TRAVAGLIO DEMOCRATICO

Congresso “pregiudicato” dalle calunnie

Il numero uno del Pd torinese Morri "ringrazia" il segretario di Barriera di Milano, costretto a fare un "passo di lato" dopo che è emerso il suo passato giudiziario. Per i vertici del partito la colpa è dell'imbarbarimento della lotta politica

Vincenzo Iatì non si dimette, bensì rimette il mandato al Partito democratico. Dopo il caso scoppiato ieri del neo segretario di Barriera di Milano, con alle spalle una serie di condanne per furto e ricettazione, in seguito riabilitato, e quella telefonata al boss della ‘ndrangheta Benvenuto Praticò per perorare la causa di Antonio Mungo, candidato per il centrodestra alle amministrative del 2009 di Borgaro, il segretario in pectore della Federazione di Torino Fabrizio Morri precisa tra mille imbarazzi che l’interessato non ha fatto un passo indietro, piuttosto di lato.

 

Non è una questione di lana caprina, bensì sostanziale. Con le dimissioni la palla passerebbe alla commissione per il congresso che, probabilmente, non potrebbe far altro che commissariare il circolo e indire nuove consultazioni. La remissione del mandato, ince, apre altri scenari, ben più graditi al segretario torinese: un congelamento del risultato congressuale del circolo oppure l’individuazione da parte del direttivo di un nuovo segretario. Perché non si vuole far tornare i militanti in sezione per eleggere un’altra guida dopo questo pasticcio? La risposta potrebbe risiedere nel fatto che una nuova consultazione sarebbe irta di insidie proprio per Morri, che in quella sezione ha fatto il pieno di voti e di delegati. E visto che è stato eletto con il 50,8 per cento, sa che il successo - oggi dato per acquisito - tornerebbe in ballo. Di qui la difesa di Iatì nella conferenza stampa convocata questa mattina nella sede di via Masserano. «Quando si prendono delle persone e le si prova a distruggere si fa un male a tutto il Pd. Si mettono nel tritacarne uomini per costruire luoghi comuni, come quello secondo cui fra un po’ la tessera del Pd si farà al casello autostradale».

 

Da un lato prende le distanze - «io Iatì non lo conosco, è stato scelto dal territorio» - dall’altro si congratula per «aver rimesso il proprio mandato, un gesto che apprezzo». E riguardo alla telefonata al boss, Morri minimizza: «Nessun rilievo penale. Si sarà trattato di una leggerezza». La Dimentica di sottolineare, Morri, che i candidati dei circoli della città di Torino sono stati frutto di una estenuante mediazione fra tutte le correnti che sostenevano la sua mozione nel cosiddetto tavolo centrale, peraltro convocato più volte per trovare la quadra. E che Iatì era stato candidato in rappresentanza della componente capeggiata dal consigliere regionale Andrea Stara, il quale nella circoscrizione VI ha la sua roccaforte, presidiata dalla presidente Nadia Conticelli che è non solo sua sodale ma anche sua collaboratrice a Palazzo Lascaris (entrambi presenti alla conferenza stampa). Così come pare se non altro inusuale che a guidare una sezione tra le più importanti del partito, un enclave storica del fu partito comunista, sia stato designato un iscritto dell’ultimissima ora, che fino a due anni fa militava nei Moderati. Sarà per questo che tanti militanti, ancorché fosse candidato “unitario”, hanno preferito non ritirare la scheda e non votarlo?

 

Morri, piuttosto, va all’attacco di chi è stato protagonista di una campagna che «è andata sopra le righe», di chi «ha passato il segno», di chi «ha dipinto questo nostro partito come corroso dai signori delle tessere». E snocciola i numeri: «In un turno elettorale che non ci ha visto vincitori, come le scorse Politiche, hanno votato Pd 350 mila persone. Di queste noi ne abbiamo portate ai circoli meno di 9 mila. Il problema, semmai, è che sono pochi. Cosa ci si poteva aspettare con un regolamento che permetteva fino all’ultimo di tesserare persone se non che i candidati facessero ogni sforzo per portare sostenitori ai circoli? Lo abbiamo fatto tutti, anche se non abbiamo fatto abbastanza». Poi si toglie un sassolino dalla scarpa: «Lo hanno fatto anche a Settimo, dove a fronte di 300 iscritti, sono andati a votare in 600», citando uno dei pochi casi in cui il suo sfidante e grande accusatore Aldo Corgiat, sindaco della città dell’hinterland nord di Torino, è riuscito a rifilargli quasi un cappotto. E dopo il bastone la carota: «La mia mano è tesa nei confronti di tutti i candidati. Perché ricostruire e ripartire non è responsabilità solo di chi ha vinto, ma anche loro. Ci aspetta un percorso di guerra tra convenzioni, congresso nazionale e poi elezioni amministrative ed Europee. Serve unità».

 

Intanto nel bailamme post congressuale spunta un ennesimo ricorso: questa volta avanzato dallo stesso Morri alla commissione regionale per il congresso per rimettere in discussione il cosiddetto processo delle compensazioni che prevede un riequilibrio delle forze in assemblea sulla base dei voti assoluti ottenuti e non esclusivamente dei delegati. Per capirci, e non è facile nel farraginoso dedalo di regole del Pd, il candidato renziano ha conquistato il 55 per cento dei delegati pur avendo ottenuto “solo” il 50,8 per cento dei voti. Secondo una circolare pervenuta da Roma a congressi in corso ora dovranno essere introdotti in assemblea una trentina di nuovi delegati per riprodurre i rapporti di forza emersi in termini di preferenze dai congressi. L’assemblea passerebbe così da 250 a 272 delegati con Corgiat e Alessandro Altamura che verrebbero premiati dal sistema. Il quadro che si configurerebbe sarebbe di 138 delegati per Morri, 76 per Corgiat e 28 a testa per Altamura e Matteo Franceschini Beghini.

 

Insomma, così la maggioranza potrebbe contare su soli sei voti, con tutti i rischi di governabilità del parlamentino democratico. «Lo statuto dice che l’assemblea è formata da 250 persone, non da un numero variabile - afferma Morri - quindi la norma approvata a Roma e accolta un po’ frettolosamente dalla commissione regionale va rivista». Ribatte a stretto giro Mario Sechi: «Quel principio è già stato adottato in tutti gli altri congressi del Piemonte e la circolare romana è stata accolta all’unanimità dalla commissione dove siedono anche suoi rappresentanti».