Chiamparino “traghettatore” ma la barca regionale affonda
15:05 Giovedì 08 Marzo 2018 2Finita nel vuoto la sua offerta di "dare una mano" al Pd nazionale nel post Renzi, il governatore fa sapere che si accontenterebbe di guidare quello piemontese. Una mossa per condurre lui i giochi della successione in Regione
L’Acheronte delle anime perse (insieme ai voti) del Partito Democratico, per Sergio Chiamparino ha le acque del Po e non già quelle del Tevere. Durato poco più di un lampo - almeno per ora poi da lunedì in poi, dopo la direzione nazionale, se ne potrebbero vedere delle belle – la veste di traghettatore immaginato da lui nel dopo-Renzi si va ridimensionando all’ambito regionale. Un ruolo quello che alcuni stanno ritagliando per il presidente della Regione e al quale lui, si dice, guarderebbe con l’aria di chi non può e non vuole rinunciare a vestire i panni del “salvatore della patria” piddina che, però, non si capisce bene da cosa origini. Perché un conto è la situazione nazionale, tra dimissioni annunciate e poi accelerate e una serie di questioni complicate a partire dall’elezione dei presidenti di Camera e Senato per non parlare del Governo, altro è ciò che si profila in Piemonte dove è stabilito un iter ben definito: candidature, primarie, e via dicendo. Insomma, nessuno pare invocare una reggenza.
Le potenziali candidature non sembrano mancare. A partire dall’uscente, Davide Gariglio, che non avrebbe ancora deciso di uscire di scena, visto che si fa chiedere dal “fido” Lorenzo Gentile di “continuare il lavoro che ha svolto finora, rafforzando il Piemonte con il suo nuovo ruolo nazionale”. Si affacciano nomi come quello dei consiglieri regionali Daniele Valle e Nadia Conticelli, addirittura del responsabile enti locali nell’attuale segretaria Andrea Pacella e altri ne potranno venir fuori. Perché quindi farsi tirare in ballo (perché è chiaro che certe indiscrezioni hanno un suggeritore dalle parti di piazza Castello) quando non si è neppure incominciato a fare i conti con la sconfitta di domenica scorsa e la conseguente crisi del Pd? E, ancora, come risulterebbe possibile per il partito che ancora governa la Regione escludere dal novero delle cause dell’allontanamento di tanti elettori democrat proprio la politica dell’ente guidato da colui al quale adesso si dovrebbe guardare per il futuro, sia pure transeunte, di una forza politica in evidente difficoltà e stato confusionale?
Le perplessità, tra i piddini più o meno in vista emergono, così come naturalmente c’è chi non rinuncia ad aggrapparsi all’antico ramo di radice comunista, pur cresciuto all’aria riformista, quasi sperando in una rapida primavera dopo il gelo del voto. Si diceva del peso della politica regionale sull’esito delle urne: nessuno può nascondersi che ci sia stato e che abbia trovato nella politica regionale dei temi cruciali per i cittadini – dalla sanità, ai trasporti, per non dire del lavoro – il terreno fertile per la crescita delle forze di opposizione. Per Chiamparino, da tempo sordo alle critiche sull’azione del suo governo, diventa difficile oggi lavarsene le mani e liquidare le umilianti performance di due suoi assessori – Francesco Balocco, ma soprattutto Gianna Pentenero – come candidature di servizio, chieste dalle federazioni locali. Anzi, secondo alcuni il Pd commetterebbe un errore clamoroso nel legarsi mani e piedi alla Regione, quando invece dovrebbe conquistare maggiore autonomia in grado di spenderla nrell'incalzare presidente e giunta a compiere quel "cambio di passo" necessario per evitare la disfatta tra un anno.
Al netto della sua figura di dirigente anomalo del Pd (talvolta al limite di considerare il partito quasi un intralcio) che nei momenti difficili emerge proprio per questa sua particolarità, Chiamparino per dirla tutta non può certo tirarsi fuori dalla spartizione delle responsabilità. Va osservato che egli questo non lo ha mai fatto, anzi. Ma l’indicarlo come (l’unica) figura in grado di traghettare il partito in Piemonte sembra poggiare proprio su questi instabili presupposti. Pure questo dà il senso e la misura dello sbando in cui sta il Pd, anche in Piemonte. Uno stato in cui, comunque, il partito dovrà individuare il suo candidato alla successione del Chiampa, senza arrivare a pochi mesi dalla scadenza del 2019 con le idee confuse allargando la già ampia strada che si para davanti al centrodestra. Chi non rinuncia a mettere nel mazzo anche pensieri malevoli mette altrettanto nel conto l’ipotesi che l’attuale governatore possa immaginare, nel suo ipotetico ruolo di traghettatore, di far salire sulla barca anche il suo successore, scegliendolo lui stesso.
Sarebbe la
prima volta, giacché non si annoverano precedenti delfinati nella vita politica e amministrativa del Chiampa (la stucchevole manfrina sulla girandola di aspiranti alla sua successione al piano nobile di Palazzo civico, prima di arrivare a Piero Fassino, è ancora bene impressa nella memoria). Ma è anche la prima volta che il centrosinistra si trova in queste condizioni, per giunta a un anno dalle elezioni regionali e due dopo aver perso il governo del capoluogo, seguito o preceduto dagli altri nel territorio. E poi, indiscutibilmente, c’è il dato generazionale: il Pd è messo male e lo si sa, ma così tanto da dover rinunciare in partenza a un rinnovamento generazionale affidandosi, ancora una volta, a uno dei due ex ragazzi di via Chiesa della Salute? Uno, Fassino, ieri ha sciolto la sua corrente e di fatto sancito la fine di un’epoca e un sistema nel Pd piemontese, incamminandosi verso uno scranno in Parlamento. L’altro, dopo la rumorosa e non sempre appieno compresa sortita sull’“apertura” a un governo dei Cinquestelle, potrebbe essere colui che traghetta verso non si sa bene quale sponda le anime del Pd. A quel punto davvero perse.


