ROTTAMI & RICAMBI

Renziani d’ogni ora verso la Leopolda

Nutrita la pattuglia piemontese che prenderà parte alla kermesse fiorentina. Ci sarà anche l'ex ras socialista La Ganga, per "curiosità". Segnali di insofferenza tra i "nativi" che con il migliorista Morando chiedono più spazio nel Pd

È sempre l’ora d’essere renziani e non è mai troppo tardi per diventarlo. Così non deve stupire se nella comitiva che dal Piemonte raggiungerà Firenze il prossimo 11 dicembre per prendere parte alla sesta edizione della Leopolda vi è pure Giusi La Ganga. L’ex ras socialista degli anni Ottanta, tra i massimi dirigenti dell’era craxiana e oggi consigliere comunale “semplice” a Torino, non è politico dalla facile conversione: renziano per interposta persona in quanto “fassiniano” (seppur critico) dichiara di essere mosso dalla “curiosità”. Chissà se nella “Terra degli uomini”, come recita il titolo della kermesse, coglierà il richiamo al romanzo di Antoine de Saint-Exupery, con l’ammonimento alla responsabilità del proprio destino, o piuttosto la leggerezza civica della canzone di Jovanotti (“Son sempre i migliori che partono, ci lasciano senza istruzioni a riprogrammare i semafori”). Le elezioni incombono ed è importante non perdere il treno, visto che proprio l’orario ferroviario farà da “filo rosso di collegamento tra gli eventi di questa edizione”, come ha anticipato lo stesso Renzi nella sua eNews dello scorso 2 novembre.

 

Al momento, riferiscono dal comitato organizzatore, sono quasi un centinaio le pre-iscrizioni online giunte dal Piemonte, un passi che consente di entrare evitando di fare la fila per registrarsi, ma anche di candidarsi come volontario e proporre come sempre il proprio intervento, sperando che venga selezionato per leggerlo sul palco. Ci saranno i big del calibro di Piero Fassino e Sergio Chiamparino? Decideranno all’ultimo, soprattutto il governatore che aspetta un invito ufficiale del premier, con il quale i rapporti sono ultimamente turbolenti. Di sicuro tutte le “ore” renziane saranno rappresentate.

 

A partire, ovviamente, dai renziani nativi, coloro che aggiungendo il secondo aggettivo, talvolta sostituito con l’equivalente “della prima ora”, finiscono inconsapevolmente per evocare quella riserva indiana in cui, in Piemonte, si sentono confinati. Paradossalmente, proprio loro, gli interpreti autentici del Pd secondo Matteo per i quali di prefigurava una leadership figlia della rottamazione e del nuovo corso si ritrovano, invece, sempre più emarginati e dispersi in una regione dove il rinnovamento dem si è spesso tradotto in riposizionamenti all’ombra dei due ex ragazzi di via Chiesa della Salute, entrambi renziani soi-disant. Riposizionamenti capaci di trasformare il paradosso dei renziani della seconda ora (fassiniani in primis) come la prima linea lasciando proprio coloro che si annunciavano come la agguerrita truppa da sbarco in un esercito coeso e forte come quello dell’8 settembre.

 

Mentre, sinistra minoritaria a parte (e in parte i giovani Turchi ormai sempre più lealisti), nessuno può non dirsi renziano, i titolari del brand restano protagonisti di una svolta mancata e comprimari di una sorta di continuazione della vecchia liturgia correntizia di cui uno dei massimi interpreti appare proprio il segretario (nonché capogruppo in Consiglio regionale) Davide Gariglio. Fede renziana, la sua, ma osservata con logica democristiana (significativo il lapsus freudiano nella relazione di ieri sera alla direzione). Bilancino per comporre la segreteria, aperture sempre più evidenti verso i giovani turchi (cosa non proprio gradita ai renziani nativi), scarso utilizzo di un atout che lo stesso Gariglio ha in mano, ovvero la possibilità di guidare un partito e un gruppo consigliare dell’unica grande regione del Nord governata dal Pd e circondata da territori in mano al centrodestra.

 

Una navigazione di cabotaggio mentre il popolo delle primarie si attendeva un’onda impetuosa e lunga (come quella di craxiana memoria) di rinnovamento. Quello che, nell’ambito di una situazione qual è quella piemontese, gli stessi renziani della prima ora faticano ad ammettere, pur essendone consapevoli, è che a questa situazione che li vede marginali, si è giunti (anche) per la scarsa o nulla attenzione al partito, nelle sue ramificazioni periferiche, dello stesso Renzi nella non facile doppio incarico di premier-segretario.

 

Complici anche le prossime amministrative, così come uno stallo nel ruolino di marcia della Regione, senza tralasciare criticità evidenti come quella di Cuneo (ma pure la stessa avanzata fassiniana nell’Alessandrino), i nativi stanno cerando quel colpo di reni che fino ad oggi è mancato. Pur forti di esponenti parlamentari ben piazzati vicino o nelle prossimità del Giglio Magico – da Silvia Fregolent a Luigi Bobba, per citarne due – e un indigeno come l’alessandrino Enrico Morando nella posizione strategica di viceministro all’Economia dopo essere stato uno dei padri del programma economico dello stesso Renzi e prima ancora di Walter Veltroni, i renziani tout court (per usare un ulteriore sinonimo) vivono una situazione di oggettiva difficoltà. Non certo aiutati dal mancato exploit politico del renzianissimo (ma ormai con rapporti diradati e raffreddati con il premier) sindaco di Novara Andrea Ballaré, ammettono a denti stretti che è arrivato il momento di smetterla di rimanere indietro.

 

Sotto la Mole e nel resto della regione i nomi ci sono e pure di rilievo: dal cuneese Mino Taricco ai torinesi Davide Ricca e Daniele Valle all’alessandrino Fabio Scarsi, passando per il già citato Ballarè. Una tribù di nativi che lungi dal dissotterrare l’ascia di guerra, dà peraltro segnali di voler farsi sentire più di quanto non abbia fatto fino ad oggi. L’idea di una Leopolda piemontese è più di una banale semplificazione: è la semplice presa di coscienza, per esempio, della mancanza, in questi mesi e anni, di una assemblea plenaria, una sorta di stati generali di tutti i renziani nativi del Piemonte. Potrebbe essere questo il primo passo, già nei prossimi mesi, per uscire dalla riserva indiana e dare uno scossone a un modo di interpretare il nuovo corso del Pd che non sia solo il correntismo – tra sacrestie, fez turchi e vietcong – da dosare ad ogni occasione con il bilancino. Una Leopolda aperta sì a tutti quelli che si dicono renziani, ma senza paradossalmente lasciare nel recinto quello che si sono detti tali per primi. La stessa disponibilità dell’ex migliorista Morando a dare una mano in questa operazione, senza alcuna velleità di guida di una componente ancora da strutturare, è un elemento a conferma di come la situazione piemontese non sia sconosciuta, tantomeno sottovalutata, a Roma. Dove spesso i contatti del Giglio Magico, incominciando da Luca Lotti, con il Piemonte siano più intensi e stretti con i renziani della seconda ora, rispetto a quelli con i nativi. Per i quali, forse, è davvero arrivato il momento di uscire dalla riserva indiana.

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