Stabilicum alla resa dei voti
14:06 Mercoledì 30 Settembre 2026Via libera senza modifiche dalla commissione, la riforma approda nell'Aula della Camera. Domani le pregiudiziali e il primo scrutinio segreto. Meloni precetta i suoi e avverte: un'altra imboscata avrebbe conseguenze sulla legislatura. Cerca l'incidente?
La legge elettorale lascia la commissione ed entra nell’Aula di Montecitorio. E questa volta insieme ai voti si conta qualcosa di più pesante: la durata della legislatura. La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al mandato ai relatori senza modificare il testo arrivato dal Senato. Tutta la maggioranza ha votato a favore, tutte le opposizioni contro, compreso Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Respinti gli emendamenti delle minoranze, molti presentati unitariamente.
Dopo il pomeriggio trascorso per la discussione generale, domani mattina arriveranno le pregiudiziali di costituzionalità e con esse il primo voto segreto. È lì che inizierà la conta vera. Perché il precedente di luglio, quando il centrodestra finì sotto per un solo voto sulle preferenze, 188 a 187, non è stato dimenticato.
Meloni e l’ipotesi dimissioni
Stavolta Giorgia Meloni non intende concedere repliche. Nei giorni scorsi, durante il Consiglio dei ministri, ha chiesto che al momento decisivo siano presenti tutti, ministri compresi, avvertendo che dopo l’incidente di luglio un nuovo passo falso avrebbe «conseguenze inevitabili». Nelle ultime ore il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha alzato ulteriormente il livello d’allerta: la presenza non è più semplicemente richiesta, è diventata «obbligatoria».
Dietro la precettazione c’è molto più della sorte dello Stabilicum. Il messaggio fatto filtrare dalla premier è che un’eventuale bocciatura della riforma, soprattutto dopo averla blindata con la fiducia, aprirebbe una questione politica sulla tenuta stessa del governo. Secondo i retroscena che circolano da giorni in Transatlantico: dimissioni e strada verso elezioni anticipate. Alcune ricostruzioni arrivano a indicare gennaio come possibile approdo alle urne. Ed è precisamente questo scenario ad agitare gli alleati.
Il sospetto degli alleati
In Lega e Forza Italia nessuno ha interesse a trasformare un franco tiratore nella persona che stacca la spina alla legislatura. Salvini ha appena convocato il congresso straordinario (farsa) del Carroccio, mentre gli azzurri sono attraversati dal riequilibrio interno tra la segreteria di Antonio Tajani e l’area più vicina alla famiglia Berlusconi. Una campagna elettorale anticipata arriverebbe nel momento meno comodo per entrambi. Da qui il sospetto che serpeggia nel centrodestra: e se Meloni fosse meno preoccupata di quanto appare dall’eventualità di un incidente?
L’ipotesi che circola nei corridoi parlamentari è suggestiva: una bocciatura per mano dei franchi tiratori le offrirebbe il casus belli per chiudere anticipatamente la legislatura, presentarsi al Quirinale e chiedere di tornare alle urne. Una lettura che ambienti vicini al dossier respingono, sostenendo al contrario che la premier voglia portare a casa proprio questa legge perché la considera lo strumento per ricondurre le prossime Politiche a uno scontro bipolare tra lei e il candidato del centrosinistra.
Resta però un fatto: Meloni ha deciso di caricare il voto sulla riforma di un significato che va ben oltre le regole elettorali. E quando il capo del governo lascia intendere che una sconfitta parlamentare potrebbe avere conseguenze sulla legislatura, ogni voto segreto diventa una roulette.
L’incognita Vannacci
A rendere i calcoli meno rassicuranti c’è poi Vannacci. Futuro Nazionale ha votato contro anche in commissione e il suo posizionamento fuori dal centrodestra tradizionale pesa direttamente sul meccanismo della nuova legge. Lo Stabilicum assegna infatti il premio alla lista o coalizione che raggiunge il 42 per cento. Una formazione capace di sottrarre alcuni punti alla coalizione può dunque diventare decisiva per il mancato raggiungimento della soglia.
Il risultato delle recenti suppletive di Reggio Calabria, dove Futuro Nazionale è arrivato attorno all’11 per cento in una consultazione particolare e segnata dalla bassa affluenza, non può essere trasferito automaticamente su scala nazionale. Ma quella doppia cifra è bastata a rendere meno astratto il problema. Ed è qui che le interpretazioni divergono. Per alcuni, la presenza di Vannacci rende più rischioso per Meloni andare alle urne. Per altri, proprio il nuovo sistema servirebbe a polarizzare il voto sui due candidati alla presidenza del Consiglio, comprimendo le formazioni esterne ai due schieramenti maggiori.
La paura corre tra gli uscenti
Mentre i vertici ragionano sulla legislatura, più sotto si fanno calcoli molto meno teorici: chi torna in Parlamento e chi resta fuori. Con i capilista bloccati e le preferenze per gli altri candidati, dentro Fratelli d’Italia è già cominciata la riflessione sulle liste. I posti protetti saranno inevitabilmente pochi rispetto alla pattuglia parlamentare uscente e dovranno assorbire ministri, sottosegretari e dirigenti nazionali. Per tutti gli altri conterà il radicamento. E qui la nuova legge cambia parecchio.
Nel 2022 molti parlamentari furono scelti dall’alto e collocati in collegi sicuri; con le preferenze torna invece a pesare la capacità di raccogliere consenso personale. Amministratori locali e dirigenti territoriali possono scaldare i motori. Gli uscenti senza voti propri, molto meno. Anche perché le simulazioni disponibili mostrano oscillazioni significative nella composizione dei gruppi parlamentari a seconda che scatti o meno il premio. Sono esercizi costruiti sulle intenzioni di voto del momento, non previsioni, ma bastano a spiegare perché a Montecitorio l’attenzione non sia rivolta soltanto al destino della legge.
Due voti segreti
Oggi, dunque, le parole. Domani il primo brivido con le pregiudiziali di costituzionalità. Poi la fiducia dovrebbe mettere al riparo gli articoli più delicati, prima dell’altro passaggio ad alto rischio sul voto finale. A luglio bastò un solo voto per mandare sotto la maggioranza sulle preferenze. Meloni reagì dicendo che aveva vinto «la palude» e chiedendo una riflessione.
Questa volta la riflessione l’ha già fatta. E ha lasciato intendere ai suoi che, se qualcuno vuole riprovarci nel segreto dell’urna, potrebbe non saltare soltanto la legge elettorale.



