STORIE DI VITA

Le biforcazioni di Bresso, Mercedes dietro la Zarina

Nel romanzo scritto con Claude Raffestin e concluso dopo la sua scomparsa, l'ex presidente lascia cadere la corazza e racconta la parte più intima di sé: la bambina ribelle, le fragilità, le paure e soprattutto l'amore di una vita. Per scoprire che la vera Itaca è il viaggio

C'è una bambina seduta su una grande sedia di cuoio, con le gambe che non arrivano a terra, convocata davanti al tribunale domestico perché a scuola non rende come dovrebbe. È Mercedes Bresso, molti anni prima che qualcuno pensi di chiamarla “Zarina”.

L’imputata, però, non sembra particolarmente intimidita. Punta il dito contro la madre, spiega che la maestra è «antipatica e incompetente», protesta perché non riesce a stare ferma nel banco e rivendica il diritto di tornare a Sanremo dalla nonna Caterina. La madre invoca ordine e disciplina, la sorellina Paola irrompe per difenderla, il padre osserva quella figlia ostinata e conclude che forse, nella vita, quel carattere le servirà. Non poteva sapere quanto.

È una delle scene più belle di Le biforcazioni, il romanzo scritto da Mercedes Bresso e Claude Raffestin, pubblicato da Lindau quando uno dei due autori non c’è più. E forse è anche una delle chiavi migliori per leggere queste oltre quattrocento pagine che attraversano famiglie, guerre, migrazioni, amori, politica e mezzo Novecento europeo. Perché dentro il libro sulle due nonne straordinarie, dentro la saga familiare e la riflessione sulle svolte imprevedibili che cambiano le esistenze, ce n’è un altro. Più piccolo e infinitamente più privato. È il libro in cui la Bresso, forse senza volerlo fino in fondo, si toglie la corazza.

Chi conosce la Bresso pubblica ritroverà parecchio della donna che ha governato Provincia e Regione, attraversato partiti e istituzioni europee, litigato senza particolare timore con amici e avversari. Il decisionismo, l’orgoglio, una certa granitica convinzione delle proprie ragioni non sono arrivati con la politica. C’erano già nella bambina che preferiva i fiori di Sanremo alla Torino annerita dalle fabbriche e che, davanti agli adulti riuniti per rimetterla in riga, negoziava il proprio destino.

Quando il padre le propone un patto – un altro anno di scuola a Sanremo in cambio dell’impegno a tornare poi a Torino – Mercedes accetta: «Io se prometto mantengo». Il romanzo aggiunge che ebbe uno di quei «guizzi di orgoglio» che sarebbero diventati proverbiali. Eccola, la Zarina. Aveva dieci anni.

Presidente e paroliere

Qualche anno dopo se ne scopre un’altra, ancora più improbabile per chi abbia conosciuto soltanto la severa economista, la docente universitaria, la politica dalla battuta affilata. Mercedes e Paola si appassionano a Claudio Villa. Lo incontrano, fondano a Torino un club dedicato al Reuccio e, naturalmente, Mercedes ne diventa presidente. È la sua prima presidenza, molto prima di Palazzo Cisterna e di Piazza Castello.

Le riunioni si tengono nella saletta di un bar vicino alla scuola. Le sorelle fanno la claque al Festival di Sanremo, invitano addirittura Villa a pranzo dalla nonna Caterina e il quartiere si mette alle finestre per assistere all’arrivo del cantante. Poi accade l’impensabile: alle due ragazze viene chiesto di scrivere le parole di una canzone, non propriamente memorabile, Furibondo twist. Il loro nome finisce sul disco ma, non essendo iscritte alla Siae, niente diritti d’autore. Il compenso è un gigantesco uovo di Pasqua. La carriera di paroliere termina lì. Quella da presidente, decisamente no.

È Claude, nel libro, a cogliere il particolare. Dopo aver rievocato quell’avventura adolescenziale dice alla moglie che era riuscita già allora a trasformare una passione in un’occasione per «crearsi un ruolo» e diventare un punto di riferimento. Una frase affettuosamente canzonatoria che, letta sapendo cosa sarebbe venuto dopo, sembra quasi una precoce biografia politica.

La biforcazione più importante

Poi arriva lui. Claude Raffestin entra nella vita di Mercedes nei primi anni Settanta. Professore a Ginevra, geografo destinato a diventare uno dei maggiori studiosi della disciplina, capelli precocemente bianchi, occhiali spessi, una generazione e una frontiera fra loro. Il libro ricostruisce il momento in cui l’incontro professionale diventa qualcos’altro. Sono sui Navigli, bevono Punt e Mes – scelto naturalmente da lei, piemontese – e parlano di ambiente, città, ricerca. Entrambi sono sposati. Claude le prende la mano e le confessa di non riuscire a nascondere ciò che prova. Mercedes ha paura, ma prova la stessa cosa. Ed ecco nuovamente la bambina sulla sedia di cuoio. Davanti a un bivio, scrivono, Mercedes fa ciò che più corrisponde al suo carattere: sceglie la strada più impervia. Quella strada durerà cinquantadue anni.

Non è raccontata come una favola. Ed è proprio questo a renderla credibile. Ci sono due matrimoni da sciogliere, anni trascorsi facendo i pendolari tra Italia e Svizzera, carriere ingombranti, una crisi profonda, una separazione e poi il ricongiungimento. A distanza di decenni, mentre scrivono il libro, i due tornano persino su quella ferita. Mercedes confessa quanto abbia sofferto; Claude ammette di non aver capito fino in fondo il male che le aveva fatto. Non cancellano la crepa dal loro racconto. La guardano insieme. È uno dei momenti nei quali Le biforcazioni smette definitivamente di essere soltanto una saga e diventa qualcosa di più raro: due persone anziane che rileggono senza trucchi la propria vita comune.

Dietro la donna che comandava

Ed è qui che il libro rovescia l’immagine pubblica di Bresso. Perché l’uomo che potrebbe apparire come il marito rimasto ai margini della poderosa carriera politica della moglie emerge invece come la presenza intorno alla quale quella vita ha ruotato. Quando nel 1995 arriva la proposta di candidarsi alla presidenza della Provincia, Mercedes esita anche per questo. Claude ha ancora la propria carriera a Ginevra e teme che i due possano perdersi di nuovo. Alla fine è lui a spingerla: buttati, le dice in sostanza, troveremo il modo.

Lei si butta. Da lì verranno la Provincia, la Regione, Bruxelles. Ma nel racconto privato delle sue “biforcazioni” la politica, persino quella che dall’esterno sembrava occupare tutto, finisce per essere meno importante di quanto si sarebbe immaginato. La vera biforcazione è Claude, come lei stessa riconosce: l’incontro con lui fu «il perno della mia vita». Ma bisogna leggere il romanzo per capire quanto poco retorica ci sia in quella definizione.

“Non abbiamo più molto tempo”

Gli ultimi capitoli cambiano tono. Mercedes e Claude sono ormai anziani. Lui si muove in carrozzina, lei lo aiuta tra le calli di Venezia. Continuano a scrivere davanti al computer. Vanno a Stresa, al Lido, ad Abano. Bevono spritz guardando il tramonto sulla laguna. Parlano dei loro antenati e battibeccano sulla struttura del romanzo. Si interrogano su come finirlo. Soprattutto, parlano del tempo.

Nel 2024 festeggiano gli ottant’anni di Mercedes. Claude le dice che, dopo mezzo secolo, quando la guarda vede ancora la ragazza che lo aveva stregato. Lei lo bacia e lo richiama al lavoro: «Ma adesso andiamo avanti!». È forse questa la Bresso più sorprendente del libro. La donna abituata a governare gli eventi scopre che esistono biforcazioni sulle quali non si esercita alcun potere. Gli autori lo avevano scritto all’inizio: qualche volta scegliamo noi la strada; altre volte «è il destino che sceglie per noi».

E allora quella coppia di intellettuali che per una vita ha analizzato sistemi, territori, economia, potere e istituzioni si riduce alle cose essenziali. Una casa. Un libro. Un bicchiere. Una mano. A Stresa Claude propone persino cosa fare quando entrambi non ci saranno più: essere cremati, mescolare le loro ceneri e spargerle alle radici dell’ulivo di casa. Per tornare insieme, in qualche maniera, dentro una pianta millenaria. È difficile trovare qualcosa di meno “zarista” e di più tenero.

L’ultima notte

Negli ultimi mesi scrivere diventa quasi un modo di tenersi aggrappati l’uno all’altra. Claude è sempre più fragile. Mercedes gli porta il tablet in ospedale perché possano continuare il romanzo. Quando torna a casa, la sera lei comincia a leggergli ad alta voce. Scelgono Il folle di Dio alla fine del mondo di Javier Cercas. Non avevano mai letto insieme prima.

Una notte Mercedes non riesce a dormire. Ha paura. Claude le prende la mano e le dice che anche quando non ci sarà più le basterà allungarla per sentirlo.

Poche settimane dopo festeggiano il suo ottantanovesimo compleanno. Claude prepara – o meglio dirige dalla sua postazione – una paella ai frutti di mare secondo la ricetta della madre. Dice agli amici che per i novant’anni faranno una grande festa a Stresa. Non ci arriverà.

Una sera di settembre si sente stanco e va a dormire. Più tardi Mercedes prova a svegliarlo per dargli le medicine. Claude non risponde. È morto nel sonno. Il romanzo, a quel punto, quasi non ha più bisogno della letteratura. Mercedes rimane accanto a lui. Sa che dal giorno successivo Raffestin apparterrà agli amici, agli allievi, agli studiosi, persino a chi lo aveva osteggiato. Ma quella notte no. Quella notte Claude è ancora soltanto suo. Gli prende la mano e gli parla. Poi va nello studio e recupera un quaderno nel quale lui aveva copiato a mano delle poesie pensando al giorno in cui lei sarebbe rimasta sola. E le legge.

L’ultima biforcazione

Le biforcazioni era nato più di mezzo secolo prima, quando Mercedes e Claude avevano cominciato a immaginare un libro sulle loro nonne, a loro modo protofemministe. È diventato una saga familiare, poi un attraversamento del Novecento e infine, quasi contro la volontà degli autori, il racconto di loro due. Le stesse pagine introduttive spiegano che il progetto, partito da Blanche e Caterina, si era progressivamente allargato fino a comprendere le loro vite.

Forse il suo difetto letterario – se davvero dovessimo trovarne uno – è proprio la sua qualità umana: vuole contenere troppo. Guerre, migrazioni, politica, geografia, ecologia, femminismo, Europa, famiglie, amori. A tratti la ricostruzione storica prende il sopravvento sul romanzo e i dialoghi servono dichiaratamente a cucire avvenimenti e memoria. Ma importa relativamente. Perché alla fine resta soprattutto un’altra cosa: un libro scritto da due persone per trattenere il tempo.

Per chi ha conosciuto Mercedes Bresso soltanto attraverso la politica, è anche la scoperta di una donna molto diversa dal personaggio pubblico. La testardaggine c’è tutta. L’orgoglio pure. La convinzione di sapere spesso dove andare non è stata smussata dagli anni. La bambina che contestava la maestra, la ragazza che fondava fan club per diventarne presidente e la Zarina di Palazzo Cisterna e di Piazza Castello sono inequivocabilmente la stessa persona.

Ma dietro c’è una donna che ha avuto paura, ha sofferto, si è innamorata perdutamente, si è separata, ha perdonato, ha ricominciato. E che dopo cinquantadue anni si è ritrovata a tenere la mano dell’uomo con cui aveva condiviso quasi tutto.

La nostra Itaca

All’inizio del libro Mercedes spiega che, dopo la morte di Claude, le sono serviti mesi per trovare la forza di finirlo. Poi scrive che questo volume è il suo omaggio a lui e alle persone che li hanno condotti fin lì. E conclude la premessa con una frase semplicissima: «Questa invece è la nostra storia». Alla fine delle 400 e passa pagine si capisce che è proprio così. Le nonne, le guerre, Torino, Parigi, Ginevra, l’Argentina, la politica, l’Europa sono le strade. Le biforcazioni, appunto. Quelle scelte e quelle imposte, quelle che sembravano deviazioni e invece hanno finito per indicare la direzione.

Viene in mente Itaca di Kavafis, una delle più belle poesie sul senso dell’esistenza. “Quando ti metterai in viaggio per Itaca / devi augurarti che la strada sia lunga”. Perché Itaca, alla fine, non è tanto il luogo in cui si arriva. È ciò che mette in moto il viaggio, ciò che permette di riempirlo di incontri, conoscenza, errori, passioni, separazioni e ritorni. E quando finalmente la si raggiunge non bisogna aspettarsi che ci renda ricchi: “Itaca ti ha dato il bel viaggio”.

Mercedes e Claude, di strada, ne hanno fatta moltissima. Cinquantadue anni contre vents et marées, come scrivono loro. Hanno sbagliato incroci, preso deviazioni, qualche volta si sono persino persi. Ma hanno continuato a cercarsi e, soprattutto, a camminare insieme. Forse è questo che resta davvero di Le biforcazioni. Non dove porti l’ultima strada, perché tutte le strade, prima o poi, finiscono. Ma quanto lunga, piena e sorprendente sia stata quella percorsa per arrivarci. La vera Itaca non è la meta. È il viaggio. E bisogna augurarsi che sia il più lungo possibile. (bb)

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