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Piccolo è (ancora) bello
Moratoria Anci sulle fusioni

I Comuni con meno di 5 mila abitanti non saranno più obbligati ad unirsi entro fine anno. Renzi: "Cancelliamo l'imposizione e prevediamo incentivi". In Piemonte occorre modificare la legge regionale che ha prodotto aggregazioni "illogiche"

Saranno anche piccoli, ma si sono fatti sentire. E alla fine i Comuni con meno di 5mila abitanti il risultato lo hanno portato a casa: “Non vi obbligheremo a mettervi insieme” ha annunciato il presidente del Consiglio intervenendo all’assemblea nazionale dell’Anci a Bari. “La legge non cambierà, anche se la copertura prevista è ridicola e bisogna metterci più soldi. Ma come mi avete chiesto – ha detto Matteo Renzi rivolgendosi ai sindaci – verrà modificata la norma che prevede l’obbligo di fusione: non si mettono insieme i Comuni sulla base di un obbligo, ci sarà un’incentivazione”,tuttavia il premier ha assicurato che sarà cancellata l’imposizione prevista fino ad oggi. E alla quale gli enti locali si sarebbero dovuti obbligatoriamente adeguare entro il 31 dicembre.

A chiedere una modifica della legge “che così com’è non va bene” era stato, poco prima, l’appena eletto presidente dell’Anci Antonio Decaro. “Solo chi non ha fatto il sindaco può pensare di obbligare alle fusioni" aveva detto il successore di Piero Fassino, rivolgendosi al premier nel ribadire la richiesta di prorogare o sospendere i termini di scadenza fissati all’ultimo giorno dell’anno. Correzione di rotta, quella annunciata dall’inquilino di Palazzo Chigi, accolta positivamente dal deputato dem Enrico Borghi, relatore del disegno di legge (primo firmatario Ermete Realacci) che prevede lo stanziamento di 100 milioni proprio a favore dei Comuni al di sotto dei 5mila abitanti, testo approdato pochi giorni fa in Aula: “Non servono imposizioni dall’alto. Bene prevedere incentivi per le unioni, ma evitare forzature sulle funzioni da accorpare”. Per il deputato dem la via corretta è quella che supera la rigidità del numero di abitanti e che, invece, “passa per le aree omogenee, gli ambiti che nel caso del Piemonte sono già stati individuati e sono di vitale importanza specie per le zone montane”.

E proprio il Piemonte, in virtù delle modifiche annunciate da Renzi e il venire meno – attraverso un decreto presumibilmente dopo il referendum, ma in tempo utile – della scadenza del 31 dicembre per dare corso alle fusioni dovrà modificare la legge Maccanti (dal nome dell’allora assessore leghista, Elena), come peraltro già richiesto un anno fa dal consigliere regionale del Pd Daniele Valle. “Sarà l’occasione per il Piemonte di essere davvero riformista” chiosa con una vena sarcastica Borghi. Lo stesso Valle ricorda oggi come quella sua iniziativa fosse maturata anche “di fronte a situazioni paradossali in cui Comuni si sono uniti non a quelli limitrofi o della stessa valle, ma talvolta ad altri lontani e senza nessun apparente legame. Scelte incomprensibili ma rese possibili da una legge che, oggi più di ieri, va modificata”.

Questione spinosa e divisiva (anche all’interno dello stesso Pd) non da ieri, quella delle fusioni dei piccoli Comuni. In Italia quelli al di sotto della soglia dei 5mila abitanti sono 5.702 e 1.064 stanno in Piemonte, regione che dei 15 municipi più piccoli del Paese ne conta ben 11. Quanto ad abitanti Moncenisio ne ha 37 e Briga Alta con appena uno in più. Situazioni che possono andare bene per finire nel guinness dei primati, ma non certo esempi di un modello virtuoso dell’articolazione locale dello Stato. Almeno secondo la tesi del governo che, pur con gli aggiustamenti in corsa come quello annunciato ieri, mantiene la linea sugli accorpamenti.

Giusto un anno fa era stato il viceministro dell’Economia Enrico Morando ad affermare, tabelle alla mano, che “le spese al netto di quelle per il personale e per i prestiti, nei Comuni al di sotto dei cinquemila abitanti sono di molto superiori rispetto a quelle di un ente di medie dimensioni, attorno ai 30-40mila abitanti e il picco più alto lo si raggiunge dove la popolazione è davvero esigua”. Per il numero due di via XX Settembre un notevole risparmio lo si avrebbe proprio dalla fusione dei piccoli Comuni, “almeno fino ad arrivare alla soglia minima di cinquemila abitanti, ma in molte zone della nostra regione – aveva aggiunto – andrei oltre”.

Parole da far rizzare i capelli a chi, come Franca Biglio, presidente nazionale dell’associazione piccoli Comuni d’Italia e sindaco di Marsaglia, meno di 250 residenti, difende a spada tratta anche quei municipi che contano meno abitanti di un condominio. Anche di fronte all’apertura di Renzi, lei resta irremovibile: “Di fusioni proprio non ne parliamo, ma sono sbagliate anche le unioni che ne sono l’anticamera. Se si vuole risparmiare ci sono le convenzioni: io utilizzo il ragioniere in convenzione con altri cinque Comuni, lo pago per le ore che lavora per noi e funziona tutto bene, senza intaccare l’autonomia e l’identità del paese. Il sistema c’è, non costa nulla, ma non piace a chi vuole a tutti i costi far sparire i piccoli Comuni”. Che saranno, appunto, piccoli, talvolta con tanti residenti da non riempire neppure un pullman, ma si fanno sentire. Non è un caso che appena eletto, il presidente dell’Anci abbia posto il problema al presidente del Consiglio. E Renzi, pur difendendo la legge, ha convenuto che quell’obbligo è meglio toglierlo.

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