ECONOMIA DOMESTICA

“In gioco sul mercato globale”

Il Piemonte deve abbandonare logiche di campanile e aprirsi alla competizione mondiale. Un patto tra impresa e politica per utilizzare al meglio le poche risorse. Il ruolo della formazione. La ricetta di Ravanelli, neo presidente di Confindustria

Fare sistema. Lo dicono ormai tutti, dai politici agli imprenditori, quando si tratta di affrontare la sfida della globalizzazione e della competitività. Per portare sul concreto il refrain, talvolta buttato lì come si fa con qualche vocabolo anglosassone per fare scena anche se non se ne conosce a fondo il significato, e svincolarlo dal mondo degli intenti basta poco. Una frase secca: “Il Piemonte, come popolazione, è come due o tre quartieri di Shangai”. E allora “come si può non fare sistema sul serio? Com’è possibile non superare quelle logiche di campanile che saranno sì una caratteristica italiana, ma non aiutano certo a superare la crisi, tantomeno a recuperare il divario non solo con l’Asia quanto, per rimanere vicino, con alcune regioni della Germania?”.

Fabio Ravanelli è da tre mesi al vertice di Confindustria Piemonte, 5.600 imprese che occupano 258mila addetti in un territorio che – è ormai riconosciuto – ha saputo affrontare la crisi degli ultimi anni meglio rispetto ad altri, ma “complici situazioni dello scenario internazionale, dal terrorismo alla Brexit arrivando all’incognita delle presidenziali americane non è indenne da quella sensazione di incertezza che è tra le cause – come osserva lo stesso presidente dell’associazione datoriale – di una fase di stanca che caratterizza questo ultimo periodo”.

Sguardo concentrato, in via Vela, ovviamente anche sul referendum. Il successore di Gianfranco Carbonato, sulla questione, è chiaro e in perfetta linea con il presidente nazionale Vincenzo Boccia: “È innegabile come i mercati internazionali temano che nel caso della vittoria del no, il nostro Paese viva una stagione di instabilità politica. Altrettanto evidente che una vittoria del sì, con l’avvio di ulteriori riforme, oltre a garantire stabilità darebbe un segnale decisamente positivo di cui c’è un grande bisogno”.

È un Piemonte proiettato soprattutto verso l’estero, o meglio: sul mercato globale, quello che il quarantaseienne novarese, a capo della Mirato, azienda che opera in mezzo mondo (con i marchi Intesa, Malizia, Clinians, Breeze, Nidra), ritiene aver dimostrato “di saper affrontare e reggere situazione estremamente difficili come quelle degli ultimi anni”. E non è un caso se “tra le aziende che hanno tenuto botta e in molti casi sono anche cresciute molte di esse sono legate all’export”. Anche su questo presupposto si basa il ragionamento, la linea di azione di Ravanelli che ha il sistema Piemonte come strumento indispensabile. Pochi punti, ma chiari. Il primo, quello sulla carta più complesso, ovvero il rapporto con la politica regionale, per il presidente degli industriali piemontesi “deve partire da una presa d’atto: i soldi sono pochi. E quei pochi vanno impiegati bene. Noi vogliamo e dobbiamo aiutare la politica a usare al meglio le risorse. La nostra disponibilità c’è e mi pare sia stata colta”.

Tra gli obiettivi cui destinare le risorse, Confindustria pone al primo posto l’internazionalizzazione. Vista sia come aumento dell’export, sia – non di meno – come ricerca di investitori stranieri per sviluppare il tessuto industriale piemontese. Operazione quest’ultima “in cui in passato non mi pare abbia brillato un organismo come il Ceip che, invece, con l’arrivo alla presidenza di un manager come Pierpaolo Antonioli ha già mostrato un approccio differente in cui confidiamo molto”. Parla apertamente di “un Ceip che cambia pelle e passa da un’attività forse un po’ troppo burocratica a strumento dinamico ed efficiente” Ravanelli. Il quale pone l’accento su un’altra questione su cui si dibatte da tempo, qual è quella dei fondi europei, e che è stata motivo di non troppo velate critiche arrivate alla Regione da ambienti imprenditoriali che hanno lamentato lentezze e farraginosità nelle procedure. E poi le infrastrutture: “Non soltanto quelle classiche di comunicazione e trasporto su cui c’è ancora da lavorare, ma anche e soprattutto per quelle indispensabili all’Industria 4.0, come la banda ultralarga”. Per la quarta rivoluzione industriale, di cui ha parlato ancora ieri il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, ricordando il piano per il quale il governo mette a disposizione  26 miliardi tra incentivi diretti e indiretti, il numero uno degli industriali piemontesi spiega come sia “imprescindibile creare una nuova cultura d’impresa. Ancora prima di spronare la politica dobbiamo affrontare anche al nostro interno il cambiamento. Ci sono imprenditori, bravi e capaci, che però ancora non sanno bene cosa sia l’Industria 4.0 e quali potenzialità sia in grado di fornire in fatto di competitività. Rispetto ad alcune regioni della Germania scontiamo 30 punti di produttività e dobbiamo ridurre il più possibile questo divario. Senza innovazione, senza stare al passo non sarebbe possibile”.

Strettamente legato all’innovazione è il rapporto con la scuola “non solo gli atenei dove già ci sono esperienze valide e che danno ottimi frutti, ma penso alla scuola secondaria, agli istituti tecnici dove si forma il personale di cui le imprese hanno sempre maggiore bisogno. Ottimo il progetto della Buona Scuola varato dal governo che fa entrare a conoscere il mondo delle aziende agli studenti e su questa strada anche a livello locale si può fare molto. In tanti Paesi europei, e tocca citare di nuovo la Germania, questo accade da decenni. Il passaggio dalla scuola al mondo del lavoro, da noi, purtroppo fino ad oggi è stato troppo netto”. Condivide la filosofia del ministro Calenda, il presidente di Confindustria Piemonte sui centri di ricerca e gli incubatori: “Meglio un numero minore, ma di eccellenza, piuttosto che molti non sempre dai risultati esaltanti”. E poi c’è la logistica, “con centri come il Cim di Novara che possono e debbono crescere ancora di più, ma con un’idea chiara: la logistica non deve essere vista solo come attività industriale. È e deve essere soprattutto un mezzo per agevolare lo sviluppo delle aziende esistenti e l’insediamento di nuove. A Verona questo è stato fatto e sono convinto che si possa e si debba fare anche in Piemonte”. Che sarà pure come due o tre quartieri di Shangai, “ma ha imprenditori che anche nella crisi più nera hanno tenuto duro e non hanno mollato l’osso”.

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