Nel Pd il malessere è assai “popolare”
08:38 Domenica 11 Dicembre 2011Si infervora il confronto nell’area cattolica sul modus operandi della componente ex Ppi. In un intervento Lepri addita l’amico capogruppo in Comune Lo Russo come esempio negativo
Per decrittare il pensiero democristiano occorre leggere tra le righe. E tra le righe di un intervento, scritto per chiarire la propria posizione sull’annosa questione dei popolari nel Pd, Stefano Lepri sferza una stilettata al compagno di partito e di area Stefano Lo Russo. Nell’articolo pubblicato su Rinascita popolare, organo online dell’Associazione “I Popolari” diretto da Alessandro Risso, uno dei (pochi) morgandiani e organizzatore del recente convegno di Borgaro, il consigliere regionale porta come esempio negativo della scarsa incisività dei cattolici sulla linea politica del partito proprio l’azione del gruppo consiliare della Sala Rossa, guarda caso guidato da Lo Russo. Scrive Lepri: «l’impegno scritto e dichiarato nel programma del Sindaco Fassino ad applicare il quoziente familiare nelle politiche del Comune di Torino non è stato recepito con chiarezza nel programma di governo, specie a causa delle divisioni tra i consiglieri comunali di area popolare appena eletti. Se sei diviso e non ti batti non conti; se sei forte e unito, nel partito e nelle Amministrazioni, si ottengono sintesi virtuose e mediazioni “alte”». Un attacco deciso, per quanto felpato, in perfetto stile diccì, che parla di nuora perché suocera intenda, ovvero rivolto in ultima istanza al segretario regionale Gianfranco Morgando, contrario alla costruzione di una componente “identitaria”.
La tesi sostenuta da Lepri - «una corrente tra simili, chiamata poi a fare le necessarie mediazioni e alleanze nel partito (…), più connotata e omogenea» - trova peraltro ampia eco nel panorama nazionale che vede molti esponenti ex Ppi ragionare attorno agli scenari del dopo Monti e alla possibilità che alla fine del governo tecnico un pezzo del Pd possa uscire dal partito per dar vita a un nuovo contenitore centrista, magari con Corrado Passera (non a caso uno dei relatori del seminario di Todi) come catalizzatore di una frantumazione dei poli. Emblematico in tal senso è la riflessione firmata da Giuseppe Fioroni che apparirà nei prossimi giorni sul mensile dei Popolari (Il Domani d’Italia). L’ex ministro afferma che «La geografia politica di oggi non sarà quella di domani. Ci dobbiamo rimettere tutti in gioco, seriamente. E a farci da guida, in questa risalita alla normalità della dialettica democratica, non potrà che essere la nostra coerenza e il nostro attaccamento ai valori di solidarietà, di giustizia e promozione sociale, di dedizione al bene comune. Non è il momento, questo, che possa giustificare la conservazione o la riproduzione, nella rete delle alleanze, di artificiali connubi politici». Fioroni teme che nel partito prevalgano spinte conservative, di gestione “monocolore” di stampo diessino: «Non è indifferente se i Democratici imboccheranno con slancio o riluttanza la via del cambiamento, se cederanno al richiamo della mitologia di sinistra o punteranno a competere al centro, come d'altronde era già negli auspici e negli indirizzi del partito che nasceva solo qualche anno fa con l'obiettivo di andare oltre la stessa esperienza dell'Ulivo; ovvero con l'ambizione di aprire una efficace competizione nell’area intermedia, destinata sempre a decidere le sorti del confronto anche e soprattutto nella logica del maggioritario».


