I piemontesi fanno 13 con Schlein. Direzione Roma (e al seggio)
Davide Depascale 07:00 Giovedì 01 Ottobre 2026Domani la riunione nazionale del Pd: sul tavolo la proroga del mandato della segretaria e le regole delle primarie di coalizione. Gori agita i riformisti, dal Piemonte prevale la linea unitaria. Ma sullo sfondo incombe Conte e già si fanno i conti per le future liste
Sono attesi a Roma domani mattina, alle ore 11, in tredici. Un “gruppo vacanze Piemonte” chiamato a sedere nella Direzione nazionale del Partito democratico mentre nel partito si apre una delle partite più delicate della lunga preparazione alle Politiche del 2027. Tredici esponenti, tredici sensibilità, ma un tratto comune che, almeno alla vigilia, sembra prevalere sugli altri: nessuno ha interesse ad aprire adesso una guerra interna.
La strategia, almeno formalmente, è quella dell’unità. Le tattiche, invece, sono molte, e il punto d’approdo è molto concreto: le candidature e la composizione delle liste.
A Torino e dintorni il tema non viene naturalmente affrontato in questi termini, ma è il grande sottotesto della riunione romana. Chi sarà candidato, in quale posizione e con quali garanzie dipenderà anche dall’assetto che il Pd costruirà nei prossimi mesi. E, soprattutto, da chi arriverà alla vigilia della campagna elettorale con il controllo politico del partito.
La pattuglia piemontese
A rappresentare il Piemonte nella Direzione saranno il cattodem Stefano Lepri, il sindaco di Torino Stefano Lo Russo, l’assessora comunale Chiara Foglietta, l’ex sindaco Piero Fassino, i parlamentari Andrea Giorgis, Chiara Gribaudo, Federico Fornaro, Mauro Berruto e Anna Rossomando, l’ex segretario regionale Paolo Furia, la sindaca di Settimo Torinese Elena Piastra, il segretario regionale Domenico Rossi e il consigliere regionale Daniele Valle.
Una pattuglia composita, espressione di storie politiche differenti ma immersa in un Pd piemontese che da tempo ha fatto dell’unità interna una delle proprie cifre. È proprio da qui che arriva il primo messaggio verso Roma: sulla proroga del mandato di Elly Schlein non sembrano esserci particolari fibrillazioni. Il mandato della segretaria è infatti destinato a scadere a marzo, prima delle Politiche, e la sua prosecuzione sarà uno dei passaggi politici della riunione.
Anche sulla questione più delicata – la possibilità di una candidatura alternativa a quella della segretaria alle eventuali primarie di coalizione – la linea piemontese appare orientata alla prudenza: “Non sarebbe furbo per il nostro partito spaccarsi alle primarie”, osserva il segretario Rossi. Andrea Giorgis, sul piano formale, ricorda invece che per consentire una candidatura dem alternativa servirebbe intervenire sulle regole interne: “Servirebbe anche una modifica dello statuto, non mi sembra un’ipotesi percorribile né tantomeno auspicabile”.
Il precedente sabaudo
Non è soltanto una posizione politica, ma anche la fotografia di come il Pd piemontese abbia superato la tradizionale contrapposizione tra maggioranza e minoranza. Basti pensare a Mimmo Rossi e Marcello Mazzù: entrambi avevano sostenuto Stefano Bonaccini alle primarie del 2023, quando l’allora presidente dell’Emilia-Romagna sfidò Schlein per la segreteria. Eppure Rossi è rimasto alla guida del Pd piemontese e Mazzù a quella del Pd metropolitano torinese.
Un modello di gestione unitaria che, nel corso degli anni, ha finito per rendere meno netta la distinzione tra chi sta con il segretario e chi sta dall’altra parte. Una dinamica che oggi torna utile a Schlein: l’obiettivo dichiarato è evitare che la discussione sulle primarie trasformi il Pd in un congresso permanente proprio alla vigilia della partita elettorale. Il nodo da sciogliere è principalmente uno: la candidatura alternativa di Giorgio Gori, che dopo l’ingresso dei bonacciniani di Energia Popolare in maggioranza è diventato il punto di riferimento della sparuta opposizione interna.
Il caso Gori e lo statuto
L’europarlamentare ed ex sindaco di Bergamo ha rilanciato sabato scorso a Prato, durante l’assemblea nazionale dell’area di minoranza, l’idea di una candidatura riformista alle primarie del centrosinistra. “Se ci sarà una voce riformista alle primarie del centrosinistra sarà una cosa buona”, aveva detto Gori, aggiungendo che “qualunque settarismo è sbagliato”.
La risposta del Nazareno è arrivata attraverso Igor Taruffi, responsabile dell’organizzazione del Pd e uno degli uomini più vicini alla segretaria. Il punto sollevato da Taruffi è anzitutto statutario: il Pd individua nel segretario nazionale il proprio candidato alla presidenza del Consiglio e, nel caso di primarie di coalizione, l’eventuale ammissione di ulteriori candidature passa comunque dall’Assemblea nazionale.
Il testo dello Statuto, in effetti, non esclude in assoluto altri candidati: stabilisce che, se il Pd partecipa a una coalizione e la scelta del candidato premier avviene attraverso primarie, sia l’Assemblea nazionale a stabilire le modalità di presentazione e selezione di eventuali altre candidature oltre a quella del segretario.
È qui che la questione tecnica diventa politica: per consentire a Gori – o a qualunque altro esponente dem – di sfidare Schlein, servirebbe infatti una decisione dell’organismo nel quale la segretaria dispone oggi di una larga maggioranza. Non è dunque soltanto una questione di regolamento: sarebbe un passaggio politico di notevole peso. Ecco perché dalle parti del Nazareno si tende a considerare la candidatura alternativa non come una normale competizione interna, ma come una possibile messa in discussione della leadership.
Lo spettro di Conte
Il punto, però, non è soltanto Gori. Perché una competizione interna al Pd con più candidati cambierebbe la geometria delle eventuali primarie di coalizione. E sullo sfondo ci sarebbe l’ex premier Giuseppe Conte. La prospettiva che Schlein sembra voler evitare è quella di arrivare alle primarie con un confronto preliminare tutto interno al Pd, capace di drenare consensi, energie e attenzione prima ancora che cominci la sfida con il leader del Movimento 5 Stelle.
La roadmap che si va delineando è dunque quella di una consultazione da convocare in tempi relativamente stretti e con Schlein come candidata del Pd. La segretaria punterebbe così a trasformare rapidamente la discussione interna in una competizione diretta per la leadership del campo largo. Il passaggio è tutt’altro che irrilevante. La stessa Schlein ha indicato nei mesi scorsi una sequenza basata prima sulla costruzione del programma e poi sulle primarie, mentre il nodo della leadership della coalizione è rimasto aperto.
Fuoco amico
Paradossalmente, le insidie più interessanti per Schlein potrebbero non arrivare dall’area che in queste ore sta chiedendo maggiore contendibilità. I riformisti di Giorgio Gori, Graziano Delrio e Lorenzo Guerini hanno alzato il livello del confronto, ma non sembrano intenzionati, almeno per ora, a trasformare la questione in una rottura. La loro battaglia riguarda anche le modalità del voto e, in particolare, la richiesta di evitare il voto online a favore di una consultazione esclusivamente in presenza. Il vero elemento di interesse è semmai ciò che accade nell’area politicamente più vicina alla segretaria.
A Montepulciano, alla fine del 2025, si era formato un nuovo contenitore che riuniva le aree di Dario Franceschini, Andrea Orlando e Roberto Speranza, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la maggioranza che sostiene Schlein ma anche di acquisire maggiore peso nelle decisioni del partito. Poche settimane dopo, a dicembre, la corrente Energia Popolare di Bonaccini è entrata formalmente nella maggioranza che sostiene la segretaria, consolidando un nuovo perimetro politico interno.
È una geografia molto diversa da quella del congresso del 2023. E proprio qui si trova uno dei paradossi della fase attuale: il gruppo che nel 2023 sosteneva Bonaccini e che allora rappresentava la principale alternativa interna a Schlein è oggi uno dei pilastri della sua maggioranza. Al contrario, i maggiorenti del “correntone” nato a Montepulciano, pur essendo nato dentro il campo che sostiene la segretaria, punta più a pesare sulle sue scelte, già pensando a un posto nel futuro esecutivo. E ragionando in quell’ottica, avere Conte a Palazzo Chigi sarebbe perfino più comodo.
Il Piemonte prende nota
Per i tredici piemontesi che venerdì siederanno in Direzione, il problema è dunque come arrivare alla vigilia delle Politiche senza essere risucchiati dalla guerra delle correnti. La formula che da Torino sembra prevalere è semplice: Schlein va sostenuta, il mandato va prorogato e il Pd non deve consegnarsi a una nuova stagione di divisioni interne.
Ma dietro l’apparente unanimità sulla segretaria si muove già il mercato politico delle candidature. Le liste saranno uno dei passaggi decisivi della prossima fase e il peso delle diverse componenti si misurerà anche sulla capacità di garantire rappresentanza ai propri uomini e alle proprie donne. Per questo la Direzione di domani sarà sì una riunione sulle regole delle primarie, sulla proroga del mandato e sulla leadership del centrosinistra. Ma sarà anche, inevitabilmente, una prima prova generale della geografia parlamentare del Pd che verrà.
I piemontesi, almeno per ora, arrivano a Roma senza voler aprire una guerra. Con poche strategie dichiarate e molte tattiche già in movimento. E con la consapevolezza che nel Pd nessuno ha particolare interesse a mettere nero su bianco: la vera partita non si gioca soltanto su chi sfiderà chi alle primarie. Si gioca su chi, il giorno dopo, avrà abbastanza forza per decidere le liste.



