OCCUPAZIONE

Torino, una città in cassa integrazione

Boom della Cigs in Piemonte. Ad agosto la provincia del capoluogo è quella che ha richiesto più ore in Italia (+277,9% su luglio), incremento del 422,9% di quella straordinaria. Nei primi otto mesi oltre 87 milioni di ore. In un anno altri mille lavoratori a casa

Ferie in cassa integrazione. Nel mese di agosto, Torino è stata la provincia che ha richiesto più ore di ammortizzatori in Italia, con un incremento del 277,9% su luglio, dovuto al boom della cassa integrazione straordinaria cresciuta del 422,9%, a fronte dell’ordinaria che ha registrato un calo del 62,3% e di quella in deroga aumentata del 34,4%. In tutte le altre province piemontesi si sono registrate diminuzioni: Asti -33,1%, Novara -35,6%, Biella -48,8%, Cuneo -55,9%, Alessandria -60,1%, Vercelli -78,8%, Verbania -88,9%.

 

Ci sono i dati a smentire ancora una volta il sindaco Piero Fassino che ieri, durante un dibattito alla festa di Sel, aveva delineato uno scenario in cui le aziende metalmeccaniche dell’area metropolitana torinese “ormai vendono in tutto il mondo e non solo alla Fiat”, realtà capaci di sviluppare gli anticorpi contro la crisi e rilanciarsi attraverso l’export. Evidentemente si tratta ancora oggi di poche virtuose eccezioni in un contesto che resta quanto mai asfittico e sul quale gravano situazioni ancora irrisolte come quella della De Tomaso. E anche gli imprenditori confermano previsioni nefaste. Nessuna speranza di inversione del ciclo recessivo del settore manifatturiero, gli indicatori tornano ad essere negativi. E l’indagine previsionale dell’Unione Industriale di Torino, relativa all’ultimo trimestre dell'anno, rivela che si indebolisce anche l’export. Nessun segnale di rilancio degli investimenti, mentre aumenta lievemente il ricorso alla cassa integrazione. Il tasso di utilizzo della capacità produttiva resta al di sotto del livello pre-crisi.

 

In particolare, per quanto riguarda il comparto manifatturiero, tornano negative le attese sui livelli produttivi per le quasi 300 aziende del campione: il saldo ottimisti-pessimisti passa da +1,7 a -5,4 punti percentuali. Analogamente tornano di segno meno anche gli ordini totali, che da +3,8% scendono a -13,1%. Peggiorano di qualche punto rispetto a giugno anche le previsioni sull’occupazione, che da -0,4 passano a -2,6 punti percentuali. Infatti, oltre il 25% delle aziende prevede, nel prossimo trimestre, di fare ricorso alla cassa integrazione. Soltanto le attese sull’export rimangono leggermente positive (+5,9%), ma in diminuzione rispetto al terzo trimestre (quando il saldo era pari a +10,8%), mentre rimane stabile il tasso di utilizzo della capacità produttiva (68,7%), ben al di sotto del 75% caratteristico di un ciclo economico normale, come quasi invariate sono le previsioni di investimenti. Infine, varia di poco la composizione del carnet ordini: il 21,7% delle aziende ha ordini per meno di un mese, quasi la metà (il 44,2%) ha ordinativi per un periodo di 1-3 mesi, il 17,8% per 3-6 mesi, l’8,5% per 6-12 mesi e il 7,8% per oltre un anno, e non si riducono i tempi di pagamento, che sono in media di 98 giorni, salvo aumentare a 130 per la pubblica amministrazione.

 

In Piemonte,  nei primi otto mesi dell’anno, sono state richieste 87.137.615 ore di cassa integrazione, in aumento del 1,7% rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente (-35,2% ordinaria, +62,9% straordinaria, -54,8% in deroga). I lavoratori interessati, sono stati mediamente 64.072, con un aumento di 1.073 unità rispetto al 2013.

 

“In Piemonte, dall’analisi dei dati relativi ai primi otto mesi dell’anno, emerge un ricorso alla cassa integrazione pressoché sovrapponibile al 2013, a testimonianza della stagnazione che affligge il nostro Paese – spiega Gianni Cortese, segretario regionale della Uil che ha redatto il rapporto -. Mentre le esportazioni delle aziende piemontesi continuano ad essere sostenute, le vendite di beni e servizi nel mercato interno segnano nuovi record negativi. I redditi da lavoro e da pensioni sono tornati indietro di 28 anni per effetto delle politiche attuate dai Governi che, dall’introduzione dell’euro, non potendo più svalutare la lira, hanno pensato di rendere competitivo il Paese impoverendo salari e pensioni. La crisi non potrà essere superata fintanto che non si invertirà questa tendenza”.

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