POLITICA & GIUSTIZIA

Firme false, 48 ore che inguaiano il Pd

Il segretario provinciale Morri conferma quello che si sospettava da tempo: fino a due giorni prima della presentazione è stato sottoscritto un listino del Presidente diverso da quello definitivo. "Un problema politico, non organizzativo"

I due giorni che sconvolgeranno il Pd. Sono quelle quarantott’ore che mancavano al termine per presentare le firme a sostegno del listino di Sergio Chiamparino, tra il 24 e il 26 aprile del 2014, che oggi il segretario provinciale Fabrizio Morri ha ricordato finendo per confermare ufficialmente ciò che molti da tempo sospettavano: il listino è stato completato nella sua versione finale proprio sul fil di lana, poche ore prima della consegna dei moduli con le firme. Firme che erano state raccolte in un lasso di tempo di almeno quindici giorni, ma a sostegno di una lista che poi non sarebbe stata quella definitiva. E come è stato possibile trovare di nuovo le oltre 1.700 persone (addirittura 2.180 secondo le carte) cui far sottoscrivere i moduli, autenticarli, tutto in appena due giorni? Il re è nudo. A spogliarlo con parole che sembrerebbero dal sen sfuggite è proprio Morri che concludendo la sua relazione alla Conferenza organizzativa del Partito Democratico Metropolitano ha detto chiaramente che “avere chiuso il listino quarantotto ore prima del termine per la presentazione è un problema politico, non organizzativo”. Una frase che se nelle intenzioni voleva ricordare le difficoltà anche interne al Pd per la formazione della lista – e lo scontro tra i due livelli del partito -, ha finito con il mettere in secondo piano la questione dei rapporti interni, portando invece alla luce una verità da molti sospettata, ma fino ad oggi da nessuno confermata: le firme raccolte fino a quel 24 aprile erano diventate carta straccia, perché apposte sotto un elenco che alla fine era stato cambiato. E la corsa contro il tempo si è arrestata solo qualche minuto prima di mezzogiorno del 26 aprile, allo scadere dei termini di consegna.

 

In appena due giorni tutto era da rifare. E probabilmente è stato “rifatto”. Possibile? I gazebo, i mercati, i circoli, gli amici, i parenti, l’universo mondo battuto per oltre due settimane alla ricerca di un autografo poteva essere lì pronto a riscrivere nome e cognome in appena due giorni scarsi? Eppure le firme in calce al listino ci sono, già e sono proprio quelle che Patrizia Borgarello, autrice del ricorso al Tar per l’annullamento delle elezioni, ritiene false, che la Procura avrebbe già appurato esserlo in buona parte dei casi e che alcuni degli stessi autenticatori non hanno riconosciuto come proprie. Cosa è successo in quelle 48 ore? Chi ha cercato maldestramente di mettere una pezza al pasticcio? Ma non sono solo queste le domande che l’affermazione fatta da Morri solleva che pure respinge per il suo partito la cattiva fama di taroccatori elettorali: “Non siamo quelli delle firme false. Può essere stata commessa qualche irregolarità ma i cittadini che hanno firmato sono cittadini veri”.

 

Lo scenario appare ancora più incredibile: mentre una pattuglia di attivisti batte in lungo e in largo Torino e il Piemonte per raccogliere le firme sottoponendo la lista dei candidati, a Torino ancora si discute su come cambiarla. Mettiamo quello, no quell’altro: alla fine esce Domenico Mangone ed entra Valentina Caputo. E chi raccoglie le firme e le autentica con la propria è all’oscuro di quel che succede nei luoghi dove si rimaneggia per giorni il listino: in via Masserano, certo, ma anche al ventesimo piano della torre Coop di Corso Mortara dove l’allora candidato Chiamparino aveva installato il suo quartier generale. Nessuno dice a nessuno di fermarsi, la macchina elettorale va avanti spedita, ma su due corsie parallele: da una parte agli elettori si propongono dei nomi, dall’altra gli stessi vengono discussi, rimaneggiati, cambiati. Passano i giorni e il groviglio politico non si scioglie. La data del 26, termine per la presentazione delle liste, incombe. Come ha ammesso oggi Fabrizio Morri la composizione del listino s’incaglia in un “problema politico” e il ritardo non è certo dovuto a ragioni organizzative, ma di equilibri correntizi (e di proporzioni di genere).

 

Quando alla fine si trova la quadra, il tempo rimasto è appena di due giorni. La montagna di moduli sottoscritti un po’ ogni dove che fine fa? Se i nomi dei candidati sono cambiati, quella firme sono buone solo per il macero. O forse no. Forse qualcuno pensa che si possa e si debba farne qualche cosa. Magari taroccandole, usandole in modo tale che il listino possa essere presentato, ma anche che lo stesso listino finisca qualche mese dopo al centro di un’inchiesta penale e di un ricorso al tribunale amministrativo regionale e, probabilmente, presto pure davanti alla giustizia civile in conseguenza di una querela di falso che la stesso Borgarello ha chiesti al Tar di poter presentare.

 

Il Pd e Chiamparino cercano di difendersi, la leghista autrice del ricorso ribatte. Ancora stamattina il suo avvocato, Alessandro Caretta, ha presentato una ulteriore memoria al Tar in cui vengono rigettate le tesi difensive, compresa quella che vorrebbe i candidati essersi presentati in via Masserano per sottoscrivere la candidatura con relativa autenticazione. “Permane il fondato e legittimo sospetto – si legge nell’atto – che le sottoscrizioni non siano state autenticate in presenza del candidato sottoscrittore o, comunque, nel dichiarato luogo si sottoscrizione”. Insomma, un pasticcio da ogni parte lo si guardi e da ogni aspetto venga preso in considerazione. Certo è che a due giorni dalla scadenza qualche cosa è successo. Certo è – e lo conferma lo stesso Morri – che quando mancavano solo due giorni dalla presentazione il listino era ancora in fase di rimaneggiamento, mentre in giro si raccoglievano firme su un elenco diverso da quello poi presentato. E lui, Sergio Chiamparino, sapeva cosa stava accadendo in quei giorni, visto che il listino è poi la lista del Presidente, ovvero la sua? “Avere chiuso il listino quarantotto ore prima del termine per la presentazione  - ha rivelato il segretario provinciale - è un problema politico, non organizzativo” . Oggi più che mai.

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