CORPI INTERMEDI

Il sindacato torni al suo mestiere

Meno piazza e più fabbrica, meno politica e più contrattazione. Per Manghi, sociologo ed ex dirigente Cisl, le parole di Renzi sono uno sprone e non vanno demonizzate. E avverte: "Chi pensa di accalappiare voti assecondando le rivendicazioni è un pollo"

Forse se Matteo Renzi avesse usato un’altra consonante, auspicando non un sindacato unico bensì unito, la reazione di Susanna Camusso sarebbe stata meno veemente. Forse. Già, perché ammesso che l’auspicio del premier fosse (e sia) quello di non avere una frammentazione, spesso litigiosa in sé, dei rappresentanti dei lavoratori, anche in questo caso pur con toni meno duri, un netto diniego dalla parte più a sinistra del fronte sindacale (e politico) sarebbe comunque arrivato. E la conferma viene da lontano. Primi anni Settanta, la recente approvazione dello Statuto dei lavoratori sembra favorire in qualche modo una nuova stagione di unità sindacale, peraltro già auspicata del congresso della Cisl del 1966 e ribadita in quello del 1969 con l’obiettivo del superamento delle sigle sindacali. Ma è con nascita della Flm (federazione dei lavoratori metalmeccanici) che quel traguardo sembra avvicinarsi: una sola sigla, un’unica sede (via Bonghi a Roma, la “mitica” via Porpora a Torino), un unico tesseramento. E la Fim (i metalmeccanici della Cisl) che nel maggio del 1972 sancisce addirittura il suo scioglimento.

 

Alla fine anche quella che sembrava la testa di ponte per arrivare a sindacato unitario, dovette arrendersi. “Il Pci era preoccupato dall’ipotesi di un sindacato troppo alternativo e incontrollabile e nonostante la componente socialista e del Psiup interna alla Cgil fosse a favore dell’unitarietà, quell’esperienza venne di fatto abortita. Certo c’erano anche altri problemi, era un’esperienza incompleta poiché limitata solo ai metalmeccanici, ma il senso di quel fallimento è chiaro”. A ricordare quanto accadde più di quarant’anni fa è un protagonista di quel periodo e di altri che seguirono nella storia del sindacato. Bruno Manghi è di professione sociologo, ascoltato consigliere di Romano Prodi, autore di libri sul mondo del lavoro tra i quali  Declinare crescendo. Note critiche dall’interno del sindacato che già nel titolo lascia trasparire il disincanto con cui si affrontano i nodi delle associazioni di rappresentanza e quella stagione sindacale – il libro è del ’78 – che di lì a non molto avrebbe incominciato a mostrare tutte le sue debolezze.

 

Manghi è stato, però e soprattutto, sindacalista. A fianco di Pierre Carniti anche nel momento dello strappo con la Cgil sull’accordo di San Valentino, il 14 febbraio del 1984, sulla questione della scala mobile, poi responsabile della formazione infine numero uno della Cisl torinese. Oggi Manghi mostra tutto il suo scetticismo sulla possibilità di un sindacato unito: “Quello che non si è riusciti a fare allora è impensabile farlo oggi”. E quell’allora, ne comprende anche una replica meno lontana: “Ci riprovò Sergio D’Antoni nel ’96, ma anche quel tentativo naufragò per l’opposizione di Sergio Cofferati”. Per rendere l’idea basta sfogliare qualche giornale dell’epoca e leggere quanto affermava lo stesso D’Antoni: “Nell'agosto scorso Veltroni disse che c’era un accordo tra Ds e Cgil per estendere il sistema contributivo pro rata a tutti i lavoratori. Io non ne sapevo niente. Per mantenere l’unità sindacale dovrei accodarmi a un patto che non conoscevo e che non condivido? Non ci sto”.

 

Insomma, dalla Flm a D’Antoni, ogni abbozzo di unità sindacale “è stato ostacolato da una parte della sinistra”. Alcuni di quei nomi, di allora – Cofferati, in primis-  tornano sia pure sul versante della politica, ma pur sempre contro il governo Renzi che con i sindacati sta giocando la partita più dura: sulla scuola, e quindi sul pubblico impiego, e non su quel mondo dell’industria dove il peso del sindacato è ormai marginale. “Una situazione comune a molti Paesi europei quella della maggiore rappresentanza nel pubblico impiego rispetto all’industria” non si stupisce Manghi. Come non lo stupiscono, tantomeno lo irritano le sortite del premier, anzi: “Renzi ci ha reso un servizio  – dice usando la prima persona plurale per comprendersi nel sindacato che non ha mai del tutto lasciato -. È la verità:  accusandoci di non essere abbastanza rappresentativi ci sfida e sprona il sindacato a fare di più e meglio. Come dargli torto quando i sindacati rappresentano il trenta per cento dei lavoratori attivi? Ha ragione. Ma il sindacato deve essere più serio, più efficiente, più credibile”.

 

L’ombra lunga di quel sindacato dell’immagine criticato trent’anni fa da Manghi arriva fino ad oggi. In mezzo c’è stato e forse in parte c’è ancora quell’“illusione che finito il Pci, quel che faceva il partito comunista lo potesse fare la Cgil. Ma non è così. Neppure Landini, lui è un movimentista. Sia chiaro che da almeno trent’anni il sindacato non ha alcun effetto sul voto politico” dice il sociologo torinese, spazzando via così anche le illusioni di quella parte di sinistra e di Pd che ponendosi come interlocutore privilegiato dei sindacati forse spera di trarne vantaggi nelle urne, tenendosi ben distante dalle esternazioni di Renzi su “quelle troppe sigle” che meglio sarebbero se unite in un sindacato unico, o unitario.

 

Un sogno però, visti i precedenti in Italia, e pure i rarissimi modelli degli altri paesi occidentali. “Perché è rarissimo trovare sindacati unitari frutto di una unificazione. Solo negli Stati Uniti. In Europa gli esempi sono di sindacati unitari all’origine, come in Germania. Semmai – aggiunge – va rivisto il ruolo. Si deve fare meno sindacato in piazza e più nelle aziende, si devono sviluppare esempi di partecipazione e condivisione sui processi produttivi, sule scelte aziendali”. Impossibile per Manghi copiare sulla carta carbone il modello tedesco dove i sindacati stanno, per legge nei cda delle aziende medie e grandi. “Bisognerebbe piuttosto dar corso agli strumenti legislativi fermi in Parlamento per consentire partecipazioni azionarie collettive dei lavoratori alle imprese: un pacchetto di azioni in possesso dei dipendenti, in maniera collettiva e non personale, e di conseguenza la loro rappresentanza negli organi decisionali. Partecipazione, insomma”.

 

Come ricorda lo stesso Manghi, “quando incontri il responsabile del consiglio di fabbrica della Opel, la prima cosa che lui ti dice è: io sono Opel. Ormai il conflitto capitale-lavoro è marginale rispetto alla globalizzazione che impone di fare fronte comune”. E pure la piazza è cambiata. “Certo ci sono gli scioperi di categoria. Ma lo sciopero generale non ha più senso. Chi lo proclama? Lo agitano ogni tanto…” . Il sindacato, invece, di cambiamenti ne dovrebbe fare e non pochi. “Oggi c’è bisogno di serietà e competenza. E anche di rispetto. Ci si può scontrare, si può discutere, ma bisogna sempre avere rispetto. Come accadeva ai tempi di Lama, Carniti, Benvenuto. Persone che a volte si scontravano, ma sempre con rispetto. E con quella solidarietà di fondo che oggi, invece, va recuperata”.  E la politica? “Quella che va dietro ai sindacati sperando di ricavarne voti fa dei calcoli da far ridere i polli”.

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