Fa causa alla Lega che (non) difende e porta i soldi in Tunisia
Stefano Rizzi 07:45 Lunedì 25 Settembre 2017 1Finisce nei guai l'ex onorevole e assessore regionale Brigandì, storico avvocato di Bossi. "Infedele patrocinio e autoriciclaggio": per incassare il milione e seicentomila euro a saldo delle sue parcelle non si oppose all'azione giudiziaria da lui intrapresa
Un milione e seicentomila euro: tanto dovette sborsare la Lega Nord per saldare un bel po’ di parcelle accumulate negli anni e richieste, un bel giorno (bruttissimo per via Bellerio) dal suo storico legale. E dire che, forse, il Carroccio avrebbe potuto evitare di vedersi pignorare allora, come ora, i conti. Sarebbe bastato che il suo avvocato avesse fatto quel che fanno tutti: opporsi al decreto ingiuntivo. Solo che quell’avvocato era lo stesso che il decreto lo aveva richiesto al giudice. E mica un nome sconosciuto, quello della toga double face: Matteo Brigandì, classe ’52, messinese di nascita e torinese di adozione è stato lo storico avvocato di Umberto Bossi, il “procuratore generale della Padania” quando ministeri del Nord e altre trovate alimentavano l’aria di secessione e la crescita del movimento, che sfoderava ancora lo spadone dell’Alberto da Giussano, finì eletto in Parlamento nei primi anni Novanta. Varcò pure l’ingresso principale di Palazzo dei Marescialli, occupando un posto da membro laico nel Csm per un breve periodo ovvero fino a quando dovette lasciare per incompatibilità.
Oggi, ormai da tempo fuori dalla Lega e molto addentro al Grande Nord dei bossiani irriducibili, Brigandì è nei guai con la giustizia per quei due ruoli giocati nella commedia che gli ha fruttato la più che ragguardevole somma. Per carità, il lavoro svolto andava pagato, ma quel che al legale viene contestato dal pubblico ministero è la procedura seguita per riuscire a fare quel che oggi sembra riuscire difficile allo Stato di fronte alle casse semivuote della Lega e l’alzata di scudi da parte di Matteo Salvini contro il blocco dei conti. Il pm di Milano Paolo Filippini chiudendo le indagini a carico professionista, ha formulato nei suoi confronti l’accusa di infedele patrocinio, ma anche quella di autoriciclaggio visto che, secondo gli inquirenti, Brigandì buona parte dei soldi ottenuti l’avrebbe trasferita su un conto in Tunisia. Ma questa è la seconda parte della storia.
La prima riguarda quel comportamento che “quale avvocato della Lega” – secondo l’accusa – Brigandì avrebbe tenuto rendendosi “infedele ai suoi doveri professionali, omettendo di denunciare il proprio conflitto di interessi”. E sì, perché quando l’ex parlamentare chiede ed ottiene il decreto ingiuntivo per avere quasi 1,9 milioni di euro di compensi per la sua attività svolta a favore della Lega, nell’altra veste di avvocato del partito si è ben guardato da quel che avrebbe fatto qualunque altro suo collega: impugnare il decreto cercando di tutelare gli interessi del cliente. Secondo quanto riportato nel capo di imputazione “il 28 febbraio 2004 Brigandì riceveva la notifica del decreto ingiuntivo” da lui richiesto al tribunale di Pinerolo come creditore del movimento per “competenze professionali” maturate per l’attività svolta in favore della Lega “per gli anni 1996-1999”. Allo stesso tempo, però – rileva l’accusa – avrebbe omesso “di intraprendere qualunque iniziativa finalizzata a tutelare gli interessi del movimento politico da lui contemporaneamente difeso, così da far divenire, in assenza di opposizione, il decreto ingiuntivo inoppugnabile nel merito ed immediatamente esecutivo in suo favore”. Risultato: dal conto della Lega esce più di un milione e mezzo di euro che, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’avvocato torinese prima investe in una polizza vita, poi nel 2015 ne trasferisce la quasi totalità su un conto di una banca in Tunisia. Tanto basta per aggiungere l’ulteriore accusa a suo carico.
I prossimi capitoli della storia si scriveranno in tribunale, ma i precedenti affondano in questioni politiche non meno rilevanti rispetto a quelle economiche con cui finiranno per intrecciarsi. Non è certo per sbadataggine che lo storico avvocato del Senatur avrebbe evitato di presentare e sollecitare a tempo debito le parcelle che si sarebbero così accumulate facendo lievitare la somma. Saranno coincidenze, ma Brigandì che nel suo cursus honorum politico annovera pure un passato da consigliere regionale e assessore in Piemonte, nel 2012 con l’arrivo di Roberto Maroni alla segreteria al posto di Bossi e l’avvio dell’epoca delle famose scope smette di essere l’avvocato della Lega (a lui Bobo preferisce Domenico Aiello), rimanendolo solo dell’Umberto. E quelle parcelle il cui pagamento non era mai stato richiesto
diventano uno spadone brandito verso le ramazze. Provvidenziale un decreto del tribunale di Pinerolo del 2004 ottenuto dal legale in virtù della presentazione di un riconoscimento di debito per prestazioni professionali fornite nel 1996 e firmato dall’allora segretario amministrativo del Carroccio Maurizio Balocchi, poi deceduto nel 2010. L’atto era divenuto esecutivo visto che l’avvocato che si sarebbe dovuto opporre era proprio lui. Dunque nel 2012 in base a quel decreto ormai divenuto esecutivo, Brigandì si rivolge al tribunale di Vicenza richiedendo e ottenendo il pignoramento: da un conto della Lega presso Unicredit i soldi passano a quello dell’avvocato torinese. Che, però, è in una banca di Tunisi. E per il pm è un’altra ipotesi di reato che si aggiunge a carico dell’ex avvocato della Lega. E di se stesso. Contemporaneamente.


