SALUTE & DIRITTI

Liste d’attesa, “piaga sociale”

Si fanno meno visite specialistiche ma i tempi per esami non scendono. Anzi, in alcune zone del Piemonte raggiungono livelli "allarmanti". Situazioni critiche nelle Asl di Alessandria, Biella, Cuneo 1, Torino 3 e VCO. Uno studio dei pensionati di Cgil-Cisl-Uil

Per una colonscopia nella Asl Torino 4, che copre i territori di Ivrea, Ciriè e Chivasso si possono attendere anche 245 giorni, 143 per una vista cardiologica nel Verbano Cusio Ossola e 178 per un elettrocardiogramma Holter nell’Asl Torino 3. “Situazioni allarmanti” come vengono definite dallo studio sui tempi di attesa nella sanità piemontese realizzato per conto dei sindacati dei pensionati di Cgi, Cisl e Uil. Tempi lunghi non solo per le visite specialistiche ma anche nel caso dei trattamenti riabilitativi dove “forti difficoltà” sono attribuite alle Asl di Alessandria, Cuneo1, Torino 3, Vco e Biella.

Fenomeno tristemente noto e rispetto al quale i correttivi fino ad oggi applicati (o solo annunciati) hanno sortito quasi sempre scarsi effetti e, comunque, non certo percepiti dai cittadini come quel cambiamento atteso da anni. Una svolta tanto necessaria quanto, ancor oggi, difficile dal concretizzarsi. Certo, come annotano gli stessi autori dello studio “pesa la dinamica della spesa sanitaria, per la quale il piano di rientro imposto alla Regione ha portato a un calo drastico. Dal 2011 al 2015 si è avuta una diminuzione della spesa sanitaria pro capite del 20,2%, passando da 2.372 euro a 1.896 euro. Su questo dato ha inciso la bassa spesa sanitaria regionale, aggiuntiva rispetto al Fondo sanitario nazionale, pari soltanto a 97 euro per abitante”.  E se “l’uscita dal piano di rientro lascia aperti spiragli di speranza”, il rapporto rimarca come “non deve mancare la consapevolezza delle possibili conseguenze di mancati investimenti”.

Una delle conseguenze delle liste di attesa lunghe o, in alcuni casi oltre limiti accettabili porta inevitabilmente al fatto che “già ora in Piemonte i cittadini guardano con sempre maggiore interesse alle cure in un contesto privato”. E se è vero che “la spesa sanitaria privata è in generale più alta nelle regioni del nord” i dati piemontesi “suonano come un campanello d’allarme” per i sindacati che “da sempre hanno espresso preoccupazione per la possibile creazione di una sanità a due marce, dove chi può permetterselo ricorre al privato e chi è in difficoltà posticipa o addirittura rinuncia alle cure”.

Dalla ricerca che ha preso in esame solo alcune visite specialistiche ed alcune prestazioni diagnostiche, di particolare interesse per la popolazione anziana, risulta come pur a fronte della diminuzione del numero delle visite stesse del 13% rispetto al 2013 i tempi di attesa non sono diminuiti: le visite chirurgiche nel 50% dei casi sono erogate oltre i trenta giorni previsti dalla normativa e va poco meglio per quelle neurologiche, cardiologiche e ortopediche per le quali si resta sempre sopra il limite per non meno del 35% dei casi. E il numero di visite erogate dopo i tempi massimi previsti è in costante crescita negli ultimi anni.

Un aspetto che può apparire marginale, ma tale non è, che viene evidenziato nello studio basato su dati aggiornati al giugno scorso riguarda proprio la difficoltà a stilare un quadro il più rispondente possibile alla realtà sanitaria piemontese: “Si deve purtroppo registrare la difficoltà di reperimento dei dati relativi all’attività di libera professione intramuraria”, scrivono in premessa i ricercatori che evidenziano pure come “non tutte le Asl seguono la buona prassi di aggiornare con cadenza mensile il loro sito”. E – viene naturale osservare – ciò nonostante il numero degli amministrativi rispetto al personale sanitario sia in Piemonte sempre in percentuali decisamente maggiori rispetto agli standard fissati dal Patto della Salute del ministro Beatrice Lorenzin, nonostante le più volte annunciate verifiche tese a riportare al suo ruolo originario chi lavorava in corsia ed è finito negli uffici. Ma questo è solo uno dei tanti nodi ancor da sciogliere, che certo non giovano alla riduzione di quei tempi che devono trascorrere tra la prescrizione e la visita o l’esame. E che, è arcinoto, alimentano quella mobilità passiva verso altre regioni, spina nel fianco e costo economico per la sanità piemontese.

Proprio cercando di comparare i tempi di attesa con quelli di altre regioni si è palesata un’ulteriore anomalia del sistema sanitario piemontese: “Ogni Asl pubblica le sue rilevazioni con formati diversi e, addirittura, basandosi su aggregati territoriali differenti. C’è chi fa riferimento alle ex-Asl precedenti alla riforma, chi ai distretti, chi alle singole strutture, chi ancora a non meglio precisate aree”. Un guazzabuglio che è difficile imputare a carenza di risorse finanziarie, quanto invece a una mancanza di organizzazione e direttive precise come è lecito attendersi da un sistema affidato a manager che fanno riferimento a un direttore regionale e a un assessore. Situazioni impensabili in una società privata.

Tornando all’oggetto dello studio “Liste d’attesa = diritti negati”, svariate si profilano le cause e concause dei tempi ancora troppo lunghi. Anche sull’efficacia delle Case della Salute, al momento, si nutrono forti dubbi. Tra le tante soluzioni possibili, una richiesta sia da parte del personale sanitario sia dai cittadini intervistati nella ricerca: “Un centro unico prenotazioni regionale”, ma come si osserva “i recenti intoppi sul percorso che avrebbe dovuto portare alla sua costruzione destano non poche preoccupazioni”. Basterebbe? No di certo. E lo stesso piano di governo delle liste d’attesa, le misure ormai ripetutamente annunciate come se non completamente risolutive, certamente in grado di imprimere la svolta ormai attesa da anni, per i sindacati dei pensionati resta “sconosciuto ai più nelle intenzioni e nei contenuti, fatta eccezione per i professionisti della sanità”.

Il vero problema, commentano Laura Seidita (Spi Cgil), Francescantonio Guidotti (Fnp Cisl) e Lorenzo Cestari (Uilp), “è che ancora una volta si è persa l’occasione per affrontare una grande questione sociale, le liste di attesa e l’accesso alle prestazioni sanitarie, integrando i diversi settori d’intervento interessati (offerta sanitaria, ruolo dei medici di base, prevenzione, innovazione tecnologica, pubblico impiego, potenziamento dei trasporti per i presidi sanitari e sociosanitari a favore delle persone anziane e sole e nelle aree interne, ecc.) attorno a un piano strategico orientato a migliorare la sanità piemontese”. 

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