Rendere conto. Ai cittadini
Carlo Manacorda, economista 07:38 Lunedì 21 Settembre 2015 2
L’ulteriore voragine di 5,2 miliardi che si è aperta nei conti della Regione Piemonte a seguito della sentenza della Corte costituzionale n. 181/2015 ripropone il tema del “rendere conto” (accountability). L’argomento andava molto di moda qualche tempo fa. Era l’epoca in cui tronfi Presidenti, Sindaci e Assessori (piemontesi compresi) presentavano, come indicatore assoluto di buona amministrazione (naturalmente la loro), il bilancio sociale. L’argomento alimentava dotti convegni. Portava anche qualche “marchetta” nelle saccocce di schiere di formatori (tra loro, c’era anche chi scrive).
Il “rendere conto” è lo scopo che sta alla base del bilancio sociale. Quindi, s’andava di qua e di là a raccontare che ogni ente – pubblico o privato – ha una responsabilità verso la collettività: la responsabilità sociale. Nell’ente pubblico, i decisori politici (decision makers) hanno il dovere assoluto di “rendere conto” del loro operato, dal momento che non amministrano denaro loro ma dei cittadini. Inoltre, devono dimostrare come perseguono gli interessi pubblici, avendo avuto dagli elettori la delega per fare questo. A questo dovere, si contrappone il diritto – altrettanto assoluto – della collettività ad essere informata delle azioni dei decisori politici, di criticarle e di avere risposte. In sintesi, c’è un dovere/diritto alla trasparenza totale per tutto ciò che riguarda la gestione della cosa pubblica. Così dispone anche il decreto legislativo 33 del 2013: “Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni”.
Ora il contesto è cambiato e nessuno parla più di bilancio sociale (non ci sono più quattrini da sperperare per farlo). Non per questo però è venuto meno l’obbligo del “rendere conto”. E’ quindi sconcertante come chi amministra oggi la Regione Piemonte tratti l’intera questione del “buco” del bilancio regionale con sussiegoso distacco, senza sentire il dovere di chiarire, e fino in fondo, ai piemontesi come si è formato, quando e a opera di chi. E’ di tutta evidenza che nessuna responsabilità può essere attribuita all’attuale Giunta del Presidente Sergio Chiamparino per questo terribile pasticcio.Magari avrebbe potuto essere un po’meno fiduciosa nelle assicurazioni di “ignoti” funzionari ministeriali. E la sua difesa migliore potrebbe venire soltanto dal possesso di note ministeriali scritte, di cui peraltro nessuno ha mai parlato. Ma tant’è.
Però il governo regionale in carica – se ci tiene alla regola del “rendere conto” e se non vuole passare perconnivente con chi l’ha preceduto – non può pensare di cavarsela a buon mercato, buttando lì qualche notizia dall’accentuato sapore di giochetto finanziario. E poi, forte della contiguità col Governo centrale, ritenere di saper risolvere tutto mediante un intervento salvifico dello stesso Governo (che tra l’altro, per quanto si è a conoscenza, non sembra neppure troppo disponibile a farlo). Quand’anche il Governo centrale decidesse di venire incontro, non caccerebbe certamente i miliardi per sanare il buco piemontese. Sarebbero sempre i cittadini piemontesi a dover mettere mano al portafoglio. L’attuale Governo regionale, attraverso le sue alchimie, ne prefigura addirittura la durata per trent’anni (e, pudicamente, si dovrebbe chiedere se decisioni di questo genere rientrino nel mandato elettorale oppure non dovrebbero essere assunte soltanto dopo ampi dibattiti). In ogni caso, se il Governo centrale dovesse intervenire per la Regione Piemonte – ma, allora, dovrebbe farlo per tutte le amministrazioni locali schiacciate da debiti colossali, a partire da Roma Capitale –, sarebbe un incentivo terribile a creare voragini nei bilanci, ritornando alla regola del “piè di lista”, com’è avvenuto per decenni nel nostro Paese: gli enti locali spendevano a piene mani; poi presentavano, annualmente, il conto al Governo centrale che lo pagava, facendo aumentare ulteriormente il debito pubblico.
Per “rendere conto”, cosa potrebbe fare l’attuale Governo regionale? Potrebbe essere cosa utile (in primo luogo per se stesso) e meritevole (per tutti) se costituisse una Commissione (non politica)che cercasse di fare piena luce sull’intera vicenda (in Regione non mancano persone capaci di fare questo senza ricorrere, come al solito, a qualche società esterna dalle ricche fatture). Ai risultati dell’indagine – che dovrebbe spiegare, analiticamente e col massimo puntiglio, per cosa sono stati spesi i quattrini che oggi mancano (e, vivaddio, i cittadini avranno ben diritto di sapere dove sono andati a finire i loro quattrini!) – dovrebbe essere data la massima pubblicità, indipendentemente dal fatto che possano pestare qualche callo ad amici e conoscenti.
Il “buco” di bilancio va poi riportato alle reali dimensioni economiche e non soltanto trattato come semplice fenomeno finanziario, che si risolve con qualche movimento di denaro in sanatoria. Dal punto di vista economico, la situazione è ben più grave.
Si dovrebbe cominciare col dire cheil deficit di 5,2 miliardi rappresenta quasi il 50% dell’intero movimento finanziario della Regione Piemonte di un anno (2015: 11,4 miliardi). Se si dovesse coprire con un solo botto, verrebbe bruciato metà bilancio regionale di un anno. La somma andrebbe poi collocata, correttamente, all’interno dello Stato patrimoniale della Regione (come, d’altro canto, imporrebbero le nuove norme contabili delle regioni: art. 63 dd. legislativi 118/2011 e 126/2014). Prendiamo allora in considerazione lo Stato patrimoniale del 2013; quello del 2014 non è ancora disponibile. Già qui il quadro è pesante.
La legge regionale 18 del 14 novembre 2014 che approva il “Rendiconto generale per l’esercizio 2013”, approva anche le risultanze patrimoniali della Regione al 31 dicembre dello stesso anno. Esse presentano (art. 7) un deficit patrimoniale di 9,9 miliardi (attività 5,2 miliardi, passività 15,1 miliardi). Il deficit sale addirittura nei prospetti a 11,2 miliardi (pag. 612). Anche soltanto limitandosi a questi dati,è evidente lo stato fallimentare della Regione (anche se un ente locale non può dichiararlo come farebbe invece un’impresa privata). Se lo Stato patrimoniale di un’impresa privata chiude con un deficit patrimoniale, si verifica la situazione che, normalmente, si descrive con “portare i libri in tribunale”. Non resta cioè che dichiarare fallimento. Questo poiché il deficit patrimoniale dimostra – e sempre che la proprietà non inietti risorse fresche – che l’impresa non è più in grado di coprire tutte le sue passività (essenzialmente pagare i debiti) neppure attingendo a tutte le sue risorse, dagli immobili, al denaro, ai crediti vantati, alle partecipazioni azionarie, e via discorrendo. Il vero specchio della ricchezza o della povertà di un’impresa è lo Stato patrimoniale.
Se a un disastro già esistente nello Stato patrimoniale della Regione alla chiusura dei conti del 2013 nei termini detti sopra si aggiungono i 5,2 miliardi (e, prima o poi, andranno aggiunti poiché così prescrivono le norme anche per le regioni), non c’è di che ridere e non si giustifica la superficialità diffusa che si ostenta in presenza di fatti di questa gravità. Forse il “buco” di bilancio andrebbe illustrato da tutti i punti di vista (ma, dal momento che nessuno ne parla, pare interessi a nessuno).
A conti fatti, continuino pure gli insulsi battibecchi politici. Ma forse sarebbe ora che i politici, per un fatto di questo genere, facessero parlare soprattutto i tecnici. I piemontesi sarebbero grati ad entrambi capendo chi effettivamente deve “rendere conto”. Non potendo perseguire chi ha causato il disastro (qualche giudice forse potrebbe farlo), quanto meno gli applicherebbero la sanzione del rifiuto del consenso elettorale.


