SANITÀ

Fuggi fuggi dei camici bianchi.
Persi 280 medici in Piemonte

In meno di dieci anni si è ridotto il numero dei professionisti negli ospedali. Crescono dimissioni e ricorso ai gettonisti. Allarme di Anaao-Assomed. Le speranze sono affidate ai futuri specialisti. Cassoni: "I primi dati sulle iscrizioni lasciano ben sperare"

In meno di dieci anni gli ospedali del Piemonte hanno perso 280 medici: si è passati dagli 8.319 camici bianchi in servizio nel 2015 agli 8.039 del 2024, con un calo del 3,4%. Un dato in controtendenza rispetto al quadro nazionale, dove nello stesso periodo l’organico del Servizio sanitario è cresciuto complessivamente del 2,7%.

Ma a preoccupare è soprattutto il numero di chi decide di andarsene prima della pensione. In Piemonte le dimissioni volontarie dei medici ospedalieri sono passate dalle 105 del 2015 alle 245 del 2025, più che raddoppiando in dieci anni. Un fenomeno che si inserisce in un quadro nazionale ancora più allarmante: nel 2025 hanno lasciato volontariamente gli ospedali pubblici 3.767 medici, contro i 2.876 che sono andati in pensione.

È quanto emerge dallo studio realizzato dal sindacato Anaao-Assomed, che rileva inoltre come in Piemonte le assunzioni a tempo indeterminato siano passate dalle 323 del 2015 al picco di 971 nel 2023, per poi scendere a 596 nel 2024 e attestarsi a 650 nel 2025. Quelle a tempo determinato erano invece 233 nel 2015 e sono arrivate a 299 nel 2024.

Cifre che vanno raffrontate con quelle delle dimissioni prima dell’età pensionabile: il picco, pari al 7,3%, è stato raggiunto nel 2021, per poi ridursi all’1,7% nel 2024 e tornare a salire nel 2025. Un andamento che conferma come, al di là delle oscillazioni da un anno all’altro, il problema della fuoriuscita anticipata dei medici dal servizio sanitario pubblico resti tutt’altro che risolto.

Abbandoni senza rimedi

Numeri che, per il segretario regionale del sindacato, Valerio Tomaselli, “certificano una forte carenza assoluta di medici ospedalieri sul territorio regionale”. Ed è lo stesso sindacalista a sottolineare come “il quadro complessivo, nonostante l’impulso derivato dal decreto Calabria e le assunzioni extra turnover monitorate dall’Osservatorio regionale, mostra una significativa riduzione del numero totale dei medici ospedalieri rispetto al 2015 (-3,4%). Ciò si rende evidente – prosegue Tomaselli – anche dal massiccio utilizzo dei gettonisti, con un trend di spesa in aumento: 36,1 milioni nel 2024 e 50 milioni nel 2025”.

Pur con variazioni da un anno all’altro, la fuga dei medici dagli ospedali e, più in generale, dal servizio sanitario pubblico resta un fenomeno preoccupante, rispetto al quale finora non sono stati trovati rimedi risolutivi.

Lo stesso ricorso ai gettonisti – spesso unica soluzione per fronteggiare la carenza di personale, specie in alcuni reparti e nei Pronto Soccorso – alimenta un circolo vizioso: una parte dei medici ospedalieri lascia il proprio posto, aggravando la carenza e ingrossando la schiera di chi viene poi richiamato, con costi molto più elevati per le casse pubbliche, proprio per colmare i vuoti negli organici.

Speranza nei neolaureati

Uno scenario che non può che preoccupare, guardando non soltanto alla situazione attuale ma anche a quella futura. Proprio per questo più di una speranza viene riposta in altri numeri: quelli delle iscrizioni dei neolaureati alle scuole di specializzazione.

I primi dati dell’Università di Torino relativi alle iscrizioni degli aspiranti specialisti sembrano incoraggianti. In molti casi i posti messi a disposizione risultano tutti coperti, come avviene – per fare alcuni esempi – in Otorinolaringoiatria, Oftalmologia, Malattie dell’apparato cardiovascolare e Dermatologia. Anche Pediatria ha fatto il pieno, con tutti i 39 posti del primo scaglione assegnati.

Non sfugge che, come ormai accade da tempo, tra le specialità più richieste vi siano quelle che, oltre a offrire sbocchi nel servizio pubblico, consentono maggiori opportunità nella libera professione. Proprio per ridurre questo divario, per una ventina di specialità – tra cui Medicina d’emergenza-urgenza, che si ferma al 75% di iscritti rispetto ai posti disponibili, e Anestesia e rianimazione, al 91% – è stato previsto un aumento dello stipendio mensile di 190 euro per i primi due anni, portando il compenso annuo da circa 25mila a 26mila euro. Dal terzo anno l’incremento sale a 232 euro mensili, facendo passare il compenso annuo da circa 26mila a 28.285 euro.

Numeri per il futuro

Una sorta di investimento che guarda non soltanto al momento in cui i medici avranno ottenuto la specializzazione, ma anche agli anni precedenti, quando potranno già fornire il loro apporto rafforzando quegli organici che – come evidenziato dallo studio del sindacato – continuano a soffrire pesanti carenze.

Proprio di fronte ai primi numeri delle iscrizioni, il cui quadro definitivo sarà disponibile entro la fine del mese, Paola Cassoni, direttrice della Scuola di Medicina dell’ateneo torinese, spiega come “il dato complessivo evidenzia un trend di miglioramento nella copertura delle Scuole di specializzazione che tradizionalmente presentavano le maggiori criticità”.

Tra gli altri casi, Cassoni cita “la Radioterapia, che mostra un andamento più favorevole rispetto allo scorso anno” e, osservando la risposta fornita da questi primi numeri, ritiene “possibile che anche l’introduzione dell’incentivo economico abbia contribuito, almeno in parte, a sostenere questa maggiore attrattività”.

Una fuga che attraversa l’Italia

Il Piemonte, dunque, non è un caso isolato. A livello nazionale nel 2025 le dimissioni volontarie dei medici ospedalieri sono state 3.767, con un balzo del 150% rispetto alle 1.503 del 2024, arrivando a rappresentare il 3,5% del totale dei medici della sanità pubblica. Un livello che, secondo Anaao-Assomed, non era stato raggiunto neppure durante la pandemia. Nello stesso anno i pensionamenti si sono fermati a 2.876: in 12 regioni su 20, quindi, i medici che hanno scelto di lasciare il Servizio sanitario nazionale prima della pensione sono stati più numerosi di quelli arrivati al termine della carriera.

E non si tratta prevalentemente di professionisti prossimi alla pensione. L’età media di chi lascia è di circa 48 anni: medici nel pieno della maturità professionale che spesso scelgono il privato o l’estero. Il fenomeno assume dimensioni particolarmente marcate in Lazio, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia e Sardegna, dove le dimissioni superano da 2,4 a 3,3 volte i pensionamenti. In Puglia nel 2025 gli abbandoni sono stati 308, contro appena 56 dell’anno precedente; in Campania 246, nonostante 728 assunzioni a tempo indeterminato; in Veneto 214, quasi il doppio dei 115 registrati nel 2015; nelle Marche si è passati dai 33 abbandoni di dieci anni fa ai 139 dello scorso anno.

Numeri che rischiano di erodere gli effetti del ricambio generazionale avviato negli ultimi anni. Tra il 2019 e il 2025 il decreto Calabria ha consentito l’ingresso nel sistema di quasi 10mila giovani medici, ma restano forti differenze territoriali: nell’ultimo decennio il Centro-Nord ha guadagnato 4.029 unità, pari al 5,9%, mentre il Mezzogiorno ne ha perse 1.166, con una flessione del 3,1%.

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