Industriali, l’Unione non fa più la forza
Oscar Serra 07:45 Venerdì 29 Gennaio 2016 1Crollano le imprese in tutte le principali associazioni datoriali e player del sistema economico torinese. Dagli edili all'agricoltura, dall'artigianato al commercio: in cinque anni perse migliaia di aziende. E non è solo colpa della crisi
Chi rappresentano gli organismi di rappresentanza? Sembra uno scioglilingua, in realtà il tema è quanto mai attuale, se si pensa all’emorragia di imprese che ogni colpisce le associazioni datoriali: per colpa della crisi, certo, che probabilmente tante aziende se l’è portate via, ma soprattutto per la fiducia in caduta libera che enti considerati sempre più autoreferenziali suscitano nei confronti dei propri iscritti. A dare una rappresentazione emblematica della situazione ci pensano i dati della Camera di Commercio di Torino, certificati dalla Regione Piemonte, in base ai quali vengono stabiliti i rapporti di forza in seno al sistema camerale, con tutto ciò che questo comporta, quando in ballo ci sono poltrone ben più prestigiose a partire dalla Compagnia di San Paolo. Trica e branca delle oltre 200mila imprese censite sul territorio provinciale meno di un quinto è affiliato a una delle tante (troppe) organizzazioni padronali.
E visto che tra i pretendenti alle stanze d’oro di corso Vittorio Emanuele c’è proprio la presidente dell’Unione Industriale Licia Mattioli, andiamo a vedere come se la passa la sua organizzazione. Nel 2009 l’apparentamento tra Unione Industriale, Confindustria Canavese, Collegio Costruttori e Confedili poteva contare su 2.951 imprese per un totale di 158.621 occupati. Lo stesso gruppo nel 2014 ha visto i propri adepti crollare a 2.421 con gli occupati che scendono a 107.764. Una moria di imprese e di addetti ben superiore a quella registrata per via della crisi, il che vuol dire che molte aziende resistono e non si affidano più alle associazioni datoriali di riferimento. Il fuggi fuggi colpisce in particolare l’organizzazione di via Fanti, che di quel “cartello” detiene la golden share con 1.776 imprese sulle 2.421 complessive. Calano gli iscritti e con loro, ahimè, anche i conti iniziano ad
asciugarsi e, visto che il diritto annuale (cioè l’obolo che ogni iscritto versa all’associazione) viene corrisposto sulla base di fatturato e numero di occupati è evidente come l’addio di Fiat (oggi Fca) continui a rappresentare una perdita non solo d’immagine ma anche economica. Dal 2012, infatti, il gruppo del Lingotto ha lo status di “socio convenzionato” in virtù di un accordo biennale sottoscritto con i vertici dell'Unionei che prevede la fornitura di una serie di servizi, in prevalenza sulle materie sindacali, a fronte della corresponsione di una quota forfettaria, si parla di circa due milioni l’anno. Contratto scaduto e che, a quanto risulta allo Spiffero, Sergio Marchionne non vuole rinnovare. Una perdita che in passato veniva in parte ammortizzata attraverso l'erogazione una tantum (per tavoli di concertazione, convegni, ecc) anch’essi ormai ridotti all’osso con la conseguenza che chi rappresenta l’industria a Torino non ha quasi più nulla a che fare con il principale player del settore a livello nazionale e tra i più grandi su scala mondiale. Un corto circuito che, allargando il campo della prospettiva, coinvolge ormai tutte o quasi le associazioni datoriali: pronte a spartirsi un enorme potere economico e politico in virtù di una rappresentanza che non possono più vantare. Un problema per chi, come la numero uno Mattioli, punta a nuovi incarichi - uno tra tutti, la presidenza della fondazione bancaria torinese - proprio facendo leva sulla (ormai presunta) forza datoriale.
E se Sparta piange Atene non ride. Basta vedere i dati di Api, l’Associazione delle piccole imprese, che nel 2009 poteva contare 2.584 iscritti e a distanza di cinque anni ne ha 1.633 con i dipendenti quasi dimezzati da 46.563 a 27.884. Dall’industria al settore primario, i numeri fotografano sempre la stessa situazione. Qui le partite iva passano da 12.342 a 10.515 con Coldiretti, la principale organizzazione, che ne perde quasi 1.300 passando da 8.681 a 7.392. Il commercio (suddiviso tra Ascom e Confesercenti) nel 2009 poteva contare su 24.829 imprese, nel 2014 sono diventate 16.402, ridotte di un terzo. Gli artigiani sono quelli che hanno retto meglio l’urto dopo il “lustro nero” passando da 14.872 a 12.744, anche se tra gli occupati la flessione in proporzione risulta maggiore. Solo colpa della crisi economica? Certamente no. È la crisi dei cosiddetti corpi intermedi (ci sono dentro anche i sindacati) e probabilmente bene fa il Governo a porre il problema di enti che si occupano sempre meno dei propri associati, vittime della burocrazia interna, e che, al contrario, grazie a una gestione sempre più consociativa nei confronti della politica, spesso fungono da trampolino per i vertici, proiettati verso una carriera costellata da incarichi più o meno prestigiosi in virtù di una rappresentanza di cui sempre meno possono fregiarsi.


