Csi senza padri

Il 15 luglio, il Presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino tuona contro il Comune di Torino. Lo ritiene responsabile dell’andata buca della riunione dell’Assemblea del Consorzio per il sistema informativo – Csi Piemonte che ne avrebbe dovuto deliberare l’avvio del piano di privatizzazione. Nello stesso giorno, a Roma, il Presidente dell’Anci ed anche Sindaco di Torino Piero Fassino firma con il Sindaco di Catania Enzo Bianco una accordo tra i due Comuni “per la condivisione di esperienze e soluzioni finalizzate allo sviluppo, alla realizzazione, all’avviamento e alla gestione di sistemi ICT innovativi per le rispettive amministrazioni”. Nel “comunicato” sull’accordo, nessun accenno ad eventuali attività del consorzio piemontese per la sua attuazione.

 

E’ ovvio che,in sé, i due fatti sono assolutamente disgiunti. Ciascuno viaggia su strade proprie. Eppure, leggendoli insieme, mettono una pulce nell’orecchio. Il Comune di Torino ha ancora interesse per l’ente informatico piemontese? A Torino – quanto meno stando alla sfuriata del Presidente Chiamparino – sembrerebbe disinteressarsi addirittura del processo di ristrutturazione (salvifica) dell’ente. A Roma, attraverso atti del capo della sua amministrazione, parrebbe attratto da altre forme di sviluppo dell’ICT comunale, senza pensiero alcuno per il Csi. Cosicché, guardando a ciò che accade a Torino e a Roma, si ha l’impressione che il Csi stia perdendo anche la paternità del Comune di Torino. Eppure, alla nascita e nei primi sviluppi, oltre a quella del Comune di Torino ne aveva anche altre, e tutte autorevoli.

 

Dice lo Statuto del Csi che la Regione Piemonte, l’Università degli Studi di Torino e il Politecnico di Torino assumono la qualifica di Enti consorziati promotori; la Città di Torino e la Provincia di Torino assumono la qualifica di Enti consorziati sostenitori. A questi si aggregano una pluralità di soci consorziati (enti strumentali di Regione, Provincia e Comune, aziende sanitarie, altri enti pubblici, ecc.) che hanno ormai superato il centinaio, ma che non hanno ruoli di rilevanza. Si possono, dunque, considerare padri del Csi gli enti consorziati promotori e sostenitori.

 

Evoluzioni intervenute nelle normative e nell’organizzazione delle Università e dei Politecnici hanno fortemente affievolito la presenza degli Atenei torinesi nella gestione del Csi. Ad essi infatti lo Statuto, nell’ultima versione del dicembre 2012, riserva soltanto un componente nel Consiglio di Amministrazione, tra l’altro eletto congiuntamente tra loro e un’infinità di altri enti consorziati. Il sistema previsto potrebbe, addirittura, portare al fatto che gli Atenei non abbiano neppure un proprio esponente nel Consiglio. Per quest’insieme di circostanze, anche l’apporto finanziario degli Atenei torinesi ai ricavi complessivi del Csi è assai modesto. Nel 2014, 315 mila euro circa (0,24% del totale dei ricavi dell’ente di 131 milioni di euro; la Regione Piemonte copre il 59,39% del bilancio, con 77,8 milioni). La paternità del Csi di Università e Politecnico di Torino è dunque ormai un fatto più storico che reale. La prova nell’attualità di questi giorni: per quanto si sa questi enti, benché sempre promotori/fondatori, non vengono minimamente coinvolti nelle discussioni in corso sulla privatizzazione del Csi.

 

La paternità del socio sostenitore Provincia di Torino è venuta meno per effetto delle note riforme istituzionali previste dalla legge Delrio(L. 56/2014). Questa legge dispone che la Città metropolitana succede in tutti i rapporti facenti capo alla Provincia (art. 1, co. 47). La Città metropolitana di Torino succede dunque alla soppressa Provincia di Torino. Ma l’accordo sottoscritto dal Sindaco metropolitano di Torino Piero Fassino con il Sindaco di Catania, citato all’inizio, prevede anche di “avviare insieme un percorso progettuale unitario nell’ambito del Piano Operativo Nazionale per le Città metropolitane (PON METRO)”. Tenendo conto di questi impegni, sembrerebbe che la Città metropolitana di Torino non abbia alcun interesse a subentrare alla Provincia di Torino tra i consorziati del Csi.

 

La paternità della Regione Piemonte per il Csi è altalenante. Talora traspare la voglia di rinunciarvi. Talaltra parrebbe ancora confermarsi, considerando il Csi un figlio in tutti i sensi. Alla pagina 40, parte seconda, del Documento di programmazione economico-finanziaria regionale 2015-2017, sotto il titolo “Indirizzi e obiettivi della programmazione regionale”, a proposito del Csi –ormai considerato, a tutti gli effetti, ente strumentale della Regione –si scrive: “Verranno definite le modalità di coinvolgimento di partner privati e subito dopo la nomina dei nuovi amministratori sarà ridefinita la mission, che deve prevedere il mantenimento in Regione della testa strategica, mentre le unità di business andranno valorizzate e portate gradatamente sul mercato, con il modello che più consente di valorizzare le professionalità esistenti”. Nel contesto del Documento di programmazione regionale non si parla molto di ICT. Di conseguenza, non abbondano le occasioni per chiamare in causa Csi.

 

Il Consorzio appare però massicciamente alla pagina 100 e seguentidell’allegato 1. Nell’ambito del “Programma statistica e sistemi informativi”, facendo riferimento alla legge regionale istitutiva del Csi (l.reg. 48/1975) e a quella che stabilisce i rapporti tra Regione e Csi (l.reg. 13/1978), lo si considera il soggetto deputato a sviluppare e gestire il Sistema informativo regionale. Sistema che contempla queste azioni: a) supporto all’azione legislativa, regolamentare e amministrativa della Regione Piemonte e degli enti pubblici regionali; b) stimolo alla collaborazione istituzionale e al metodo di programmazione; c) sostegno al processo di modernizzazione e semplificazione della pubblica amministrazione; d) realizzazione di un sistema informativo regionale integrato al fine di garantire la valorizzazione del patrimonio informativo dell’insieme degli enti regionali, assicurandone unitarietà, completezza e integrità. Tutte queste azioni il Csi dovrebbe svolgerle nell’ambito della Convenzione tra lui e la Regione(accordo che, peraltro, risulterebbe scaduto il 31 dicembre 2014). Si prevede dunque un’attività piena, continuativa ed estesa del Consorzio che non fa pensare a sue trasformazioni in altri modelli organizzativi o soggetti diversi, come affermato in precedenza. Sembra dunque di cogliere qualche incongruenza nelle volontà della Regione Piemonte sul futuro del Csi.

 

Tenendo conto della complessità della situazione esistenteper l’ente (da tempo), si può ricordare che, statutariamente, Presidente dell’Assemblea del Csi è il Presidente della Giunta regionale il quale, soltanto in caso di assenza o impedimento, può farsi sostituire dal Vicepresidente della Giunta o da un Assessore regionale delegato. Inoltre, è lo stesso Presidente della Giunta regionale che presenta al Consiglio regionale per l’approvazione i documenti programmatici. Forse suoi interventi di persona potrebbero evitare recriminazioni postume. Similmente, potrebbero chiarirsi eventuali contraddizioni nella presentazione delle volontà regionali, in questo caso riferite ad un proprio ente vecchio ormai di quarant’anni.

 

A conti fatti, le paternità del Csi hanno svolto un ruolo stimolante nell’affermazione dell’ICT in Piemonte, anche quando si programmava il potenziamento dell’ente in termini di occupati. Qui il potenziamento poteva infatti avvenire direttamente e celermente. Le crisi di sistema impongono ridimensionamenti di tutte le realtà. Conseguentemente, le paternità del Csi sono diventate, progressivamente, meno ambite. Proseguendo lungo la linea che si sta manifestando, il Csi potrebbe restare,a breve,senza padri

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