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Forza Italia? Buona idea. Nel ’94

Berlusconi rispolvera l'insegna della vecchia ditta. Ma nel tripudio generale della corte di Arcore, l'operazione non scalda i cuori dei pionieri. Colombini, fondatore del movimento in Piemonte, manifesta scetticismo: "Roba da avanspettacolo"

Più che di farsa trattasi di avanspettacolo. Il ritorno al futuro imposto da Silvio Berlusconi con il remake di Forza Italia lungi dal ravvivare lo “spirito” delle origini, riattizzando il fuoco sacro delle passioni primigenie, assume piuttosto i tratti di un sequel da B-movie. Un’operazione che non scalda i cuori anzitutto dei pionieri, quelli che in nome della rivoluzione liberale erano “scesi in campo” al fianco del Cavaliere. Di tradimento dei principi fondativi e di sconfitta culturale parla esplicitamente Edro Colombini, che del movimento fondato nel 1993 dal tycoon di Arcore è stato tra i primi dirigenti e deputato per due legislature. «Sono stati commessi molti errori, di carattere organizzativo e di strategia politica – dice Colombini, rompendo un silenzio che si è imposto dal 2002 quando ha lasciato la politica ed è tornato alla sua professione di chirurgo -. Ma il peccato più grave è stato quello di aver tradito i valori attorno ai quali un pezzo significativo di società civile si è mobilitata, tralasciando egoismi e interessi personali per mettere al servizio di un progetto civile le proprie competenze». Di quello spirito originario è rimasto ben poco, «soffocato dagli opportunismi incarnati da un ceto politico in cui sono prevalsi i peggiori».

 

Una delusione profonda che ha radici lontane: «Nel 1993, in piena battaglia per Mani Pulite, eravamo partiti con l’idea di costruire un movimento liberal, che ponesse al centro dell’azione politica i temi dell’onestà, della trasparenza, al servizio dei cittadini. Una prospettiva che delineasse un’alternativa sia alla Prima Repubblica sia ai metodi alla Di Pietro. Con tanta voglia di cambiare, senza essere forcaioli volevamo migliorare la politica e il Paese». Da lì sono nati i club, le fondazioni (come la “Sforzesca”, il suo think tank rapidamente affossato perché, come disse allora un dirigente, le «associazioni di libero pensiero dovevano essere sciolte nell’acido») e le interminabili riunioni prima in via Legano, poi in strada Mongreno. Sorretti da una squadra di intellettuali di primo livello: Urbani, Martino, Pera, persino Meluzzi e Vertone. «Avevamo stilato uno Statuto che delineava un movimento aperto, trasparente, inclusivo, dove chiunque si poteva iscrivere, parlare di politica, eleggere i propri dirigenti, farsi eleggere». Tutto schiacciato sotto il peso di logiche correntizie e mucchi di tessere, spesso fasulle. La vecchia politica ha preso il sopravvento e spazzato via gli homines novi, rapidamente sostituiti da apparati, camerieri, clientesche nel frattempo si erano insediati ai vertici. Un sistema in cui ha prevalso il conformismo e ogni forma di autocritica è stata bandita. A Roma come a Torino.

 

«Sia chiaro – continua Colombini – io non rinnego nulla e continuo a votare Berlusconi, anche se sotto ricatto». Ricatto? «Nel senso che per uno come me, liberale, è gioco forza continuare a dagli il voto, in assenza di un’alternativa credibile. Mi turo il naso e voto Berlusconi». Ma ora, proprio resuscitando Forza Italia, il Cavaliere non potrebbe riannodare quei fili interrotti molti anni fa? «Non credo, e non solo perché ogni volta che si prova a far tornare indietro le lancette della storia i risultati sono perlomeno sconfortanti. No, l’operazione non può avere successo se si riproducono, come pare, esattamente le stesse tare che hanno minato la vita di Forza Italia». Si è chiusa, irreversibilmente, una stagione.

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