Iren, tre sindaci d’oro
Carlo Manacorda, economista 08:27 Lunedì 14 Marzo 2016 0
Con “Comunicato stampa” dell’8 marzo, la Città di Torino informa: «Ha avuto oggi il via libera della Giunta comunale torinese, su proposta del sindaco Piero Fassino e dell’assessore Giuliana Tedesco, la “ridefinizione dei vincoli statutari di Iren Spa in materia di controllo pubblico e dei patti parasociali in essere tra i soci pubblici”. Ora la deliberazione (ndr. al momento non reperibile) verrà sottoposta al Consiglio Comunale e, nei primi giorni di maggio, all’Assemblea degli azionisti Iren».
Il Comunicato prosegue dicendo che il Comitato di Sindacato dei soci pubblici azionisti di Iren Spa, costituito dai Sindaci dei Comuni di Torino, Genova e Reggio Emilia, ha deciso di sottoporre all’esame dei soci pubblici i benefici derivanti dall’introduzione, nello Statuto della società, della cosiddetta “maggiorazione del voto”. La clausola consente di attribuire a ciascuna azione un massimo di due voti. Il voto maggiorato spetta all’azionista (pubblico o privato) che detenga azioni per almeno 24 mesi. Questo istituto «permetterà ai soci pubblici di mantenere il controllo della Società anche in caso di dismissioni di quote delle azioni detenute, oggi vincolate al sindacato di blocco». Si aggiunge che un nuovo “Patto parasociale” stabilirà che la diminuzione del numero delle azioni sia sempre comunque sufficiente a garantire la titolarità in capo ai soggetti pubblici della maggioranza dei diritti di voto. In buona sostanza, si capisce che i “soci grossi” – verosimilmente Torino, Genova e Reggio Emilia (ma tutto è segreto, benché si tratti sempre di soldi pubblici) – comanderanno Iren per sempre anche senza avere la maggioranza delle azioni. Stando alle dichiarazioni dell’Assessore alle partecipate Giuliana Tedesco, se si realizzerà il “marchingegno” il Comune di Torino, attraverso la cessione delle azioni ormai superflue dal momento che ogni azione varrà due voti, potrà incassare fino a 70 milioni.
Al momento, non si può dire se il progetto andrà in porto. Certo è che il Comunicato fa comunque capire chei tre Sindaci intendono disporre di una golden share camuffata, l’azione d’oro che consente di controllare una società indipendentemente dal numero di azioni possedute.
La golden share è stata introdotta in Italia dal decreto-legge 332 del 1994 (L. 474/1994). Vuole assicurare che, nei processi di privatizzazione delle società pubbliche, lo Stato (o l’ente pubblico) che ne dismette una parte possa continuare a mantenere il governo della società anche se non possiede più la maggioranza delle azioni (con la golden share, anche con una sola azione si comanda in una società). L’“astuzia” nostrana (ma anche di Francia e Germania) è stata però subito censurata dagli organismi comunitari perché contraria ai principi dei Trattati europei sulla libertà di stabilimento e di libera circolazione dei capitali.
Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 10 giugno 2004 ha cercato di mettere una toppa. La possibilità di utilizzo della golden share è stata limitata ai casi in cui ricorrano rilevanti e imprescindibili motivi di interesse generale, in particolare con riferimento all'ordine pubblico, alla sicurezza pubblica, alla sanità pubblica e alla difesa. L’applicazione della golden share deve avere, comunque, durata temporanea e deve sottostare a molti e rigorosi adempimenti che ne giustifichino l’utilizzo. La normativa italiana è stata però nuovamente bocciata dall’ Unione europea, che apre anche una procedura d’infrazione alle norme comunitarie.
Per bloccare la procedura d’infrazione,interviene il Governo di Mario Monti. Con il decreto-legge 21/2012 (L. 56/2012), l’utilizzo della golden share (da ora piuttosto definita come golden power,potere d’oro) è consentito - soltanto e con complesse procedure autorizzative - per le attività di rilevanza strategica per i sistemi della difesa e della sicurezza nazionale (esistenza di minacce effettive di grave pregiudizio per i loro interessi essenziali). L’utilizzo è inoltre possibile in materia di reti, impianti, beni e rapporti di rilevanza strategica per il settore dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni (ma l’individuazione di questi elementi deve avvenire ogni tre anni). Queste sono dunque le regole oggi in vigore, compatibili con la normativa europea, per esercitare eventuali posizioni dominanti in materia di gestione di servizi pubblici.
In questo quadro di regole già sufficientemente chiare per restringere al massimo la prevalenza dei poteri pubblici nel mercato, si cala ora anche la disciplina del decreto legislativo (di imminente pubblicazione) concernente il “Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica” (uno degli 11 decreti della riforma della pubblica amministrazione del Ministro per la semplificazione della pubblica amministrazione Marianna Madia). Le sue norme non si applicano alle società quotate in borsa. Iren Spa - la società di multiservizi pubblici pigliatutto: dall’energia elettrica (produzione, distribuzione e vendita) all’energia termica per teleriscaldamento (produzione e vendita); dal gas (distribuzione e vendita) alla gestione dei servizi idrici integrati; dai servizi ambientali (raccolta e smaltimento rifiuti) ai servizi per le pubbliche amministrazioni - è società quotata. Quindi estranea alla disciplina del decreto Madia. Il decreto però - oltre a voler dare una poderosa potatura alle partecipate - vieta alle pubbliche amministrazioni di costituire partecipate o mantenere partecipazioni in società per svolgere attività di produzione di beni o servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali. Sono previste complesse procedure autorizzative, se la costituzione fosse necessaria per produrre servizi di interesse generale.
Orbene,sembra lecito chiedersi se le azioni relative a Iren annunciate dalla Città di Torino – azioni che parrebbero, tra l’altro, aver poco a vedere coi fini istituzionali di un comune o con esigenze strategiche di difesa e sicurezza nazionale – possano ritenersi esenti tanto dalla normativa in materia di golden share o golden power, quanto da quella del decreto Madia, quandanche indirettamente. Inoltre, se quanto architettato dai Sindaci di Torino, Genova e Reggio Emilia sulla “maggiorazione del voto” possa procedere tranquillamente senza controlli e giudizi anche minimi da parte di Autorità pubbliche (Ministri, Prefetti, Corte dei conti, ecc.). Va infatti rimarcato con forza che si tratta sempre di operazioni che avvengono,prevalentemente,nell’area della finanza pubblica. Ed ancora, se i governanti si possano vantare quando simili operazioni di “ingegneria finanziaria” recano utili, senza tuttavia prevedere ricadute compensative a favore dei cittadini, i veri azionisti di massa sempre dimenticati delle Iren di turno. Per essere chiari fino in fondo, si va a finire come con le banche. I loro utili sono per gli azionisti. Le loro perdite le pagano i risparmiatori. Ed ora ancor più con il bail in, il salvataggio interno nei casi di fallimento della banca. Per le multiservizi pubbliche, gli utili sono intascati dagli enti pubblici per tappare i buchi di bilancio. Le perdite le pagano i contribuenti con aumenti delle tasse e altre vessazioni finanziarie.
A conti fatti. Mentre tutto il mondo libero rifiuta ormai da anni i monopoli,in quanto contrari alla libertà dei mercati. Mentre l’Europa continua a chiedere all’Italia le liberalizzazioni e le privatizzazioni, per la gestione dei servizi pubblici si continuano a proporre schemi statalistici e monopolistici, quasi che nulla sia cambiato dall’epoca dei governi assoluti e ignorando che esiste la globalizzazione. I cittadini devono però sapere che non è questa la strada per far diminuire il costo di luce, gas, raccolta rifiuti, trasporti e quant’altro. Senza competizione tra operatori, i costi continueranno a restare immutati. E gli utili dei regimi di monopolio se li pappa la pubblica amministrazione, continuando a ignorare le condizioni del “buon governo”.


