

E mentre Red Patacca sale di un piano, la casella che lascia libera alla guida provinciale dovrebbe essere occupata da Andrea Tronzano. Assessore regionale, torinese, lunga militanza azzurra e altrettanto lunga esperienza tra Comune e Regione, prenderà in mano una struttura decisiva proprio mentre inizierà la corsa alle candidature. È questa la nuova geometria azzurra.

Pochi seggi, troppi nomi

E qui si arriva al punto. Perché il congresso conta soprattutto per ciò che verrà dopo: le Politiche. Con Forza Italia attestata sulle attuali percentuali, i posti piemontesi ragionevolmente disponibili fra Camera e Senato potrebbero ridursi a tre, salvo aumentare nel caso in cui una vittoria del centrodestra facesse scattare ulteriori eletti con il listino. I pretendenti, inutile dirlo, sono molti di più.

Ecco perché la costruzione del nuovo gruppo dirigente regionale non riguarda soltanto chi avrà le chiavi della sede. Chi controllerà il partito controllerà una parte decisiva del processo che porta alla composizione delle liste. Con un bottino potenzialmente così ridotto, ogni posizione diventa preziosa. E significa anche trovare una sistemazione a chi, pur avendo un nome pesante, rischia di non trovare spazio in Piemonte.

Zangrillo emigrante

È il caso dello stesso Zangrillo. Lasciata la segreteria, per il ministro potrebbe profilarsi anche un trasloco elettorale. Nei conciliaboli azzurri circola con crescente insistenza una destinazione: la Calabria. Ad accoglierlo potrebbe essere Roberto Occhiuto, governatore e sodale di quella componente interna che negli ultimi tempi ha mostrato insofferenza verso la gestione di Antonio Tajani. Peraltro sarebbe anche la restituzione di una vecchia cortesia.

Nel 2022 fu infatti Matilde Siracusano, compagna di Occhiuto, a trovare posto nelle liste del Piemonte 2. Una candidatura calata da fuori che finì per sottrarre uno dei già non abbondanti seggi alla rappresentanza piemontese. Adesso il favore potrebbe compiere il percorso inverso: allora una calabrese trovò posto in Piemonte, domani un piemontese (seppur ligure di origine) potrebbe cercare il seggio in Calabria. Per ora è un’ipotesi. Ma quando i candidati sono più dei posti, anche la geografia diventa elastica.

Cirio ha vinto. E adesso?

Che da tutta questa vicenda Cirio esca vincitore è difficile negarlo. Naturalmente tutti continuano a giurare che tra il governatore e Zangrillo non sia mai esistito alcun dualismo. Una di quelle cose che in politica si smentiscono con tanta insistenza proprio perché sono vere. Zangrillo lascia, Cirio resta. E il nuovo assetto porta uomini a lui vicini nei punti nevralgici del partito. Ma proprio perché ha vinto, il governatore non può limitarsi a incassare.

Sarebbe troppo comodo archiviare insieme a Zangrillo anche le questioni che quest’ultimo ha posto. Il modo è stato spesso sbagliato, ma non tutto ciò che ha detto era sbagliato. Anzi. Molte delle critiche mosse allo stato maggiore di Forza Italia pongono questioni politiche reali. A cominciare dalla necessità di rinnovare una classe dirigente che rischia di difendere più le proprie rendite di posizione che un progetto capace di allargare nuovamente il consenso.

Poi, certo, l’uscita sul «partito delle sagre» poteva tranquillamente risparmiarsela: liquidare con sufficienza quella politica fatta di amministratori, feste patronali, strette di mano e chilometri sul territorio significa dimenticare come si costruisce il consenso, soprattutto in una forza che non dispone più dell’enorme calamita elettorale rappresentata da Silvio Berlusconi. Ma tolte le sagre, resta la sostanza: che cosa vuole essere Forza Italia senza il Cavaliere?

Oltre l'empatia

È la domanda cui dovrebbe provare a rispondere soprattutto Cirio. Non basta essere il volto rassicurante e popolare di un partito che nel frattempo continua a restringersi. E non basta neppure per evitare di apparire il garante di quello stesso ceto politico che Zangrillo, sia pure interessatamente, mette sotto accusa.

Forza Italia ha un problema di identità, di classe dirigente e soprattutto di prospettiva. Un partito che per troppo tempo ha vissuto delle proprie rendite rischia di trasformarsi in un condominio nel quale ciascuno difende il proprio appartamento mentre il valore dell’intero stabile continua a scendere.

È questo che Cirio dovrebbe evitare. Se il nuovo corso consistesse soltanto nel sostituire Zangrillo con Rosso, mettere Graglia al suo fianco e consegnare Torino a Tronzano, il governatore rischierebbe di apparire non come l’artefice del rinnovamento, ma come il garante dello status quo. E sarebbe un problema anche per lui. Perché Cirio possiede una qualità rara nell’attuale Forza Italia: l’empatia. Sa parlare con tutti, attraversare ambienti diversi, tenere insieme pezzi che altrove si respingono. Ma l’empatia non è una linea politica.

Se vuole davvero esercitare un ruolo che vada oltre il Piemonte, dovrà iniziare a prendere posizione. Anche recuperando con maggiore nettezza quella cultura liberale, garantista e sui diritti che dovrebbe distinguere Forza Italia dagli alleati. Mediare sempre può essere un pregio per chi governa; diventa un limite per chi ambisce a indicare una direzione.

Il merluzzone ciociaro

Tanto più mentre al vertice nazionale c’è Antonio Tajani, il merluzzone ciociaro che negli ultimi tempi riesce con una certa frequenza a trasformare un microfono in una trappola. Dalle considerazioni sulle donne serie, meno appariscenti e riconoscibili persino dalla lunghezza delle gonne, fino alle performance linguistiche internazionali, il segretario continua a offrire materiale che certo non aiuta un partito intenzionato a presentarsi come la componente moderna e liberale del centrodestra.

Le gaffe, tuttavia, sono il problema minore. Quello maggiore sono i numeri. Forza Italia viaggia ormai su percentuali che in alcune rilevazioni la vedono persino superata dalla neonata formazione di Roberto Vannacci. E il rischio è di imboccare, con qualche mese di ritardo, la stessa china percorsa dalla Lega: un progressivo restringimento del consenso accompagnato da un gruppo dirigente sempre più concentrato sulla conservazione delle proprie posizioni.

Per questo il 21 novembre non potrà essere soltanto il giorno in cui Rosso prende il posto di Zangrillo. Se Cirio ha davvero vinto la lunga contesa per gli equilibri di Forza Italia in Piemonte, proprio allora inizierà la parte più difficile: dimostrare che il nuovo assetto serve a cambiare qualcosa e non soltanto a distribuire diversamente le chiavi delle stanze. Perché Zangrillo avrà pure perso la segreteria. Ma questo non significa che Forza Italia abbia risolto i problemi che denunciava.