SACRO & PROFANO

Lo Spirito soffia nell'algoritmo. Lettera pastorale con ChatGPT

A Biella il vescovo Farinella si fa aiutare dall’intelligenza artificiale. A Torino Repole ridisegna le esequie, mentre dalla Francia arrivano inattesi segnali di risveglio della fede. E tra Alessandria e Novara tornano a muoversi le pedine episcopali

Ogni anno, con l’apertura delle scuole, si apre immancabilmente anche in tutte le diocesi la consueta liturgia burocratica dell’anno pastorale, che si struttura sempre con un’assemblea guidata dal vescovo e con la pubblicazione di una lettera che dovrebbe definire le priorità spirituali e formative dell’anno. L’esito delle assemblee, con svolgimento meticolosamente blindato, è l’apoteosi del politicamente corretto applicato alla Chiesa, dove manca ogni diagnosi autentica sullo stato di salute della fede.

Della lettera del cardinale Roberto Repole abbiamo detto domenica scorsa; circa gli altri vescovi piemontesi, in genere essi hanno la pretesa di interpretare la crisi della fede con categorie sociologiche, dove di solito si edulcora la realtà di una secolarizzazione selvaggia che svuota chiese e spegne le coscienze, preferendo la vitalità di facciata alla cruda urgenza della conversione. Ma di un caso vogliamo parlare, e riguarda Biella, dove il vescovo, il buono e pio monsignor Roberto Farinella, ha voluto che la sua lettera pastorale fosse «non convenzionale» e perciò – sono sue dichiarazioni – si è fatto aiutare dall’intelligenza artificiale.

Il commento che ChatGPT ha fatto della lettera alla domanda “analizza questo testo alla ricerca di pattern generati dall’IA” è stato che la lettura più plausibile, sul piano puramente stilistico, non è che il testo sia stato prodotto dall’IA, ma che esso presenti «una quantità solitamente elevata di caratteristiche compatibili con una scrittura assistita dall’IA, soprattutto nella fase di elaborazione, ampliamento, armonizzazione dello stile. In particolare, la parte più sospetta non è il vocabolario, bensì la regolarità della macchina retorica». Certo, non si può dire che tutto il testo sia stato generato dall’IA (soprattutto nelle ricercate citazioni tratte da una certa nicchia teologico-pastorale), ma è indubbio che qualcosa a monte sia stato utilizzato, forse con troppa disinvoltura.

Esequie, la Messa scompare

Come avevamo anticipato, sono stati pubblicati, a firma dell’arcivescovo Repole, gli “Orientamenti” pastorali per la celebrazione delle esequie, dove scompare la Messa durante i funerali, sostituita dalla Liturgia della Parola affidata ai diaconi e ai laici senza distribuzione della Comunione sacramentale; durante la veglia funebre il Rosario (tutto o in parte) viene reso facoltativo, e questo per sottrarla alla «ripetitività meccanica» delle Ave Maria.

Ma ecco che, a un certo punto, forse perché non se ne poteva fare a meno, rispunta nel testo del documento un concetto di cui si era persa la memoria: «Per non recidere il legame che unisce il suffragio dei defunti al sacrificio di Cristo, la scelta della Liturgia della Parola deve essere accompagnata dall’impegno a offrire per il defunto una successiva Celebrazione eucaristica parrocchiale». Sorprendente perché il concetto di sacrificio, che pure è al fondamento della dottrina eucaristica, appare ormai sempre più sullo sfondo, sottoposto a feroce critica, e non è un mistero che alcuni cerchino di ometterlo il più possibile o di sostituirlo con altre parole meno urticanti, come «dono». Senza considerare poi l’aspetto del suffragio delle anime dei defunti, al quale ormai in pochi credono, preti compresi. D’ora in poi solo il consiglio pastorale potrà valutare «in quali situazioni particolari e rispetto a quali percorsi di fede risulti opportuno celebrare il rito esequiale nella forma della Messa».

La sorpresa francese

La Francia è da tempo il Paese in cui più si manifesta un aggressivo secolarismo ed è stata la prima nazione al mondo che, il 4 marzo 2024, ha inserito l’aborto fra i diritti costituzionali. Il 19 agosto di quest’anno è entrata poi in vigore la legge che approva il suicidio assistito e l’eutanasia. Per questo il viaggio apostolico di Leone XIV ha sorpreso molti, perché è stato un successo di partecipazione popolare e qualcuno ha persino parlato di rinascita interiore del cattolicesimo.

Quest’anno in Francia ci sono stati 21.386 nuovi battesimi, il 20 per cento in più dell’anno scorso, e tra questi 8.152 adolescenti e 13.234 adulti, per lo più giovani. «Come voi sono stupito dal numero di persone che si riaffacciano alla fede», ha affermato il Papa nel suo incontro del 26 settembre. Questi numeri raccontano della débâcle di tutti i programmi e i piani pastorali elaborati nei decenni dalle diocesi e dalle parrocchie in interminabili incontri. Leone XIV ha detto in aereo che questi giovani «ovviamente cercano qualcosa» e il cardinale Jean-Marc Aveline che forse per troppi anni la gerarchia cattolica ha pensato di favorire la rinascita della fede non coltivando il vero sentire del Popolo di Dio, quello che intona il Salve Regina, ma istituendo mastodontici cantieri sinodali, convocando assemblee continue per elaborare piani pastorali per la gioia di teologi alla ricerca del tempo perduto.

In una delle tante riunioni il cardinale Repole, interrogato sul fenomeno francese, ebbe a riferire la reazione di alcuni suoi colleghi vescovi d’Oltralpe: «E adesso cosa gli facciamo fare?». La domanda racchiude in sé tutto il dramma della Chiesa progressista, per cui in essa si deve stare per «fare qualcosa», e cioè far parte di commissioni, consigli, consulte, aggregazioni, diventare ministri istituiti, svolazzare intorno agli altari, occuparsi di carità e lavoro oppure, e questa è l’ultima grottesca trovata, assumere il ruolo di «facilitatori del discernimento».

Tutto meno che – cosa da “indietristi” – per santificarsi e santificare, che è poi la missione dei cristiani secondo il Vangelo e il Vaticano II. Ed è per questo che i vescovi temono i grandi numeri. Se anche – cosa improbabile – a Torino dovessero tornare, sconvolgerebbero gli equilibri e getterebbero nel panico l’establishment, perché il programma boariniano è sempre stato “piccolo è bello” e “pochi ma buoni”. Don Manuel Belli, prete bergamasco e conoscitore profondo della Chiesa francese, ha scritto che essa oggi (non in passato) è piccola e imparagonabile a quella italiana, sprovvista di elementi di forte aggregazione, prevalentemente urbana, dove la fede fa anche a meno dei centri estivi e di tutto il resto. Essa svolge due sole funzioni: «celebra e forma», proprio quello che si sta delineando per il “modello Torino”. Solo che poi Spiritus ubi vult spirat e sconvolge tutti i piani. Come in Francia.

Il caso Gallese

Il sempre informato Silere non possum sta conducendo un’inchiesta che ricostruisce le vicende che hanno portato alle dimissioni il vescovo di Alessandria monsignor Guido Gallese il quale, appena entrato in diocesi, rivolse un inusuale invito al suo clero: preghiera, Messa quotidiana e confessione quindicinale. Indicazioni che lo misero subito in urto con il presbiterio, il quale partecipava di «quella particolare scuola ecclesiale piemontese che ha rappresentato nei decenni una delle espressioni più problematiche della recezione del Vaticano II» e che alla fine ha avuto la meglio.

Essa «è il prodotto di una stagione ecclesiale segnata dal clima contestatario del Sessantotto ma capace di lasciare conseguenze profonde. In Piemonte non sono mancati seminaristi allontanati perché “troppo devoti”, troppo attenti alla liturgia, così come giovani sacerdoti progressivamente marginalizzati, destinati a incarichi periferici o privati di reali responsabilità fino a logorarne entusiasmo e resistenza».

Dentro questa cultura ecclesiastica «andrebbe letto anche quanto accaduto negli ultimi anni a Torino sotto l’episcopato di Repole, dove diversi sacerdoti giovani, legati ad una sensibilità liturgica tradizionale, spesso dotati di particolare capacità nella pastorale giovanile e nella predicazione, hanno progressivamente perso spazio e responsabilità. Una dinamica «che supera la semplice contrapposizione tra sensibilità ecclesiali ma che produce effetti sulle persone, sulle vocazioni e sulla vita delle comunità». Ci sembra un’analisi sotto molti profili del tutto veritiera e che comincia ad essere sempre più conosciuta e osservata.

Il rebus del vescovo di Novara

Circola voce a Roma che l’enfant prodige del clero novarese monsignor Filippo Ciampanelli, vescovo sottosegretario del Dicastero delle Chiese orientali, abbia rifiutato di essere traslato sulla cattedra di San Gaudenzio, preferendo gli agi romani, forse conscio dello stato affatto brillante in cui versa la diocesi dopo la discussa gestione del facondo monsignor Giulio Franco Brambilla.

In settimana il Nunzio ha convocato don Michele Falabretti, ma qualcuno parla anche del sottosegretario della Cei, il bergamasco monsignor Mario Marchesi. Sarà finalmente la volta buona? A proposito di provviste di Chiesa, sembra che abbia fatto capolino nelle terne episcopali, spiazzando molti, il nome di don Marco Di Matteo, classe 1968, ordinato nel 1993, dominus e proconsole boariniano di Chieri e del Chierese. Le vie del Signore sono infinite.

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