COMUNE DI TORINO

Fassino si arrende: rimpasto in vista

Per rompere l'assedio del fuoco amico, il sindaco ha elaborato un documento programmatico della "Fase 2", in cui cede a molte richieste dei "ribelli" sulle partecipate. E apre a nuovi ingressi in giunta. Tra i papabili Lo Russo e Curto. Mangone in un'azienda

Sta mettendo tutto nero su bianco. Non la bile accumulata in queste settimane di guerriglia consiliare, né lo sconforto che lo assale ogni lunedì al suo ingresso nell’arengo pazzotico della Sala Rossa: l’uomo non è certo incline a svenevolezze sentimentali e men che meno avvezzo a gettare la spugna. Quello che Piero Fassino sta scrivendo e consegnerà nelle prossime ore ai consiglieri di maggioranza è un documento programmatico che traccia le linee di indirizzo di quella che, sbrigativamente, i giornalisti chiamano la “fase 2” di un mandato di governo pericolosamente periclitante. Un’agenda di temi e priorità in cui anche la spinosa questione delle dismissioni delle partecipate comunali troverà, almeno nelle intenzioni del sindaco, la giusta collocazione nel più ampio contesto delle politiche amministrative. Non vi sono condizioni aprioristiche dettate da criteri di natura ideologica, afferma Fassino, ma scelte che vanno compiute tenendo conto della realtà: a partire dai vincoli (allentati o no) del nuovo patto di stabilità. Cedere o meno Gtt, alienare (pur con qualche difficoltà finanziaria) gli altri pacchetti di azioni (da Iren al Frejus) sono decisioni che vanno ponderate e prese alla luce di un impianto complessivo che abbia come stella polare il modello di Comune da qui ai prossimi 10-15 anni.

 

Ma Fassino, da politico navigato qual è, sa benissimo che non sarà sufficiente fornire un quadro programmatico, per quanto convincente: certi dissensi, nobilitati da ragioni amministrative, nascondono in realtà contrasti di natura politica, ambizioni personali e, in alcuni casi, pure piccole meschinità umane. Non è tipo da scandalizzarsi. Anche se il carattere spigoloso del primo cittadino è un ostacolo non proprio marginale alla riappacificazione. Per questo ha lasciato trapelare di essere disposto – dopo o parallelamente – a questo lavoro “di elaborazione” a mettere mano alla composizione della giunta. Una squadra che, sia detto tra le righe, non soddisfa più neppure il capitano. Nella testa di Fassino frullano diverse ipotesi. Anzitutto occorre stemperare il malessere di ampi strati interni al suo stesso partito, un iceberg che ha la sua punta nei “renziani”, ma che in realtà attraversa tutte le componenti del Pd. Lo stesso capogruppo, frustrato dalla mancata promozione parlamentare, ha in ultimo smesso i panni del pompiere lasciando che le polemiche si infiammassero fino a lambire assessori (in particolare Gianguido Passoni e Tom Dealessandri). Per lui l’ingresso in giunta sarebbe cosa fatta, anche se con il suo trasloco assessorile si aprirebbe un altro fronte, quello della guida del gruppo, che rischia di essere altrettanto scottante. Al suo vice, il bindiano Michele Paolino, non vengono riconosciute grandi capacità di gestione politica, per cui l’unica soluzione che si profila è quella di richiamare in servizio Roberto Tricarico, da qualche tempo “distratto” dalle fortune del suo leader Ignazio Marino. O, in subordine, Alessandro Altamura, anche se per lui sarebbe già stata opzionata la poltrona di presidente della Sala Rossa, attualmente occupata dal moderato Giovanni Maria Ferrari, in scadenza il prossimo dicembre (e molto criticato per la gestione d'Aula).

 

L’arruolamento di Stefano Lo Russo consentirebbe a Fassino di disinnescare l’azione di un pericoloso (perché scaltro e intelligente) sobillatore del malcontento e, nel contempo, di assegnare i gradi di vicesindaco a Passoni. Insomma, la vecchia logica del bastone e della carota. Il destino dell’attuale numero due pare segnato: su Dealessandri pesano i troppi anni di incarico e, specialmente, la Commissione d’inchiesta sullo Csea, della cui ingloriosa fine molti imputano a lui precise responsabilità. Stessa sorte potrebbe toccare a Ilda Curti, a cui viene rimproverata una certa "disattenzione" su una parte fondamentale delle sue deleghe (l'Urbanistica), coinvolta in un'inchiesta giudiziaria (The Gate) nonché nel pasticciaccio del Palazzo del Lavoro. Data in uscita anche Mariacristina Spinosa, apolide sul piano politico (era dell'Idv poi passata ai transfughi di Centro Democratico di Massimo Donadi) e non particolarmente apprezzata nel suo impegno assessorile. Avvicendamenti che dovranno comunque assicurare le quote rosa, da qui le chance che vengono date in aumento dai bookmaker di Palazzo Civico per Lucia Centillo e Domenica Genisio.

 

Tutto sommato più agevole, perché maggiormente consona alla cultura fassiniana, è la sterilizzazione di Sel: l’attuale assessore di riferimento, Maria Grazia Pellerino, ormai orfana di padrinaggio politico, lascerà il posto (ma non le deleghe) al “ribelle” Michele Curto. Assai complicata è invece la partita con i “renziani”. Di far entrare in giunta il loro Masaniello, l’ex assessore Domenico Mangone, non se ne parla. Fassino è disponibile a ragionare per assegnargli la presidenza di una azienda: un modo per chetare i seguaci del Rottamatore (ma a Davide Gariglio sarà sufficiente?) e, soprattutto, per toglierselo  una volta per tutte dalle scatole. Sempre in casa garigliana si porrà il problema relativo al mantenimento in giunta di Claudio Lubatti, che ha rotto con gli antichi sodali posizionandosi su sponde fassiniane. Gariglio vuole la sua testa, Fassino gliela concederà?

print_icon