TRAVAGLI DEMOCRATICI

Gli eletti non pagano. Pd al verde

Parlamentari e consiglieri con il braccino corto: troppi arretrati nei versamenti del contributo al partito. Il caso del deputato astigiano Fiorio e degli assessori piemontesi. Complessivamente mancano all'appello 300mila euro

Non ti pago. Gli eletti del Pd come il grande Eduardo, ma in questo caso la commedia diventa una piccola tragedia se osservata con gli occhi di chi gestisce le anemiche casse del partito piemontese. Secondo i conti fatti dal tesoriere Mimmo Mangone i consiglieri e gli assessori regionali sono in arretrato di 120.645 euro, mentre i parlamentari devono ancora versare 195.700 euro. Se tutti saldassero il proprio debito, in via Masserano si potrebbe dormire sonni più tranquilli “e invece ci limitiamo all’ordinaria amministrazione” dice Mangone, sempre più in versione Equitalia. I conti sono stati resi pubblici durante la segreteria regionale: all’appello mancano più di 300mila euro e c’è ormai chi punta il dito contro i furbetti dell’obolo, a Montecitorio e Palazzo Madama come a Palazzo Lascaris.  

A ROMA - Tra i parlamentari il “braccino d’oro” spetta, ancora una volta, all’astigiano Massimo Fiorio che deve ancora 21mila euro al partito. Nei suoi confronti erano già partite le procedure di espulsione e il caso era approdato in Commissione di garanzia, poi tutto venne congelato grazie al pagamento di una prima tranche, cui però non ne seguirono altre. Ma come funziona il sistema dei versamenti nel Pd? Al momento dell’accettazione della candidatura, alle politiche del 2013, ogni aspirante parlamentare si impegnò a riconoscere al partito tra i 30mila e i 50mila euro a seconda che si trattasse di “neofiti” o “uscenti”: una quota facilmente ammortizzabile nei mesi seguenti di mandato, tenendo conto dello stipendio medio di un eletto a Roma. All’indomani delle elezioni, però, la difficoltà di formare un nuovo governo e il conseguente rischio di urne anticipate porta deputati e senatori a prendere tempo. “E se ci saranno nuove elezioni?”. Il flop di Bersani, la precarietà di Enrico Letta, le minacce di Matteo Renzi. Il tempo passa, la legislatura regge l’urto, ma intanto i vertici di allora – il segretario regionale era Gianfranco Morgando e il tesoriere Roberto Placido – non si dimostrano particolarmente solerti nel chiedere le somme dovute. E così c’era chi aveva pagato tutto al momento della candidatura o subito dopo (è il caso di Cristina Bargero, Vannino Chiti, Nerina Dirindin, Elena Fissore, Federico Fornaro, Patrizia Manassero, Edoardo Patriarca, Flavia Piccoli e Magda Zanoni), chi ha aspettato che gli venisse chiesto e chi, tutt’ora, fa lo gnorri. Quando, nel 2014, Davide Gariglio sostituisce Morgando in via Masserano, il tesoriere Mangone avvia delle trattative con relativi piani di rientro per ottenere il dovuto anche dai più riottosi: la metà subito, il resto in comode rate. Ma anche questa soluzione non sempre basta. La maggior parte si adegua, pur rimanendo sempre indietro di qualche migliaio di euro, ma c’è chi a mettersi le mani in tasca fa proprio fatica. È il caso del già citato Fiorio, ma non solo. Gianluca Benamati, paracadutato dall’Emilia Romagna sulla lista del Piemonte 2, per esempio, ha accumulato un ritardo sul piano di rientro di 13.500 euro e complessivamente deve al Pd 22.500 euro. E che dire di Enrico Borghi, paladino dei piccoli centri montani, proveniente dal Verbano Cusio Ossola? Da lui il Pd aspetta ancora 15mila euro tondi tondi. Tra chi se la prende comoda c’è anche l’ex ministro Cesare Damiano: avrebbe dovuto pagare sull’unghia 50mila euro appena inserito in lista, per ora ne ha versati 34mila.

A TORINO - Dal Parlamento al Consiglio regionale le cose non cambiano. Certo, anche a Palazzo Lascaris non mancano gli esempi virtuosi, ma anche i ritardatari cronici. E sorprende che tra i più recalcitranti ci siano gli assessori che possono godere di una busta paga mensile attorno ai 10mila euro. Tra questi spicca il titolare dei Trasporti Francesco Balocco, che ha un debito col partito di 14.800 euro, mentre Antonio Saitta (Sanità) contribuisce alla patologia delle casse democratiche con un arretrato di 14.500 euro. Inferiore, in termini assoluti, la somma di Antonella Parigi (Cultura), che deve “solo” 9.050 euro, ma su un contributo complessivo richiesto di appena 18.700. Da buon assessore al Bilancio, invece, Aldo Reschigna si mostra rigoroso anche sulle incombenze finanziarie che riguardano direttamente lui: su 51.600 euro richiesti ne ha versati 47.700 con un arretrato inferiore ai 4mila euro. E che dire del vicecapogruppo Elvio Rostagno, tra i più vicini politicamente al segretario Gariglio? La sua morosità ammonta a 15.250 euro, mentre il vercellese Giovanni Corgnati ne deve ancora 12.900. La domanda, lecita, è la seguente: che succederebbe se domani si chiudesse in anticipo la legislatura? Chi ha avuto ha avuto. Difficile anche comprendere se e in che modo il partito possa rivalersi con azioni disciplinari, poiché la commissione di garanzia regionale è attualmente presieduta da Simone De Ruosi, amministratore di Nichelino, con un piede dentro e uno fuori dal partito dopo aver sostenuto alle amministrative del suo comune l’attuale sindaco Giampiero Tolardo, assieme a quella frangia del partito che ha scaricato il candidato ufficiale democratico. Rientrata, invece, la situazione di Nadia Conticelli, che si è rimessa in pari con la maggioranza dei colleghi.

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