RIFORME

Renzi chiude le Camere (di commercio)

Nel decreto del governo previsti nuovi accorpamenti, riduzione delle risorse e svuotamento di funzioni e competenze degli enti camerali. Cento posti di lavoro a rischio. Bertolino (Unioncamere): "Così diamo il giro". I sindacati si mobilitano

“Questa volta diamo tutti il giro”. È in allarme il segretario generale di Unioncamere Piemonte Paolo Bertolino in vista della riforma delle Camere di commercio al varo del Governo. L’approvazione del decreto in Consiglio dei ministri è slittata alla prossima settimana, segno che ci sono una serie di approfondimenti da valutare, ma difficilmente nel testo definitivo Palazzo Chigi rinuncerà a un serio ridimensionamento del sistema camerale, assecondando le richieste di Confindustria, portando avanti un cavallo di battaglia dell’esecutivo, impegnato in una dura campagna di sfoltimento dei cosiddetti corpi intermedi: organizzazioni di categoria, associazioni datoriali, sindacati, ordini professionali e tutta quella selva di burocrazia che, nella testa di Matteo Renzi, contribuisce a ingessare il paese.

 

 

Restano, nell’immediato, i rischi legati alle conseguenze occupazionali di un apparato che oggi, nel solo Piemonte, dà lavoro a circa 800 persone di cui un centinaio rischiano il posto (a livello nazionale i sindacati prevedono 3mila esuberi, anche se una stima più attendibile parla di un migliaio). Il provvedimento al varo dell’esecutivo prevede l’espropriazione della quasi totalità di funzioni e competenze degli enti camerali, i quali diventerebbero esclusivamente i depositari del registro delle imprese. Risorse pressoché azzerate per contribuire allo sviluppo economico del territorio: dai contributi per la promozione del turismo ai fondi per l’innovazione, dal sostegno alla internazionalizzazione (certificati d’origine, accesso ai mercati esteri) ai confidi, fino ai servizi di conciliazione e mediazione, camere arbitrali, marchi e brevetti, corsi di formazione. “Diventeremmo poco più di un’anagrafe” taglia corto Bertolino che in queste ore sta incontrando i sindacati per capire anche se sono in programma forme di mobilitazione. Secondo il capo operativo di Unioncamere il disegno è di affidare le politiche di sviluppo del territorio in modo esclusivo a Regioni e Città Metropolitane, “ma se così fosse facciano un’operazione chiara – è la provocazione di Bertolino - si chiudano le camere di commercio, si trasferiscano tutte le competenze e si chieda agli enti pubblici di assorbire il personale”. Operazione difficile di questi tempi in cui le Regioni già sono alle prese con gli esuberi delle Province. Più probabile la messa in mobilità dei lavoratori in eccedenza e, dopo 18 mesi, come prevede il jobs act, il licenziamento. Per questo i dipendenti hanno già iniziato a manifestare tutte le proprie preoccupazioni. In una nota i dipendenti della Camera del Vco lamentano il rischio di chiusura nonostante l’alto grado di efficienza: “Siamo la pubblica amministrazione più digitale e una delle più apprezzate dagli utenti con il 99,6% delle pratiche chiuse in meno di cinque giorni”. Secondo Bertolino si starebbe profilando anche un abuso rispetto alla delega avuta dal Governo, che prevedeva saldi occupazionali invariati, mentre nelle bozze di attuazione del provvedimento si parla di tagli al personale intorno al 15%.

 

Con il riordino, messo a punto con il concerto tra ministero per lo Sviluppo economico, Economia e ministero delle Semplificazioni e della Pa, verranno rideterminati anche i diritti annuali a carico delle imprese tenendo conto della riduzione che è stata decisa con il Dl 90/2014 e che prevede un taglio del 35% per il 2015, del 40% per il 2016 e del 50% dal 2017, con una riduzione a regime di 400 milioni circa delle entrate previste per gli enti post-riordino, 50 milioni solo in Piemonte. Tariffe e diritti camerali dovrebbero essere ridefiniti sulla base di «costi standard» delle nuove Camere di commercio, fissati dal Mise, sentite la Società per gli studi di settore (Sose) e Unioncamere. Sulla nuova geografia delle rete cameralesi dovrà passare dalle attuali 105 a non più di 60 mediante accorpamento di due o più Camere di commercio. Ma è prevista anche la possibilità di singoli enti non accorpati sulla base di una soglia dimensionale minima di 75mila imprese iscritte nel registro delle imprese. Parametri che, se venissero confermati porterebbero il Piemonte a passare dalle attuali 7 Camere (già varato l’accorpamento tra Biella e Vercelli, cui potrebbe aggiungersi Novara) a cinque con Asti che dovrebbe finire assieme ad Alessandria, Cuneo e Torino che riuscirebbero a sopravvivere senza fusioni e il Vco che potrebbe rimanere in piedi grazie alla specificità montana di quel territorio. “Per ottenere risparmi effettivi bisognerebbe passare a tre, ma nessuno è disposto a cedere e quindi chiuderemo probabilmente così” dice Bertolino.

 

A rischiare sarebbero anche le unioni regionali che per esistere prevedono almeno cinque camere: se in Piemonte si riducessero a quattro allora la stessa Unioncamere chiuderebbe i battenti. “Mi chiedo solo una cosa – conclude Bertolino – in questa partita con chi stanno le associazioni di categoria? Perché io, finora, non ho sentito la loro voce”. 

print_icon