VERSO IL VOTO

La “grande fuga” dalle urne

Cresce la disaffezione degli italiani verso la politica. Nelle ultime tre tornate amministrative oltre un milione di elettori hanno disertato i seggi. A Torino “persi” più di 160mila votanti. E il prossimo 5 giugno, dice il Censis, i "disertori" potrebbero aumentare ancora

Italiani sempre più disincantati nei confronti della politica: nelle ultime tre tornate elettorali, nei sette comuni che andranno al voto a giugno, si sono “dati alla macchia” 1,1 milione di elettori (1.138.000) e cioè, il corrispettivo degli abitanti di due intere città grandi come Torino e Trieste messe insieme. Lo conferma un’indagine Censis dal titolo “Le città al voto: rischio fuga dalle urne”. Per le amministrative del 5 giugno andranno alle urne 1.368 Comuni, e tra questi 7 capoluoghi di regione: Bologna, Cagliari, Milano, Napoli, Roma, Torino e Trieste. Dal confronto del numero dei votanti che si sono recati al seggio nelle tre più recenti elezioni comunali emerge che alle ultime a Roma hanno votato 572.000 elettori in meno (-31,5% tra il 2001 e il 2013), 225.000 in meno a Milano (-25% tra il 2001 e il 2011), 166.000 in meno a Torino (-26,1% nello stesso periodo, dall’82,6% al 66,5%), 89.000 in meno a Napoli (-15,4% nello stesso periodo), 46.000 in meno a Bologna (-17,5% nel periodo 2004-2011), 20.000 in meno a Cagliari (-16,9% tra il 2001 e il 2011), 20.000 in meno a Trieste (-16,2% nello stesso periodo).

Gli effetti sul risultato elettorale di quest’ampia diserzione dividono gli osservatori: a Torino, secondo alcuni, questa volta potrebbe agevolare il centrosinistra. Il sindaco uscente Piero Fassino, infatti, può contare su un voto “organizzato” di almeno due formazioni – il Pd e i Moderati – che con le loro liste “competitive” avrebbero un effetto trainante, rispetto al voto maggiormente “d’opinione” degli altri competitor, a partire dalla principale sfidante, la grillina Chiara Appendino. Inoltre un centrodestra diviso, già tradizionalmente poco incline alla mobilitazione, favorirebbe la polarizzazione della competizione. E stemperare così la perdita di consensi verso la sinistra capitanata sotto la Mole da Giorgio Airaudo.

Per il 69,5% degli italiani intervistati dal Censis, il profilo ideale del sindaco da votare richiede serietà, credibilità e affidabilità. Per il 35% al primo posto viene la competenza amministrativa e gestionale, per il 14% l’aver maturato una esperienza professionale fuori dall’ambiente politico. L’anagrafe conta poco: solo il 14% del campione vuole un primo cittadino giovane, energico e con voglia di fare. Per il 9% non deve essere stato coinvolto con la politica del passato. E solo per il 7% il sindaco ideale dovrebbe avere esperienza politica. L’antipolitica, o meglio il «no» a sindaci con un passato in politica, è leggermente superiore tra i laureati (12%). Al contrario, la predilezione per il «politico di professione» è leggermente superiore tra gli ultrasessantacinquenni (10%) e i residenti nelle regioni meridionali (8%). Nelle grandi città (con più di 500.000 abitanti) è più forte che altrove la richiesta di un sindaco che sia una persona seria, credibile e affidabile (secondo il 77% del campione), e deve essere competente in materia amministrativa e gestionale (42%). Differenze decisive sul profilo ideale del sindaco si registrano tra le persone in relazione al titolo di studio. I laureati più degli altri insistono sulla serietà e affidabilità (77,5%), e sulla competenza amministrativa e gestionale (45%). Mentre le persone con titolo di studio più basso (fino alla licenza elementare) sono più delle altre orientate a votare candidati giovani e volti nuovi (19%).

print_icon