GRAN TORINO

Città metropolitana a secco

Il passaggio dalla vecchia Provincia al nuovo ente ha segnato una drastica riduzione delle risorse finanziarie. Torino ha raggiunto a malapena i 280 milioni di cui la gran parte è stata dirottata sul capoluogo. Bargero (Pd): "Invertire il trend"

Ancora faticosa la marcia delle Città metropolitane: oltre alle difficoltà dovute al passaggio dalle vecchie Province al nuovo soggetto amministrativo, il peso maggiore è dato dalla scarsità di investimenti effettuati. Nel 2014 la Città Metropolitana di Torino ha raggiunto a malapena 280 milioni di cui circa il 70% è riferito al capoluogo. Molteplici le cause: dai vincoli di governo, alla crisi economica, passando per le difficoltà specie nei piccoli e medi Comuni di poter contare su soluzioni innovative e ancora poco utilizzate nel settore delle opere pubbliche quale il project financing.

Il caso torinese, emerso da uno studio realizzato dall'Ires Piemonte, non è certo  un’eccezione nel panorama italiano: in questa fase di transizione, le Città metropolitane non sono state in grado di sostenere il Patto di stabilità 2015 tanto che solo in due casi (Bologna e Reggio Calabria) il saldo è positivo. Indubbio, quindi, che sia indispensabile attuare tutte quelle misure in grado di invertire una tendenza che, ad oggi, è negativa. L’azzeramento automatico del taglio da 250 milioni previsto dalla manovra 2015 nel programma triennale (2016-2018) grazie al contributo inserito nella Legge di Stabilità 2016, attraverso un’operazione di compensazione contabile è un primo segnale di attenzione da parte del governo cui dovrebbe però seguire l’azzeramento di tutte le sanzioni correlate allo sforamento del patto per tutte le Città metropolitane. E se è vero che questi nuovi organismi “svolgono un ruolo particolarmente importante per lo sviluppo dell’Europa – come ribadito oggi dai deputati del Pd Cristina Bargero e Dario Parrini nei loro interventi al convegno su “La Città Metropolitana, quali compiti, quali risorse” tenuto alla Camera – è altrettanto vero che i nodi da sciogliere sono ancora molti.

“Nelle Città metropolitane viene prodotto oltre il 60 per cento del Pil  e viene consumato quasi il 90 per cento delle risorse, portandole ad essere un traino per lo sviluppo dei territori, in particolare le aree interne del Paese – osserva Bargero – . Ma affinché siano veri e propri driver per le politiche territoriali è necessario finanziarle e non basta solo l’intervento della Legge di stabilità. Come legislatori dobbiamo utilizzare in modo più oculato i fondi strutturali europei, ma soprattutto pensare all’introduzione di imposte di scopo sul modello francese ed europeo per finanziare gli investimenti”. Che esista ad oggi un problema di autonomia finanziaria per le Città metropolitane lo ammette lo stesso Parrini, ribadendo la necessità a ipotizzare tasse di scopo “sapendo che si tratta di qualcosa che i cittadini possono facilmente verificare e controllare. Alla richiesta di uno sforzo al cittadino deve corrispondere la realizzazione di un’opera e un grande rigore nella gestione della spesa pubblica”. Tra le ipotesi: la tassa di imbarco sui voli (due euro a passeggero) e una compartecipazione al gettito statale del 10% sugli insediamenti produttivi.