POLITICA & GIUSTIZIA

Addio di Maddalena con siluro a Spataro

Il procuratore generale della Corte d'Appello, prossimo alla pensione, boccia come "inutile carrozzone" l'istituzione della Direzione anti-terrorismo caldeggiata dal procuratore capo. "Persino quella Antimafia non riesce a essere incisiva"

Addio con una punta polemica quello di Marcello Maddalena che oggi ha pronunciato la sua ultima prolusione all’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale subalpino. Nel suo discorso, il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Torino, prossimo alla pensione ha infatti bocciato l’idea di costituire una nuova procura nazionale anti-terrorismo,bollata nientemeno che come ennesimo e inutile “carrozzone”,  prendendo le distanze dal procuratore capo Armando Spataro che è stato tra i primi a proporne l’istituzione. Segnale inequivocabile se non di una divisione, di una indiscutibilmente divergenza di vedute all’interno degli uffici giudiziari del capoluogo piemontese. Forse è un caso, o forse no, che lo stesso Spataro, a differenza dei suoi predecessori, oggi non abbia preso la parola.

 

Secondo Maddalena per combattere la minaccia rappresentata dal terrorismo islamico non serve una nuova Procura nazionale anti-terrorismo, ma basta estendere i poteri della Procura nazionale antimafia. A sua volta la Procura antimafia “se la si vuole realmente far funzionare bisogna dotarla non di nuove persone, ma di poteri operativi che adesso non ha o ha in misura limitata facendola diventare un vertice delle Procure in queste materie”. “Tra le misure prospettate – ha spiegato Maddalena – si sente molto parlare di una nuova Procura nazionale anti-terrorismo. Ma è indubitabile che storicamente il miglior coordinamento investigativo lo si sia avuto all’epoca del terrorismo degli anni ’70-’80, quando non c’era nessuna Procura nazionale e si è fatto affidamento solo sul senso di responsabilità dei singoli pubblici ministeri e giudici istruttori senza ulteriori costosi carrozzoni”. Chissà che ne pensa Spataro che non più tardi di un mese fa aveva caldeggiato la creazione di una Direzione nazionale antiterrorismo, “che all’interno o a fianco della Direzione nazionale antimafia renderebbe ancora più efficaci collaborazione e coordinamento investigativo”. Il numero uno di corso Vittorio aveva  manifestato questa esigenza anche in una recente audizione al Parlamento: “Il procuratore nazionale Franco Roberti, il prefetto Carlo De Stefano e io” rivelava il procuratore in un’intervista a Panorama “lo abbiamo detto il 23 ottobre alla commissione Giustizia della Camera. Tutti i parlamentari presenti sembravano d’accordo. Vedremo…”.

 

“La situazione – ha detto Maddalena – ora è certamente diversa e sicuramente un coordinamento ci vuole, ma senza necessità di una nuova struttura di coordinamento destinata a sottrarre alle Procure altri uomini e spesso tra i migliori per aggiungersi a Roma a quelli che già ci sono. Basta estendere le competenze della Procura nazionale antimafia anche a questo settore”. “Crearne un’altra è assurdo – ha ancora rimarcato il procuratore generale - anche perché già la Procura nazionale antimafia non riesce a essere incisiva come potrebbe, non per insufficienza o incapacità delle persone che vi operano ma per la carenza o l’insufficienza degli strumenti normativi di cui dispone. E quindi se la si vuole realmente far funzionare bisogna dotarla non di nuove persone, ma di poteri operativi che adesso non ha o ha in misura limitata facendola diventare un vertice delle Procure in queste materie”.

 

In un momento come l’attuale nel quale le forze devono concentrarsi nella lotta contro i pericoli del terrorismo islamico “è fondamentale la conoscenza da parte dello Stato delle persone fisiche che si trovano sul suo territorio e la loro localizzazione, si chiami residenza, domicilio o dimora o in altro modo”. Lo Stato, ha aggiunto, “deve poter sapere chi e dove sono le persone, quale che sia la fede religiosa, la nazionalità originaria, l’attività lavorativa e gli orientamenti politici e culturali. Tra i diritti fondamentali della persona umana - ha rimarcato Maddalena – non esiste un diritto di clandestinità”.

 

Si è soffermato, invece, sulla lentezza della giustizia italiana l’ex procuratore generale Mario Barbuto, oggi capo del Dipartimento di organizzazione giudiziaria del Ministero, intervenuto proprio in rappresentanza del Governo, secondo cui tale inefficienza è costata allo Stato in indennizzi 700 milioni di euro dal 2001. “La stessa cifra investita nella giustizia potrebbe eliminare i ritardi”. Le soluzioni, secondo Barbuto, comunque non mancano: “basta adottare le tante buone pratiche esistenti in Italia”. Nel pubblico un altro ex eccellente, Gian Carlo Caselli che ha ricevuto da Maddalena una esplicita condivisione alla linea processuale da lui adottata per reprimere le violenze dei No Tav. “Non posso tacere le mie perplessità di fronte ad atteggiamenti culturali di sottovalutazione se non svilimento di fatti di violenza politica che invece dovrebbero allarmare quanto mai”, ha detto Maddalena facendo un inequivocabile riferimento alla decisione assunta nei confronti dei militanti No Tav appartenenti all’area anarco-insurrezionalista nei confronti dei quali l’originaria accusa di terrorismo è stata disconosciuta da una sentenza del tribunale del Riesame. Ma la citazione di una recente intervista dell’ex procuratore Caselli ha reso del tutto chiara la sua posizione.