POLTRONE & SOFA'

“Élites sfasciste e irresponsabili
con Appendino per opportunismo

Il problema di Torino non sono i Cinquestelle a Palazzo civico, ma un ceto dirigente debole, privo di progettualità, senza spina dorsale e levantino. Una borghesia che sta blandendo il suo carnefice. Analisi schietta del segretario Pd Morri

“Con le periferie puoi vincere le elezioni, ma non ci governi Torino”. Occhiali neri per proteggersi dal sole, il volto ancora provato dall’ischemia che lo ha colpito un mese fa a Roma, ma allo stesso tempo rigenerato dal pericolo scampato più che dall'ingresso nella direzione nazionale del Pd, Fabrizio Morri, segretario del partito subalpinp, è già di nuovo in pista e prova a riflettere, a mente fredda sullo stato delle cose. Torino, il Movimento 5 stelle, quella sconfitta che, a distanza di un anno, ancora brucia nell’ex villaggio di Asterix del centrosinistra, ormai espugnato dalla Giovanna d’Arco grillina, e un establishment cittadino “che da un giorno all’altro si è convertito al nuovo corso”.

Quel sistema di potere e poteri che per anni ha retto il moccolo alla sinistra ora guarda a Chiara Appendino e c’è chi nel Pd si stupisce di un così repentino cambio di casacca, rivendicato a ogni piè spinto dagli attestati di stima della signora degli A(g)nelli Evelina Christillin nei confronti della sindaca, con cui condivide il tifo per la Juve allo stadio. La collaborazione “positiva” con il presidente della Compagnia di San Paolo Francesco Profumo, sempre più in versione bancomat per le disgraziate casse comunali, il feeling con la Fondazione Crt di Giovanni Quaglia: “Caro Giovanni” scrive Appendino nelle missive istituzionali in cui chiede e ottiene di pagare i debiti del Comune con un anno di ritardo nell’ottica di una fattiva collaborazione (la stessa fattiva collaborazione che ha permesso a un cuneese, Quaglia, di conquistare il vertice di una fondazione bancaria di Torino con il bene placito della Città). Orde di “barbari” – così li definì proprio Morri – hanno portato Appendino in trionfo fino al piano nobile di Palazzo Civico, ma è poi la corte che l’ha presa sotto braccio e ora se la porta a spasso.     

Intanto un centrosinistra per anni tenuto insieme da cadreghe e potere di cui si è nutrito fino a ingrassare oltremodo ora è dilaniato da una sotterranea guerra per la successione ai due grandi vecchi: le primarie del Pd e poi le politiche, le regionali e infine la corsa per tornare alla guida della città; venghino signori venghino, nell’arena democratica sta per scorrere il sangue. Quel centrosinistra ha scoperto che il Sistema Torino non ha colore. Come si dice, Franza o Spagna… “Ho sempre pensato che ci fosse un’alleanza tra la componente riformista della politica e una borghesia che aveva a cuore lo sviluppo della città, ma evidentemente mi sbagliavo” si lamenta Morri. Lontani i tempi in cui l’alleanza tra i reduci della Bolognina, il sistema universitario e la grande banca del geometra Enrico Salza, promosso sul campo Ingegnere, si allearono per traghettare Torino fuori dalla prima crisi economica, sfruttando l’urbanistica come leva di sviluppo e trovandole nuove vocazioni, com’è accaduto durante i mandati di Valentino Castellani e Sergio Chiamparino. Una spinta che col tempo si è affievolita, mentre sulla città sempre più orfana dell’industria manifatturiera ha iniziato a soffiare il vento impetuoso della seconda grande crisi economica, divenuta presto anche sociale e politica. “Ora gli stessi protagonisti di quel grande patto per lo sviluppo di Torino accolgono tra le proprie braccia un movimento che inneggia alla decrescita felice e non riesce neanche ad avere una posizione univoca sui vaccini”.

Non solo le periferie, un pezzo significativo del milieu cittadino ha scommesso sul cambiamento promesso dalla Appendino. Personalità influenti come la donna dell’arte torinese, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, tra le prime a strizzare l’occhio alla madamin pentastellata. “Mi sembra di rivedere una storia che abbiamo letto sui libri, quando la borghesia torinese per far chiudere qualche Camera del lavoro e togliersi di torno una sistema politico inefficiente salì sul carro dei fascisti” ragiona Morri. Paragone forse avventato ma che non deve indignare quell’élite sfascista che celebra la nuova dittatura qualunquista, di cui Appendino è interprete, per fare quello che in fondo ha sempre fatto: ricercare nei cambiamenti storici la strada per raggiungere un proprio tornaconto, spesso economico, sempre di status. E più la politica s’indebolisce più chi la tiene a galla si rafforza. Così una città senza guida, senza idee e senza soldi diventa ogni giorno di più ostaggio di banche, fondazioni, multiutility pubbliche e di quella burocrazia che è l’unica ad aver le competenze e le relazioni almeno per affrontare le incombenze quotidiane.

“Io non ce l’ho con chi, in buona fede, ha manifestato il suo disagio con quel voto di un anno fa – conclude Morri -. Io ce l’ho con chi, inseguendo logiche di superficiale opportunismo, prova a salire anche su questo carro”. 

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